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Sabato, 10 Maggio 2014 07:58

Partito: participio passato? In evidenza

Scritto da  Giosuè Bove

Se dovessimo immaginare oggi un partito che si riferisca al nuovo movimento operaio (tutto da costruire), sarebbe certamente molto diverso dal partito di massa della seconda metà del Novecento. Più ancora di quanto quest’ultimo sia stato diverso dal partito delle avanguardie della fine dell’Ottocento e della prima metà del Novecento.  Si tratterebbe di una organizzazione in cui la classica distinzione tra lotta economica e lotta politica sarebbe declinata nelle categorie degli obiettivi e degli orizzonti, superando tutte le antiche distanze tra la forma-partito, la forma-sindacato, la forma-movimento.

Si presenterebbe, probabilmente, come una rete di comitati, relativamente autonomi tra di loro, autorganizzati e autorappresentati, senza alcun mito della “stabilità”, e anzi riflettendo nel proprio modus operandi la flessibilità e la precarietà esistenziale del moderno proletariato.

Questo nuovo “partito” somiglierebbe ad un organismo vitale, che respira allo stesso ritmo del movimento reale e che non aspira ad insediarsi nel potere costituito. Tenderebbe a restare allo stato liquido, alla condizione di “potere costituente”. E vivrebbe davvero solo laddove vi fosse conflitto e costruzione del nuovo; e, nel suo agire, non riconoscerebbe altra regola se non quella della lotta e della cooperazione sociale, contrapponendo la legittimità storica della ribellione alla legalità astratta dello stato.

Sarebbe un “partito” capace di vivere esso stesso come “comunità”, direttamente collegato al crescere delle comunità reali: intese non come municipalità ma come dinamica aperta di aggregazione territoriale degli individui in lotta per la difesa e la valorizzazione dei beni comuni. E, dunque sarebbe anche un “partito” dei “beni comuni”,  intesi non solo come “cose” ma anche, e soprattutto, come rapporti sociali “al di fuori del capitale”, ovvero come processi conflittuali di de-mercificazione e di conquista di beni, spazi, tempi, servizi, diritti per tutte e tutti.

Un “partito” così – che sarebbe, allo stesso tempo, movimento, sindacato e organizzazione politica; e che vivrebbe come una rete fisica di comitati e individui e una rete virtuale di comunicazioni e discussioni, fondata sulla auto-organizzazione e sulla auto-rappresentanza – sarebbe finanche difficile definirlo con la tradizionale parola “partito”, per il senso che questa parola ha acquisito nella storia moderna e contemporanea. Ma sarebbe esattamente questo: l’organizzazione politica degli interessi e dei bisogni della parte largamente maggioritaria della società, tendenzialmente il 99%. E sarebbe anche un partito “comunista”, perché oggi, forse più di ieri, il comunismo non è una formula a cui la società deve adeguarsi, ma può essere solo il “movimento reale che abbatte lo stato di cose presenti”.

E però ogni parola si porta dietro la sua storia. Ed oggi la prima di queste parole, “partito”, richiama l’autonomia e la distanza della politica dalla società, il parassitismo dei gruppi dirigenti, le rigidità della strutture, le gerarchie interne, l’omologazione alla società del capitale. E la seconda, “comunismo”, evoca la vulgata staliniana del collettivismo forzato, del culto della personalità, della vittoria della nuova borghesia tecnocratica contro la prima linea dei rivoluzionari del ‘17; evoca la miseria di massa e i privilegi economici e sociali dei dirigenti, il trionfo della burocrazia, del conformismo, del terrore, un’idea militaresca della messa in comune dei beni, che niente aveva a che vedere con l’estinzione dello stato e il trionfo della libertà dell’individuo sulle alienazioni della società capitalistica.

Dunque, pur adoperandoci in tutti i modi affinché queste parole siano liberate dalle incrostazioni di quella storia e della sconfitta che proprio da quella storia, o almeno anche da quella, è stata determinata, dobbiamo sapere che, ora come ora, esse sono davvero poco utilizzabili. Ci vorranno spazi, tempi e nuove pratiche sociali e politiche per restituire loro un senso positivo, e dunque utile. Qui e ora, occorrerà adoperare più i concetti che le parole. Forse controvoglia e per necessità, ma forse anche con la inedita possibilità di arrivare, attraverso la stessa riflessione critica sulle parole, al cuore vero delle questioni: e cioè al fatto che una società universalmente a misura di essere umano, per esser tale, dovrà tenere assieme, fin da subito, la libertà più piena delle persone, la uguaglianza sostanziale nella fruizione delle risorse e dei beni e la fraternità autentica sia nelle relazioni fra diversi e sia nella sfera quotidiana del vivere. Che poi questa società la si chiami comunista, socialista, democratica, o semplicemente “umana”, non è certo la cosa essenziale.

Letto 577 volte Ultima modifica il Sabato, 10 Maggio 2014 09:37