Critica del riduttivismo

Vorrei mettere in guardia da tre riduttive affermazioni – in effetti, tre convinzioni – che tengono banco, o hanno tenuto banco, in questo periodo. Queste tre affermazioni, o meglio queste tre convinzioni sono: 1) abbiamo a che fare con una epidemia, e dunque con un problema di natura medica e di profilassi; 2) questa vicenda prima o poi finirà, è drammatica, ma non è nulla più di una parentesi rispetto alla normalità cui siamo abituati; 3) ciò che sta succedendo ci dice che bisogna prendere per tempo le misure e dunque organizzarsi meglio, e correggere magari alcune scelte, per esempio i tagli e le privatizzazioni in materia di sanità, che si sono rivelate obiettivamente un problema.

Perché reputo sbagliate queste tre affermazioni?

Parto dalla prima.

Davvero abbiamo a che fare solo con una epidemia, e cioè con una questione, sia pure gigantesca, di ordine sanitario? Basta guardarsi attorno per capire che non è così. Se fosse una questione semplicemente medica e sanitaria, dal momento che pare accertato il carattere poco letale di questo virus (non è come la vecchia peste o il vecchio colera, e neppure come altre passate infezioni polmonari del tipo della cosiddetta “spagnola” di inizio Novecento; e parimenti produce meno morti di alcune più recenti infezioni come l’AIDS o Ebola); ebbene, se fosse una questione semplicemente medica, da spiegare attraverso il confronto tra tassi di mortalità e infezioni, non riusciremmo mai a capire perché oltre metà del mondo ancora se ne stia (giustamente) rinchiusa in casa.

È chiaro che siamo di fronte a una epidemia che ha delle particolarità mediche, e cioè l’estrema contagiosità e una quota non del tutto irrilevante di mortalità; ma è soprattutto una epidemia con immediato risvolto sociale: il punto decisivo è che non è circoscrivibile in maniera facile. Per circoscrivere i focolai di contagio bisogna, infatti, chiudersi in casa e costruire una dinamica del tutto inedita, che non a caso indichiamo col nuovo concetto di “distanziamento sociale”.

Abbiamo dunque a che fare con una gestione necessariamente sociale, e non privata, della epidemia. E questo fa la differenza. Nel senso che modifica stili di vita, modalità di produzione, rapporti umani. Impone a un mondo strapieno di incontri e relazioni, certamente tormentate e contraddittorie ma comunque numerose come mai nella storia, di sospendere, per l’appunto, il reticolo delle relazioni e degli incontri. Entra prepotentemente dentro la nostra quotidianità, prima ancora che nella nostra economia. Ed è qualcosa che ci ha toccato nel profondo, perché ci ha restituiti improvvisamente alla nostra fragilità di esseri umani.

E vengo alla seconda affermazione che a me pare sbagliata, al paradigma della “parentesi”.

Non può essere una parentesi proprio perché la particolarità di questo virus è di dire agli esseri umani, quali che siano – quelli del mondo ricco come quelli del mondo povero -, che sono creature fragili e non onnipotenti. Non solo. Questa loro fragilità è anche svelata come costitutiva, non dipende da come gli uomini si sono socialmente organizzati o dal livello delle conoscenze che hanno acquisito. Dall’organizzazione sociale e dalle conoscenze scientifiche dipendono le cure non l’attacco virale, che origina invece da un microrganismo naturale, non costruito dagli esseri umani, se non nel senso di una conseguenza indiretta, non prevista e non desiderata, della continua antropizzazione degli spazi naturali.

Non si può saltare, insomma, il tema della fragilità umana improvvisamente messa a nudo da questa vicenda. Lo stesso non era successo con l’AIDS, che poteva essere largamente collegato a determinati comportamenti, oppure con l’Ebola, che poteva essere collegata a determinate situazioni di deprivazione sociale e arretratezza economica. Poi magari non era così, perché anche AIDS ed Ebola interrogavano la fragilità dell’essere umano. Non la interrogavano però in quanto tale, indipendentemente dai comportamenti o dalle condizioni di arretratezza.

Questo dato costituisce esattamente la ragione di fondo per cui il paradigma della “parentesi”, cioè l’idea di un evento certamente drammatico ma tutto sommato passeggero, non regge sul piano concettuale. E non può reggere anche per il gigantismo delle regole necessarie a far fronte alla epidemia, gigantismo che mette obiettivamente in moto corposissimi processi di lunga durata, di evidente spessore storico.

Passo così alla terza affermazione.

Non basta organizzarsi meglio per tornare indietro. È una cosa ovviamente necessaria, per esempio rispetto alle scelte di depotenziamento della sanità pubblica degli anni passati. Ma questo è appena, per così dire, il minimo sindacale, una cosa che va quasi da sé. Come va da sé, ad esempio in Italia, il riordino della catena decisionale e delle funzioni di gestione, che non possono essere lasciate all’arbitrio variegato delle autorità regionali e debbono tornare necessariamente in mano allo Stato. Penso che un intervento legislativo che recuperi i caratteri originari del Titolo quinto della Costituzione, depurandolo dalla sciagurata riscrittura che ci fu negli anni ‘90, sia anch’esso nell’ordine delle cose. Come nell’ordine delle cose, credo sia l’archiviazione di tutte le ipotesi di autonomia regionale differenziata che hanno circolato negli ultimi anni.

Ma lo ripeto: questo è il meno. Il combinato disposto di emergenza sanitaria, crisi economica e crollo delle produzioni, che è davanti agli occhi di tutti, ci squaderna infatti uno scenario di scomposizione accelerata anche degli assetti economici e politici che fino a dicembre scorso davamo più o meno per scontati. Non è solo il crollo verticale delle logiche liberiste e della globalizzazione senza regole dei mercati, per cui l’Italia e molti altri paesi hanno problemi persino a trovare le mascherine. Quello che soprattutto emerge è l’interconnessione del mondo; e dentro l’interconnessione del mondo, la impossibilità di separare il destino esistenziale dei ricchi dal destino esistenziale dei poveri.

Non può sfuggire che si apre su questo terreno uno spazio davvero ultimativo di contesa. Si va, in sostanza, verso una polarizzazione gigantesca non solo della società ma dell’intera umanità. Le contraddizioni tradizionali tra l’alto e il basso della società, come tra i paesi ricchi e i paesi poveri, non vengono meno, ma sono obiettivamente chiamate a ricollocarsi, per come la vedo io, dentro una dialettica che, per dirla in una battuta, concerne la filosofia morale, prima ancora che la filosofia politica. Che interroga, cioè, l’ontologia degli esseri umani, prima ancora che la sociologia degli aggregati sociali.

Questo spazio universale di contesa, questa polarizzazione avverrà, in sostanza, tra una rinascente cultura umanista, che porrà al centro il benessere, la cura delle persone, di tutte le persone e non solo di alcune, e una persistente, meschina logica dell’identità e dei particolarismi, che proverà a ridisegnare nuovi scenari di gerarchie ed esclusioni. Ma in questo braccio di ferro, il polo dell’umanismo è quello potenzialmente più forte perché tende a raccogliere le aspirazioni generali; mentre il polo degli identitarismi e dei particolarismi non potrà non essere costitutivamente segnato da linee di frattura al suo stesso interno, poiché le identità confliggono sempre non solo con il polo dell’umanismo, ma anche con le altre identità.

Ma se la prospettiva storica si apre a scenari così complessi di contrapposizione – una contrapposizione antropologica prima ancora che politica e economica -,  il tema non può essere il semplice organizzarsi meglio, il semplice intervento sulle cose che, alla luce di questa epidemia, si sono rivelate inadeguate. Non bastano gli aggiusti, sperando di ripigliare l’andamento normale della vita sociale e politica. Non siamo chiamati a un’altra partita, bensì a ridisegnare l’intero campo di gioco. In breve: non cambiamenti dentro ciò che esiste ora, ma una riorganizzazione generale del vivere umano e degli assetti sociali.

Certo, possiamo anche evitare di cambiare. Ma se per disgrazia non faremo questa faticosa e però necessaria scelta, se per disgrazia ci troveremo tutti dentro le identità che confliggono tra loro, intenti a spiare con sospetto il vicino, allora è molto probabile che gli storici e i filosofi del futuro, quando guarderanno a questi decenni – e cioè ai decenni che introducono nella fase dell’antropocene un periodo concentrato di zoonosi (poiché è evidente che il covid 19 non è il primo e non sarà l’ultimo dei pericoli che il genere umano sarà costretto a vivere, pagando in modo drammatico i guasti che abbiamo prodotto nei secoli agli equilibri naturali) -; ebbene quando questi posteri guarderanno alla fase zoonotica dell’antropocene, scriveranno per prima cosa che l’umanità non è stata per nulla all’altezza delle sfide mortali che l’hanno attraversata.

Mi dispiacerà moltissimo. Per me, per i miei figli, per tutti noi, per tutti quelli che immediatamente verranno dopo di noi. Mi dispiacerà perché avremo semplicemente fallito come donne e uomini di questo tempo.

Come si vede, resto comunque ottimista, perché penso (spero) che alla fin fine, per la forza intrinseca della bios, per la forza della “vitalità della vita”, pure le scelte catastrofiche che potremmo fare – appunto, non cambiando nulla di come siamo organizzati e di come viviamo – non porterebbero all’estinzione umana su questo pianeta.

Ma qui avverto che parla una persona incorreggibilmente ottimista…

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