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Venerdì, 04 Aprile 2014 16:00

Cio che vogliamo essere

Scritto da  La redazione di LEF

Nell'avviare questa avventura editoriale sappiamo con chiarezza ciò che non vogliamo.

Non vogliamo dar vita a un settimanale incentrato sul mondo della politica, benché racconteremo anche le vicende politiche. Non vogliamo neppure caratterizzarci come voce delle esperienze di movimento e di lotta, nonostante parleremo costantemente di lotte e di movimenti di protesta. E neanche vogliamo essere una palestra di riflessione teorica e di dibattito specificamente culturale, pur affrontando senza problemi nodi teorici e questioni che attengono alla cultura in senso lato. E quanto allo spazio di riferimento, non vogliamo essere una “testata italiana”, se non per lo stretto necessario: parleremo dell'Italia come di un semplice “luogo del mondo”; ed anzi esattamente la complessità del mondo funzionerà da fondamentale riferimento delle nostre pagine.


Soprattutto non vogliamo essere, e non saremo, un settimanale “generalista”; e rivendichiamo in partenza una precisa ispirazione intellettuale e morale. Di più: noi nasciamo esattamente con l’obiettivo di aprire una esplicita battaglia culturale. Ci proponiamo, cioè, di mettere assieme la critica della società esistente, la quale sospinge le persone ad essere null’altro che una merce tra le merci e costruisce pratiche di vita sempre più alienate, con la prospettiva (che consideriamo non solo giusta ma anche realistica) di una qualificazione effettivamente umana della vita.


Vogliamo contribuire, ovviamente nei limiti delle nostre forze, a ridisegnare il mondo non come un insieme di valori di scambio ma come un luogo accogliente ed amico per ciascun essere umano. La nostra convinzione è che siamo già nel tempo della possibile realizzazione storica di ciò la modernità prometteva ai suoi esordi, con la triade rivoluzionaria di liberté, egalité e fraternité. Ci proponiamo, perciò, di parlare né più né meno che di rivoluzione.
E però, a differenza delle culture rivoluzionarie del Novecento riteniamo necessario connettere da subito la prospettiva della nuova società e la prospettiva della nuova umanità. Il grande limite del movimento operaio storico e di tutti i percorsi di emancipazione del secolo passato è stato proprio di aver separato - cronologicamente, logicamente e praticamente - la nuova società dalla nuova umanità. E la sconfitta complessiva di tutti quei tentativi si spiega, a nostro avviso, soprattutto a causa di quella separazione.


Andare al di là di una società carica di miserie morali e materiali è lo stesso che proporre una nuova costruzione dell'umano, che renda ciascuno di noi più capace di definire il mondo e autodefinirsi, più capace di scegliere per sé e insieme agli altri, più capace di costruire per tutti quanti noi e per le generazioni future, più capace di sperare e di desiderare la felicità, più capace di portare a compimento la propri vicenda storica, creando, per l'appunto, una nuova società e una nuova umanità.


A chi ci rivolgiamo? A tutti quelli che sperano un mondo migliore per sé e per gli altri; quelli che avvertono l’insensatezza dei rapporti sociali incentrati su sopraffazione, violenza e strumentalità; quelli che vivono l’attuale condizione storica come un limite, in quanto inchioda la stragrande maggioranza degli individui alle pratiche conflittuali dell’avere e all’apparire, ed impedisce di praticare il vivere naturale della convivialità; quelli che sentono il bisogno di muoversi criticamente rispetto al “principio di realtà”, e che non accettano di restare bloccati nel “mondo che c'è ora”. Ci rivolgiamo, in sostanza, a tutti quelli che cercano di convivere - talora esplicitamente, urlandolo nelle lotte e nei movimenti di azione collettiva, e ancora più spesso implicitamente, tenendolo serrato all’interno della propria coscienza - col sogno semplice e grandioso di una vita degna di essere vissuta.

La redazione

Letto 1746 volte Ultima modifica il Sabato, 10 Maggio 2014 23:30