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Venerdì, 19 Gennaio 2018 10:31

PERCHÉ L’OSTRACISMO A BASSOLINO?

Scritto da  Rino Malinconico

Davvero vale, per Antonio Bassolino, il detto latino “sic transit gloria mundi”. È venuto via - forse un po’ in ritardo ma con comprensibile travaglio interiore - dal PD, ha dichiarato urbi et orbi che la sua nuova casa diventava adesso “Liberi e Uguali”, la formazione guidata dal presidente del Senato Pietro Grasso, e si aspettava, se non le fanfare, almeno un benvenuto a mezza bocca. E invece, peggio che andar di notte. Grasso lo qualifica senza misericordia come un semplice ex sindaco, e diversi giovani esponenti napoletani della nuova formazione politica pongono ruvidi veti sulla sua candidatura.

Questioni loro, si dirà. Tuttavia, la vicenda è piuttosto ricca di implicazioni politiche generali. Ed è per questo che non ce la faccio a non dire la mia, pur riconoscendo la sconvenienza di intervenire su una querelle che riguarda una formazione politico-elettorale diversa da quella che si sostiene (io voterò, infatti, “Potere al popolo” e non “Liberi ed Uguali”). Il fatto è che trovo del tutto incomprensibili i veti posti su Antonio Bassolino da compagni che, come il senatore Peppe de Cristofaro e il consigliere comunale Pietro Rinaldi, nella geografia interna a “Liberi e Uguali” dichiarano orgogliosamente di stare “a sinistra”.

Del resto, il dibattito apertosi a Napoli sulla candidatura o meno di Bassolino nella lista guidata dal presidente del senato Grasso, vuoi per la statura del personaggio, vuoi per le vicende storiche della città e della regione che quel nome si porta dietro, travalica ampiamente il recinto politico di “Liberi e Uguali” e riporta tutti alla domanda cruciale: perché c’è stato il fallimento (fallimento obiettivo, c’è poco da questionare) di un ventennio politico che pure all’avvio sembrava meritarsi l’appellativo di “rinascimento napoletano”?

Si è trattato solo delle persistenti deficienze gestionali e dei troppi compromessi grandi e piccoli che nefastamente costellarono il secondo mandato da sindaco e tutti i dieci anni di presidenza della regione? O c’è stata una ragione più profonda?

Molti compagni e compagne, e mi auguro anche Peppe de Cristofaro e Pietro Rinaldi, ricorderanno l’analisi fatta a suo tempo da Rifondazione comunista e dalla sinistra antagonista a proposito del cosiddetto “bassolinismo”. Fu individuato il punto di criticità esattamente nella cultura politica di derivazione socialdemocratica che permeava Bassolino e tanti altri dirigenti del vecchio PCI, e cioè nell’idea che il capitalismo contemporaneo e la grande borghesia industriale potessero ancora costruire dinamiche positive per l’intera società, con vantaggi anche per i ceti popolari. In sostanza, Bassolino fallì sui rifiuti proprio perché si affidò interamente alla FIBE (e cioè a un gruppo capitalistico del Nord, guidato dal manager per eccellenza del capitalismo italiano degli ultimi decenni del Novecento, Cesare Romiti), sul presupposto che la razionalità ordinatrice fosse ancora la stella polare per il grande padronato.

Fece cioè l’identica cosa delle privatizzazioni (“lenzuolate”, le chiamava sorridendo Bersani) del primo e secondo governo Prodi. Entrambi, Bassolino e Bersani, non riuscivano a vedere come il capitalismo contemporaneo fosse divenuto culturalmente flessibile e come si adattasse rapidamente ai contesti col solo obiettivo di massimizzare i profitti. Difatti, i privati hanno divorato rapidamente le aziende a partecipazione pubblica sul piano nazionale, mentre a Napoli la FIBE, invece di portare ordine e razionalità nel ciclo dei rifiuti, si preoccupava semplicemente dei propri guadagni, patteggiando con le camorre locali e divenendo, senza scomporsi, uguale ai peggiori imprenditori napoletani a Napoli. Faceva proprio, per così dire, il rampantismo borghese della Napoli tradizionale, col suo corredo di pressapochismo, corruzione e incompetenza, trasfigurandosi con la stessa disinvoltura di come era divenuta, in altri suoi grandi appalti, keniana a Nairobi o francese nella Loira.

E falliva, Bassolino, anche nella riorganizzazione urbanistica e sociale della città di Napoli e dello smisurato hinterland napoletano, pure avviata con le migliori intenzioni da un architetto di valore come Vezio De Lucia. Falliva perché, analogamente agli altri dirigenti dell’ultima fase del PCI, D’alema e Veltroni soprattutto, era convinto che la grande borghesia delle professioni fosse ancora “illuminata” e ricoprisse una funzione ancora progressiva. Non capiva, non capirono, né a Napoli e né a Roma, che il capitalismo avanzato della globalizzazione rendeva quella stessa borghesia sitibonda di prebende, vogliosa di diventare “imprenditrice del terziario”, o, al peggio, una casta mantenuta dal denaro pubblico.

In breve, sono state esattamente le illusioni socialdemocratiche sul “capitalismo buono” e sulla “borghesia dal volto umano” a portare i Bassolino, i Bersani e i D’Alema in un vicolo cieco.

Questi erano i ragionamenti che furono fatti allora, una decina d’anni fa, a proposito del bassolinismo. Erano ragionamenti che valevano, mi pare, anche a proposito del bersanismo e del d’alemismo. Ed è esattamente questo che non mi torna, che non capisco. Perché l’ostracismo verso il solo Bassolino?

Letto 538 volte Ultima modifica il Venerdì, 19 Gennaio 2018 12:09
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