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Sabato, 06 Ottobre 2018 17:56

LA STORIA E LA LETTERATURA. LO SCRIVERE COME TESTIMONIANZA In evidenza

Scritto da  Rosa Maria Grillo

Da sempre l’uomo ha voluto lasciare testimonianza del suo passaggio su questa terra, dai graffiti al diario di viaggio a memorie, cronache, ecc. Si può andare dalla semplice enumerazione o rappresentazione di dati, luoghi, nomi, risposte precise a domande precise, alla costruzione di undiscorsoche collega, interpreta, propone rapporti di causa-effetto, giudica, dà all’esperienza individuale valore collettivo: è uncontinuumin cui la pura testimonianza ‘diretta’ sfocia nella letteratura testimoniale, che solo in parte coincide con la letteratura autobiografica. Infatti, si considerano caratteri specifici della letteratura testimoniale il coinvolgimento del narratore o la sua partecipazione come interprete e trascrittore della parola altrui; e in ogni caso è dirimente la sua volontà di comunicare la esperienza individuale in stretta connessione a vicende ed eventi collettivi per smascherare la costruzione della Storia da parte del vincitore: sono scritture affini le memorie e le autobiografie, i diari intimi e i carteggi, le deposizioni e le denunce, l’autofiction- genere di ultimissima generazione, ulteriore elaborazione ‘creativa’ da parte dell’intellettuale/testimone –, certo tipo di saggistica antropologica e storica, il giornalismo narrativo, il reportage e la ‘no fiction novel’.

Testimoniare ‘contro’ qualcosa, dare voce alla subalternità, cercare verità nascoste e divulgarle, lanciareuna sfida allostatus quo,è ciò che distingue inequivocabilmente la sfera testimoniale da altre scritture dell’Io e dalla saggistica: “Ho scritto questo libro […] affinché agisse […] ho fatto indagini e raccontato questi fatti per farli conoscere […] perché ispirassero spavento, perché non si ripetessero mai più”, scrisse Rodolfo Walsh nel Prologo alla prima edizione diOperación Masacre(1957), testo che lo convertì nel padre riconosciuto della letteratura testimoniale latinoamericana. E a Rodolfo Walsh e Roque Dalton (Miguel Marmol, 1972), entrambi uccisi in conseguenza delle loro scomode testimonianze sugli eccidi in Argentina e nel Salvador, si riferisce il cubano Víctor Casaus quando afferma che “le vite degli autori presentano questa coerenza con la loro opera che abbiamo riscontrato come carattere specifico di questo genere letterario, accentuatamente contemporaneo, che si caratterizza per la sua capacità di operare sulla realtà circostante, propiziando una efficace comunicazione con gli interlocutori”. Definizione appropriata per un genere, esistito da sempre, ma che solo in determinati cruciali momenti della Storia si impone come un corpus che destabilizza la struttura dell’immaginario, dell’editoria, dell’orizzonte d’attesa del lettore. È ciò che è accaduto in Italia conGomorra(2006) del giornalista napoletano Roberto Saviano che ha portato il pubblico lettore mediamente avvertito a interrogarsi su un caso letterario e sociologico con scarsi e lontani precedenti nella tradizione peninsulare: un ‘fuori collana’ e un ‘fuori genere’, ovvero, avrebbe detto Alessandro Manzoni, un «componimento misto di storia e d’invenzione» che, se di tematica riferita al passato, si è soliti catalogare come romanzo storico, e se riferito al presente, con toni tendenti al giallo o al nero, come romanzo-verità o romanzo-inchiesta. Avvincente come un romanzo, tendenzioso, logico e documentato come un articolo giornalistico o una requisitoria, è un ‘genere misto’ che meticcia ambiti diversi all’interno dell’amplissimo campo della narrativa in cui il rapporto testo-extratesto è molto forte, e la realtà è non solo tema ma causa, effetto, origine e destinatario, e la letterarietà (stile, idioletto, costruzione, struttura ecc.) non è assente – altrimenti non sarebbe ‘romanzo’ – ma subordinata alla rappresentazione, interpretazione e messa a nudo di quella realtà.

Ebbene, questo in Italia è stato considerato un caso eccentrico e, malgrado il successo, non ha aperto una strada o sviluppato una sequela critica sul ‘genere’ anche se numerosi sono i testi degli ultimi decenni che potremmo ricordare, tutti egualmente ‘eccentrici’ perché rimasti fuori da qualsiasi canone. Uno particolarmente noto èPrincesadi Fernanda (Fernandinho) Farias de Albuquerque (Sensibili alle foglie, 1994, ma anche canzone cantata da Fabrizio de André, documentariodi Stefano Consiglionel 1997, film diHenrique Goldman nel 2001) trans brasiliana trasferitasi in Italia dove per il tentato omicidio di una sfruttatrice finì in carcere a Rebibbia. Lì scrive le sue memorie insieme a Giovanni Tamponi, pastore sardo condannato per rapina a mano armata, e Maurizio Jannelli, brigatista rosso che ne scrive la prefazioneBrevi note di contesto:autobiografia lirica e sfrontata nello stesso tempo, ma anche denuncia di un submondo di violenza e di emarginazione. Ed è sull’onda del libro che aGenova, nel 2009, nasce l'organizzazione "Princesa" per i diritti delle persone transgender. Un secondo testo da ricordare èArmi e Bagagli.Un Diario dalle Brigate Rossedi Enrico Fenzi, con una interessante nota introduttiva di Emanuele Trevi che si sofferma sull’apparente paradosso delle indiscussequalità letterarie di un libro che ha per sottotitolo Un diario dalle Brigate Rossee che narra di tragedie e orrori non frutto dilibera creazione letteraria ma ‘fedele’ riproposizione di eventi reali narrati da chi ne è stato protagonista: può essere ‘bello’ un libro che ti obbliga a fare i conti con una realtà a te vicina di violenza e di morte? E ancora: L’inferno di Pianosa, di Rosario Enzo Indelicato (Sensibili alle foglie, 2015, a cura di Cetta Brancato e con prefazione di Patrizio Gonnella), resoconto di una detenzione che parla di tortura, di violenza, di assenza di diritto, per qualcosa avvenuta qui, nella nostra bella Italia, 25 anni fa, con tanti riferimenti documentali che la bella prosa letteraria di Indelicato mette ancora più in risalto. Poche parole introduttive di Cetta Brancato ci riconducono ancora una volta a Primo Levi, a Theodor Adorno, alla indicibilità dell’orrore: “Non si racconta l’inferno. Non lo si immagina, neppure. Se non lo si vive. I lager impongono a chi ne sopravvive anche l’impossibilità del narrare: tranciano ai superstiti ogni voce, impalano la memoria sul legno del silenzio”.

Indipendentemente dalla ‘giustezza’ di una causa, dalla condivisione o meno dei suoi ideali, e da quale ‘vincitore’ abbia scritto queste Storie, risulta senz’altro straniante per il lettore italiano associare il concetto di letteratura a narrazioni fortemente referenziali e autoreferenziali che mettono a nudo orribili realtà dei nostri giorni.

Ebbene, casi ‘eccentrici’ come questi e quesiti apparentemente insolubili hanno trovato in America Latina una certa canonizzazione grazie al Premio Letteratura Testimoniale che dal 1970 il Centro culturale Casa de las Américas di L’Avana, nato nel 1960 a ridosso della Rivoluzione, ha accostato a Premi letterari tradizionali – romanzo, poesia, saggistica ecc.per dare un ‘padre’ a una letteratura ‘senza famiglia’ che stava emergendo sconvolgendo canoni e categorie e le stesse sezioni del Premio. Infatti nella sezioneSaggiavevano avuto una menzioneManuela la mexicanadi Aída García Alonso nel 1968 e nel 1969Las venas abiertas de América Latinadi Eduardo Galeano: meritavano entrambi un premio, ma quale? Non erano saggi, perché troppo ‘di parte’, troppo narrativi, troppo coinvolgenti, né naturalmente romanzi o racconti… La soluzione lasciò tutti insoddisfatti e, affinché la cosa non si ripetesse, alle già numerose sezioni ormai istituzionalizzate si aggiunse il Premio Literatura Testimonial, con una giuria d’eccezione (Rodolfo Walsh, Ricardo Pozas e Raúl Roa), e poche parole di ‘raccomandazioni’ ai giurati, stilate da Manuel Galich: “la forma è a discrezione del’autore, però la qualità letteraria è indispensabile”.I risvolti di copertina deLa guerrilla tupamaradell’uruguaiana María Esther Gilio (opera vincitrice nel 1970) contengono le dichiarazioni della Giuria del Premio che, visto anche il peso specifico dei suoi membri, suonano come una guida e una dichiarazione di principio: l’altissima qualità di molte delle 20 opere presentate, ha obbligato la giuria a “valutareminuzionamente i meriti letterari, la attualità del tema e la trascendenza politica e sociale dei lavori”.

Non è senza importanza, naturalmente, aver indicato come primo requisito “i meriti letterari”: ciò che si vuole premiare è la ‘letteratura testimoniale’ e non la mera ‘testimonianza’. La qualità letteraria rimarrà come requisito irrinunciabile, continuamente riaffermato da vincitori e giurati:Edda Fabbri, premiata nel 2007 e membro della giuria nel 2013, parla di opere “di letteratura testimoniale, cosa diversa dalla testimonianza, una opera letteraria in cui, partendo dalla esperienza o le esperienze di una o molte persone in un luogo e tempo determinati, si riesce a costruire un mondo, una proposta, una verità che l’ autore vuole comunicare. E se non una verità, almeno una domanda”. Ancora più radicale è quando afferma che il suoOblivion,premiato nel 2007, “è invenzione, però […] questo non significa che le cose concrete che racconto siano inventate. Gli episodi e persino i nomi delle persone sono reali. Invenzione è il libro, che è un artefatto, una creazione. Credo che per questo fu premiato da Casa de las Américas”.

Non è possibile, naturalmente, banalizzare le relazioni, interferenze e problematicità del rapporto della testimonianza con la storiografia e la saggistica, sicuramente mutato nei secoli: se è vero che la storiografia e la saggistica hanno avuto sempre una volontà oggettivante e distanziante, diluendo le esperienze individuali in un discorso generalizzante, la testimonianza ha invece un carattere soggettivo tendente ad esprimere le impressioni, le conseguenze, le tracce lasciate nel soggetto. Ma queste testimonianze oggi sono alla base dei processi di recupero e costruzione della memoria, la cui centralità nei processi di costruzione storiografica è ormai riconosciuta, anche per l’influenza esercitata fin dagli anni ‘30 dall’École des Annales, che per prima ha rifiutato la storia dei grandi eventi e dei grandi protagonisti e ha iniziato a studiare, soprattutto con i contemporaneiJacques Le GoffePierre Nora, la Storia dal basso, la microstoria, la storia frammentaria, le commistioni e interferenze di diverse fonti e diverse scienze, dall'archeologia all'etnologia, dalla sociologia alla psicoanalisi.

Su questo terreno già fertile si è inserita la proliferazione della moderna scrittura testimoniale nella seconda metà del ‘900, in America latina e non solo, come risposta ‘dai margini’ alla crisi della Modernità e delle sue certezze etnocentriche: è espressione di movimenti descolonizzatori e sovvertitori del sistema binario che vedeva l’uomo bianco europeo alfabetizzato al di sopra e in opposizione al suo contrario non uomo/non bianco/non europeo/non alfabetizzato. In questo ambito è soprattutto l’America latina che si è proposta come patria del genere “testimonio”, in cui la voce della ‘diversità’ – nel contesto della Modernità, leggi: subalternità – è andata emergendo per correggere, affiancarsi o sovrapporsi alla voce dominante, alla Storia ufficiale.

Letto 39 volte Ultima modifica il Sabato, 06 Ottobre 2018 19:23