Che sarà?

Come mai questo virus colpisce in maniera così dura le aree dove si combina l’alta densità industriale e dei relativi trasporti pubblici con gli alti tassi di polveri sottili?

E perché nella discussione su questo virus l’approccio probabilistico è visto come il fumo negli occhi?

Quanto è importante per gli effetti della malattia la dose infettiva?

E il vaccino? Servirà o no?

Le risposte, come diceva la canzone, forse sono nel vento

Dose infettiva, malattia condizionata e sciame virale

Ilaria Capua, scienziata di grande prestigio internazionale, avversata in Italia per diversi motivi (invidia, soprattutto), vittima qualche anno fa di una vera e propria persecuzione giudiziaria, ha introdotto pacatamente questi tre concetti che forse potrebbero spiegare altrettanti aspetti che riguardano non il virus in se, avulso cioè dal contesto, ma il virus in quanto agente infettante nella globalizzazione dei commerci e nella interconnessione mondiale della produzione.

E’ chiaramente necessario conoscere per bene lo zombie parassita (il virus come tale non è un non-morto – o un non vivo, fate voi! – che può acquisire capacità di movimento e di riproduzione solo se artiglia cellule vive compatibili). Ma come tutti gli zombie parassiti (e per capirlo basta vedere un film di Romero) il danno che può fare dipende dal contesto.

Perché, certo, è importante la fisiologia del virus. Ma bisognerà pur riuscire a spiegare come mai è così forte nelle aree ad alti tassi di industrializzazione, mobilità e inquinamento dell’aria (polveri sottili), quando questi tre fattori sono concomitanti e non lo è dove i tre fattori non ci sono oppure dove non sono contestuali.

E perché, per esempio, la “curva” in Lombardia è così lenta ad abbassarsi mentre in altre zone, colpite contemporaneamente, la tendenza positiva è più rapida? Non è che c’entra il fatto che in Lombardia hanno continuato e continuano a lavorare intere filiere attraverso il sistema della subfornitura, scaricando il rischio sulle piccole imprese? E che dunque auto, treni, metropolitane, autobus e fabbriche sono ancora belli pieni?

E se il virus avesse il suo quartier generale nelle fabbriche e negli ospedali aziendalizzati e pieni di baroni, burocrati e impianti di aria condizionata, come sono appunto quelli lombardi?

E se fosse proprio la presunta onnipotenza della cosiddetta eccellenza lombarda la causa di questa tendenza all’endemia?

E se le polveri sottili facessero da carrier del virus e l’aria densa delle zone industriali “chiuse” come sono quella delle valli bergamasche e bresciane, piene di nebbie e di miasmi?

Potremmo forse sostenere che il CoVid-19 sia una malattia condizionata? A molti esperti sembra di si. Ma le condizioni della malattia e della sua diffusione non sono esclusivamente relative alla salute dell’individuo che incontra il virus, come la compresenza, ad esempio, di altre malattie croniche, ma sono soprattutto sociali ed economiche: perché il virus si insinua nei segmenti di base della piramide produttiva, quelli ancorati alla materialità delle cose e dove l’attività è necessariamente collettiva e la cooperazione è fianco a fianco.

La concentrazione in alcune aree di queste attività è probabilmente la causa di questa capacità di attacco del virus: la presenza massiccia di industrie di produzione materiale comporta traffico elevato, che in determinate condizioni orografiche tende a mantenere ferme come nebbia le nuvole di polveri sottili, che, galleggiando e rendendo densa l’aria, possono ospitare colonie di virus ed essere inspirati dai viventi; ma la concentrazione industriale e metropolitana comporta anche una progressione geometrica dei contatti con altri non incontrati mai prima (nei trasporti pubblici), producendo necessariamente un innalzamento della dose infettiva.

Più virus prendi, insomma, più aumenta la possibilità che la malattia, in genere asintomatica, si presenti in forme aggressive (polmoniti interstiziali): una pessima dimostrazione che spesso la quantità è qualità.

Queste condizioni non sono presenti nella “socialità” ordinaria, o almeno lo sono in maniera estremamente ridotta: perché nei contatti parentali ed amicali tendiamo ad incontrare sempre le stesse persone e la probabilità che la dose infettiva aumenti è molto scarsa. Se poi l’aria è spazzata dal vento casomai il virus lo incontriamo, ma la quantità è minima: diventiamo così sieropositivi ma non abbiamo preso neanche il raffreddore.

La dose infettiva potrebbe spiegare, per esempio, perché siano gli uomini adulti ad essere i più colpiti: le donne ed i bambini sono, infatti, meno esposti a dosi infettive massicce perché vanno di meno in fabbrica e usano meno i mezzi di trasporto. Poi, pare, che nel caso delle donne e dei bambini, proprio per la minore esposizione agli altri agenti aggressivi, via sia una minore reattività e, dunque, una minore capacità del virus di fare danni.

Secondo l’Imperial College di Londra a metà marzo in Italia c’erano 6 milioni di sieropositivi (cioè che hanno incontrato il virus e hanno sviluppato gli anticorpi) e nonostante il lockdown il fattore di trasmissione, rimasto a quota 2 con un ritmo quindicinale, avrebbe consentito di superare a metà aprile, quota 25 milioni.

Di questi ipotetici 25 milioni di contagiati, in aree senza grandi aggregati industriali, con scarsi trasporti pubblici e privati e dunque bassi tassi di inquinamento dell’aria per polveri sottili, poca gente corre il rischio di contrarre la malattia, cioè di avere sintomi e rischi per la salute: forse solo lo 0,5% con un rischio di morte al di sotto dello 0,01%. Completamente opposta è la situazione nelle aree in cui sono concentrate le industrie, i trasporti, il traffico e l’inquinamento dell’aria, dove, come del resto si vede dal numero di morti, il rischio di contrarre la malattia schizza forse al 10% e la letalità addirittura all’1%.

L’immunità di gregge, secondo l’Imperial College, dovrebbe riguardare allo stato attuale in Italia più di un terzo della popolazione: sembrerebbe una buona notizia, ma non si sa, però, che durata possa avere.

Anche se c’è da dire che le eventuali mutazioni del virus sono in genere “benevole” perché anche il nostro zombie parassita è sottoposto alla dura legge della sopravvivenza, per cui le mutazioni più letali che uccidono l’ospite muoiono esse stesse, mentre quelle meno letali sopravvivono insieme all’ospite e dunque diventano egemoni.

Il problema vero è che siamo dentro un cosiddetto sciame virale determinato da un lato dal modo di produrre la nostra alimentazione attraverso gli allevamenti intensivi di animali fuori terra, in gabbie sempre più strette e generalmente in aree integrate con le macellerie industriali e dall’altro dalla velocità delle mobilità delle persone e delle merci, necessaria alla interconnessione produttiva del mondo contemporaneo.

Per cui ci sono molte più occasioni per le zoonosi e  la rapidità della diffusione impedisce quel processo di riduzione della letalità del virus in natura, conseguenza della selezione naturale in ambiti ridotti e contingentati.

Il vaccino, la cura e l’alternativa di società

E dunque il vaccino serve? Nel caso delle influenze, serve, ma non risolve il problema, visto che ci rimettono la pelle mezzo milione di persone all’anno.

Anche le cure, che alcuni immunologi propongono in alternativa ai vaccini, hanno una utilità limitata.

Il punto è che non bastano né le cure né i vaccini, che naturalmente saranno i benvenuti.

Per me, ma io sono di parte, sarebbe necessario un cambiamento profondo della società, con l’acquisizione del concetto del limite (dei consumi, della produzione, dello sviluppo demografico) e con l’affermazione della centralità del corpo, degli affetti, della natura e della cultura (per citare un vecchio scritto di “Officina”). Una società in cui la cooperazione volontaria e la pratica del dono sostituisca quello dello scambio, in cui i municipi e le istituzioni di prossimità sostituiscano lo stato e la federazione umana abolisca le frontiere.

Dove si produca di meno, in generale, e dove la produzione sia orientata ai valori d’uso, con il minore impatto possibile sull’ambiente.

Dove sia abolito l’allevamento intensivo e la macellazione industriale, dove la produzione dei beni sia possibile attraverso sistemi di microfabbrica autogestiti da piccoli gruppi di umani collegati alla rete planetaria delle informazioni, finalmente libera da ogni vincolo (è già possibile oggi con il sistema open source, i progetti liberamente condivisi e le stampanti 3D).

Il capitalismo non è una fase necessaria della storia dell’uomo, né tantomeno la sua fine. E’ una contingenza della storia. Ergo: è possibile cambiare il nostro destino.

Ma, naturalmente, ci sono altre possibilità: l’incubo di una società securitaria (modello De Luca) in cui si possa uscire solo per andare a lavorare e a produrre, una sorta di caserma a cielo aperto con una elite di funzionari del capitale e una moltitudine di schiavi controllati: le grida dello sceriffo, la sua arrendevolezza alle necessità “serie” della produzione e la sua rigidità nei confronti delle “sciocchezze” sulla solitudine dei bambini, la necessità di vedere il sole, la passeggiata dei vecchi, delle pastiere, delle pizze e delle spiagge è da un lato un tentativo di conquistare consenso a buon mercato travestendosi da duro e integerrimo difensore della salute pubblica e nascondendo sotto il tappeto le gravi responsabilità di un intera classe dirigente rispetto ai tagli e alle privatizzazioni della Sanità di quest’ultimo ventennio, ma dall’altro è un disegno più profondo e più pericoloso: l’ipotesi di un disciplinamento sociale che intervenga come mai prima nella gestione della vita, l’idea di un braccialetto elettronico virtuale che imprigioni ciascuno al suo ruolo di produttore.

E c’è la visione riformista per cui il capitalismo può “sopravvivere” ma deve restituire alla società la gestione di interi comparti necessari ma non immediatamente valorizzabili come, appunto, la sanità, i trasporti e la scuola e modificando profondamente diverse modalità specifiche di produzione, a partire da quella dell’allevamento industriale.

Non lo so: di certo pensare di tornare alla normalità, che pare essere la speranza di tutti, è la cosa meno probabile che possa avvenire.

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