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Mercoledì, 15 Ottobre 2014 19:17

La casa rossa

Scritto da  Angela Maria Pelosi

La mia casa era rosa. Attaccata a quella di Antonio, cugino di mio nonno, che era rossa. Rossa, perché Antonio era comunista fin da ragazzo. Appena appena più povero di mio nonno (possedeva qualche moggio in meno), s’era messo col popolo lavoratore e la bandiera rossa proprio per riprendersi il pezzo di terra che gli mancava. Magari l’avrebbe tolto giusto a Nicola, mio nonno, amico dei democristiani e dei preti, sempre pronto a candidarsi alle elezioni comunali per fare il consigliere e il bell’imbusto al paese. Schifosi capitalisti! mentre lui sgobbava sotto il sole e al freddo, sui campi pietrosi, in lotta coi sassi per strappare uno straccio di raccolto e sfamare la casa! Undici bocche, perché i figli erano addirittura nove. Così ei faticava dalla mattina alla sera, e i signori in paese se la spassavano a promettere favori e piaceri alla gente in cambio del voto! E Nicola li aiutava pure! Non aveva mai voluto ascoltarlo, quando gli spiegava che quelli lo usavano, che lui non aveva nulla in comune con i perdigiorno che giravano in giacca pure d’estate. Nicola era come lui: apparteneva alla terra, ai cafoni. E avrebbe dovuto combattere dall’altra parte.

Mio nonno rideva. Era bello quando rideva. Il viso asciutto e abbronzato, gli occhi celesti celesti. E un ciuffo di capelli bianchi sulla fronte. Si avvicinava ad Antonio con fare accomodante, gli dava una pacca sulla spalla, gli offriva una sigaretta. Lo invitava a non prendersela più di tanto. Me li ricordo così, seduti uno a fianco all’altro, sul muretto dell’aia, mentre sbuffavano cerchi di fumo nell’aria ferma, con alle spalle il tramonto.

Antonio aveva per moglie Rosaria, una donnetta tutta ossa, vispa e intelligente, gran lavoratrice. L’aveva conosciuta una sera di festa, in un paese vicino, molti anni prima. Già vedovo di  Anna, che prima di morire di tisi aveva fatto in tempo a dargli due figli, si invaghì subito di quella donna piccolina. La notò alla processione. Cantava e recitava i salmi a memoria, e quando sollevava gli occhi ad implorare le benedizioni, gli sembrava la vergine in persona. I lunghi capelli biondi raccolti in due grosse trecce le coronavano un viso piccolo piccolo, sul quale spiccavano due occhietti acuti, il nasino all’insù, la boccuccia a cuoricino e due scocche rosse rosse sugli zigomi. Decise in un attimo che l’avrebbe sposata. E così fece l’estate successiva. Fu davvero fortunato. Rosaria si rivelò bravissima massaia: era parsimoniosa, sapeva organizzare la casa e i bambini, sapeva cucinare, lavare e  lavorare la terra. E poi sapeva leggere e scrivere. Glielo aveva insegnato il parroco, un’anima alla buona, che aveva passato tutta la vita ad educare i bambini di quel paesino sui monti, sepolto sotto la neve per buona parte dell’anno.

Teneva tutti i libri riposti in un cesto di vimini, Rosaria, lì proprio accanto al letto. E quando la stanchezza non era tanta, leggeva qualche pagina prima di dormire. Le conosceva già tutte quelle storie, le aveva lette e rilette, ma ogni volta le sembravano nuove e più belle. Il cesto era il suo tesoro. Antonio la guardava leggere rapita e un po’ la invidiava. Chissà cosa la rendeva così felice, fino a scacciare il sonno, e dopo la stanchezza della giornata…  Rosaria lesse tutta la vita. Certo, avrà leggiucchiato qualche storia anche dai libri di lettura dei tanti nipoti che col tempo affollarono la casa, ma i racconti del cesto restavano insuperabili. Da bambina, io correvo spesso da lei. Mi piacevano le storie che raccontava, le filastrocche che cantava, le zollette di zucchero che mi regalava se ero stata buona. E poi andavo da lei quando cucinava i maccheroni alla marinara. Niente di particolare, ma il profumo intenso di quel sugo non lo dimenticherò mai. Lo preparava per cena, per i figli e il marito che tornavano esausti dai campi. Dalla mia cameretta, che si trovava proprio sulla sua cucina, sentivo l’aroma dell’aglio soffritto nell’olio bollente e poi l’odore forte della passata che si miscelava con l’origano fresco. Irresistibile. Stimolava una voglia di maccheroni insostenibile, perfino in me, che ero una bambina inappetente. Scendevo allora di corsa da Rosaria, a darle una mano. La trovavo intenta a preparare la pasta. Era buffa con la farina sul naso e il gran fazzolettone bianco sulla testa a raccogliere i lunghi capelli. Mi legava presto un grembiulone alla vita e, dopo avermi lavato le mani, me le faceva immergere dentro il nido candido di farina, nel quale spiccavano le uova d’arancio dorato. La farina vellutata che scivolava tra le dita mi provocava una sensazione di voluttà, che mi faceva ridere in modo scomposto. E ridendo ci soffiavo sopra, e dopo un po’ la farina era ovunque, su tutti gli oggetti della cucina. Ma Rosaria mi lasciava fare e rideva con me. Quando era così felice le veniva di cantare filastrocche. Per un po’ io  rimanevo in silenzio ad ascoltarla. Poi, lentamente, cominciavo a ripetere le parole. Devo a lei la mia inclinazione a sognare, ad astrarmi in un mondo irreale, quando voglio nascondermi al mondo.

Alla tavola di Rosaria ero un’attrazione, il passatempo divertente di quando ancora si cenava senza la televisione. Ero molto più piccola degli altri, e tutti mi incitavano a mangiare. C’era chi scommetteva di finire i maccheroni prima di me e chi mi prometteva una zolletta di zucchero se finivo prima io. E così, spronata senza posa dai commensali affamati, anch’io mangiavo fino all’ultimo maccherone. Ricordo bene le facce dei figli e delle figlie di Rosaria. Avevano tutti i suoi occhi chiari, e le braccia forti di Antonio. Sembravano grossi alberi dal tronco robusto. Rosaria riempiva i loro piatti di pasta fumante, rossa di sugo denso e ricoperta col bianco formaggio di pecora appena grattato. L’odore si spandeva ovunque. Poi, quando avevano finito, tagliava il pane fresco a fette perché intingessero nel sugo rimasto in fondo al piatto. Riempiva con il fiasco di vino rosso tutti i bicchieri, e metteva al centro del tavolo la zuppiera di peperoni ripieni, appena fritti sul fuoco. Era un tripudio di colori e di profumi. E io assaggiavo tutto senza capricci, tra la meraviglia generale.

Dopo cena le figlie si spandevano nella stanza come tante formiche, ciascuna con un compito preciso: una sparecchiava, un’altra lavava i piatti, un’altra spazzava, un’altra riordinava il pentolame. Tutto veniva fatto in fretta,  per tornare a sedersi intorno al grande tavolo. Nel frattempo Antonio si accendeva una sigaretta e ravvivava il fuoco nel camino. Quando tutto era pronto, lo spettacolo aveva inizio. Ad un cenno di Rosaria, cominciavo a recitare le poesiole che mi aveva insegnato. Poi passavo al canto, ripetendo le sue filastrocche, ed infine il pezzo forte: il balletto. Imitando le ballerine che avevo visto il sabato sera in tivù, cominciavo a fare giravolte e saltelli, tra gli applausi e le risa degli spettatori. Il tavolo spazioso della cucina di Rosaria fu il mio palcoscenico per molto tempo. E la sua famiglia, il mio pubblico plaudente.

Lo spettacolo si interrompeva sempre sul più bello, quando mia madre veniva a prendermi. Tutte le volte me ne andavo piangendo e protestando. Soltanto le promesse di Rosaria di farmi ripetere l’esibizione l’indomani riuscivano a calmarmi, e a convincermi che era davvero ora di dormire. La mia mamma voleva molto bene a Rosaria, e per rispetto la chiamava zia, secondo le vecchie usanze, perché Rosaria aveva molti più anni di lei. Ricordo che non finiva mai di ringraziarla per avermi ospitato a cena, e per essere riuscita a farmi mangiare. Poi mi portava in braccio fino a casa nostra. Attraversavamo l’aia al chiaro di luna. Mi piaceva guardare il cielo stellato, ma evitavo di allungare lo sguardo oltre il tetto. La chioma nera della grande quercia mi sembrava un gigante immenso, pronto a strapparmi dalle braccia di mia madre.

Andavano a meraviglia i rapporti di buon vicinato, se non c’erano le elezioni. Quando iniziava la campagna elettorale, le cose cambiavano all’improvviso, e per tutto il tempo non mi lasciavano andare da Rosaria. Mio nonno mi diceva che era  pericoloso per me stare a cena coi comunisti, perché giravano voci che mangiavano spesso i bambini nelle loro riunioni. E mentre me lo diceva mi correva dietro con fare minaccioso, per spaventarmi. Io scappavo a nascondermi sotto il grembiule della nonna, che lo rimproverava di avermi fatto paura e lo minacciava con il mestolo. E mio nonno se la rideva a più non posso.

Ma la verità era un’altra. Antonio non votava come voleva mio nonno, neppure quando si candidava, e anzi gli faceva la campagna contro. Tutta la mia famiglia ci rimaneva male, perché in fondo si era parenti, e non si ci capacitava del fatto che la fedeltà a un partito, per giunta non rispettoso della Chiesa, potesse essere più forte dei vincoli di parentela. E così cominciava un periodo strano. Rosaria usciva sull’aia solo quando mia nonna rientrava, e i saluti dei figli a mio nonno e mio padre, quando passavano davanti casa nostra al ritorno dai campi, divenivano semplici cenni. Soprattutto Antonio non si fermava più a fumare con mio nonno sul muretto. Preferiva starsene attaccato alla radio ad ascoltare la telecronaca del giro d’Italia e il giornale radio. E più si avvicinava il giorno delle elezioni, più la tensione aumentava. Mi mancavano tantissimo i maccheroni alla marinara. Mi mancavano le filastrocche di Rosaria e lo spettacolo sul tavolo. Non vedevo l’ora che tutto finisse.

Due sere prima del voto, nonno invitava i suoi amici di partito per festeggiare la chiusura della campagna, e c’era un bel da fare a casa. Mia madre, mia nonna, tutte e cinque le mie zie cucinavano l’intero giorno per gli ospiti. Lasagne, polli al forno, arrosto di agnello e vino a volontà. Mio padre passava la giornata per costruire il tavolo per tutti. Inchiodava, avvitava, piallava, tagliava, assemblava, bestemmiava. La sera sull’aia troneggiava il tavolo più lungo che si fosse mai visto, rivestito con le tovaglie bianchissime e ricamate del corredo di nonna. L’ultima fatica che mio padre faceva, prima che nonno arrivasse dal paese con i suoi amici vocianti, era di appendere due o tre lampadine per l’illuminazione. Ed ecco, quando le accendeva, tutto prendeva il colore festoso di inizio estate. Il rosa degli  oleandri,  il bianco dei gerani sui davanzali, il rosso del vino nelle bocce, le striature arancio del gatto sulla sedia. Tutto era pronto. Mio padre faceva appena in tempo a ungersi i capelli di brillantina, che mio nonno arrivava. La festa aveva inizio nello stesso istante in cui tutte le luci della casa di Antonio si spegnevano. Era la sua protesta per la nostra gioia. Un cattivo augurio. In qualche modo uno schiaffo, perché le feste sull’aia, quando non c’erano le elezioni, le facevamo sempre insieme ed era così bello. A me piacevano di più quelle, perché avevo un pubblico tutto per me, che applaudiva al mio spettacolo; e poi Rosaria faceva da presentatrice e costringeva gli altri a stare attenti e zitti. Alle feste del nonno, invece, nessuno faceva caso a me. Così mi annoiavo e mi addormentavo sulla sedia a dondolo, guardando con tristezza il buio pesto che avvolgeva la casa di Rosaria.

Le volevo un gran bene a quella donnetta simpatica e un po’ mattacchiona. Anche lei me ne voleva. Così quando i miei uscivano a lavorare, e mia nonna e le zie erano intente a qualche faccenda, succedeva che correvo da Rosaria anche in tempo di elezioni. Bussavo piano e lei subito mi apriva, contenta di vedermi. Di solito era sola in casa, e potevamo cantare, imparare una poesia, fare un bel disegno. La zolletta di zucchero me la divoravo, tanto l’avevo desiderata nella lontananza forzata. Rosaria mi conservava anche i maccheroni alla marinara. Insomma, tra me e lei non cambiava niente. Soltanto non potevamo vederci apertamente per colpa di  Antonio e nonno Nicola, che si tenevano il broncio. Ma io rimanevo con lei finché potevo.

Soprattutto mi piaceva guardarla quando si pettinava. Era un rito che mi ammaliava. Dapprima tirava fuori dalla specchiera spazzole, fermagli e oli profumati, si sedeva e, dopo aver sciolto i lunghissimi capelli, che si spandevano sulle spalle come un velo, cominciava a spazzolarli per tutta la loro lunghezza. Arrotolava poi con cura le ciocche pettinate una per una, e per fermarle sul capo vi infilava, al centro, spilli di osso. Alla fine sembrava che sulla testa le fossero spuntati tanti nidi, e assomigliava alla chioma della grande quercia dietro casa, piena zeppa di nidi d’uccello. In ultimo, spazzolati tutti i capelli, ne srotolava la metà sul lato destro e, dopo averli unti con oli profumati, li intrecciava con sapienza. A sinistra, dalla testa abbassata, i lunghissimi capelli scendevano a terra a mo’ di cascata luccicante. Completato un lato passava all’altro. Infine prendeva entrambe le trecce e le arrotolava sulla nuca in un’unica crocchia, bloccando tutto coi  fermagli. E così ritornava ad essere Rosaria, ed io ero felice di ritrovare il viso conosciuto. Con i capelli sciolti mi sembrava un’altra: una strega o una fata del bosco uscita dai suoi libri. Guardandola ero avvolta da uno strano sbigottimento. Eppure, assistere al rito della pettinatura di Rosaria per me era un incanto, un momento straordinario. Credo che per nulla al mondo avrei rinunciato a quella eccitazione.

Intanto arrivava la sera prima del voto. Se erano elezioni comunali, mio nonno rimaneva a casa, rispettoso del divieto di chiedere il voto a campagna elettorale chiusa, ma mandava in giro tutta la famiglia, a fare quello che lui, da candidato, non poteva fare. E così nonna andava a trovare la comare Teresa con una scusa, mio padre si recava in paese a bere in trattoria con gli amici, cosa che faceva molto di rado, e mia madre con le zie invitavano a casa le ragazze della contrada a sentire i dischi di Sanremo e a mangiare una fetta di torta alla crema. A me, nonno affidava un compito molto delicato: spiare cosa succedeva a casa di Antonio. Allora, fiera di avere una missione importante, mi acquattavo dietro il vaso dei gerani sul balcone, al buio, e aspettavo, guardando fisso all’uscio illuminato. Mi sentivo il cuore in gola. Respiravo piano, immobile. L’aria calma amplificava i rumori del vicino bosco. Il ruscello gorgogliava allegramente, il gufo verseggiava monotono e, dalla parte opposta del querceto, l’usignolo si beava dei suoi infiniti virtuosismi. Aspettavo che accadesse qualcosa. E la cosa accadeva. Dal buio dello stradone emergevano tre omoni scuri scuri, con grossi cappelli, e lunghi baffoni ritorti. Antonio usciva ai primi latrati del cane, per andare loro incontro, accoglierli con un abbraccio e accompagnarli in casa. A quel punto mi precipitavo da nonno a dare la notizia. Lo vedevo scurirsi in volto, preoccuparsi. Poi, facendomi un piccolo sorriso, mi rimandava al mio posto di osservazione, ad ascoltare cosa dicessero ad Antonio. Ma per quanto appoggiassi l’orecchio al muro, o sul pavimento della mia camera, non riuscivo a sentire distintamente le parole. Capivo soltanto che ridevano, mangiavano ed erano contenti. Si sentiva Rosaria che comandava alle figliole di fare questo o quello, ogni tanto arrivava il buon aroma del sugo alla marinara, ma non arrivavo ad udire niente di preciso. Ligia al mio dovere di  sentinella, mi ostinavo a rimanere lì. Ma finiva sempre che mi addormentavo sotto i raggi della luna, cullata dal canto degli uccelli notturni. Mia madre mi veniva a recuperare per mettermi a letto. Quelle sere avevano un sapore amaro per me. Era come se tradissi i miei amici più cari, spiandoli. Però i comunisti mi incuriosivano tantissimo. Nonno me li dipingeva come omoni grossi, brutti, baffuti e cattivi. Ma per quanto fossero grossi e baffuti gli amici di Antonio, mi sembravano brave persone. Abbracciavano Antonio e la sua famiglia con affetto sincero, e si accontentavano di una cena normale e, forse, di un bicchiere di vino. Niente di più. Non avevo paura di loro ed ero contenta che assaggiassero anche loro i maccheroni di Rosaria. 

La domenica mattina era un inferno. Tutti si svegliavano prestissimo. Nonno si sbarbava, indossava la camicia buona, fresca di bucato e se ne andava di buon’ora in paese. Era necessario andarsi a piazzare davanti al seggio, per guardare negli occhi  le persone che entravano a votare e scoprire se erano state sincere nel promettergli il voto. Tutti noi ci vestivamo a festa e lo raggiungevamo poco dopo in paese. Antonio, Rosaria e i loro figli facevano una strada diversa, per non incrociarci. La tensione era tanta. Ma presto tutto sarebbe finito.

Al solito il partito di nonno Nicola risultava vincitore, nonno era eletto, e se non era candidato lui, comunque vinceva. E Antonio e i suoi erano sconfitti. La festa che organizzavamo per nonno era grande. La nostra casa si riempiva di tanta gente. Si aprivano bottiglie di spumante, si sparavano botti, si ballava sull’aia. Antonio chiudeva la porta e non permetteva a nessuno di uscire. Sfogava la rabbia mettendo a tutto volume la radio, cercando di disturbare la musica del nostro giradischi. Così la voce di Ruggero Orlando, in collegamento da Nuova York, si confondeva con quella di Gianni Morandi e le note del rock’n’roll. Era bellissimo. La festa finiva a notte fonda. Tutti andavamo a letto esausti. Nonno no. Aspettava che tutti dormissero, andava a cogliere in giardino un po’ di limoni, li poneva in un cestino, li adornava perbene con foglie fresche, e li andava a riporre davanti alla porta di Antonio. Il difficile era rabbonire il cane, che di solito dormiva proprio davanti all’uscio. Ci doveva sprecare sempre un bell’osso di prosciutto, che rubava dalla cantina. Il mattino dopo, come Antonio apriva la porta per andare ai campi e vedeva invece i limoni, erano urle e bestemmie. Imprecava a voce altissima, affinché il cugino lo sentisse ben bene. Ma nonno faceva finta di nulla, come se mai e poi mai sapesse dei limoni. Si affacciava, guardava Antonio col cesto in mano, e gli chiedeva, tutto ossequioso, di abbassare la voce ché tutti dormivano. E poi, con tono accomodante, lo invitava a considerare che in fondo i limoni erano utili in casa; e dunque doveva essere contento che qualcuno glieli avesse regalati. Antonio allora non ci vedeva più e glieli tirava addosso, come pietre. Ma nonno faceva giusto in tempo a chiudere la finestra sotto la pioggia dei proiettili gialli. 

La riconciliazione arrivava dopo qualche settimana. L’aria si faceva più calda, e trattenersi sull’aia sotto la brezza fresca della sera diventava un piacere irrinunciabile. Ah, come lo sento ancora quel debole venticello che spirava da nord e trasportava odori di fieno e di erba tagliata di fresco... Cominciavano le mie zie e la figlie di Rosaria a fermarsi. Il loro cicaleccio e le risatine mal trattenute si spandevano tutt’intorno. Poi arrivavano i figli di Rosaria, che, freschi di bagno profumato, si stendevano sui dondoli, a rinfrancarsi della fatica del giorno. Mio padre veniva a rincorrermi per farmi mangiare la frutta e coprirmi di coccole, poi si sistemava sulla sdraio a guardare la luna. Mia madre, nonna e Rosaria arrivavano dopo aver rassettato. Così, un po’ per volta, sera dopo sera, tutto tornava come prima. Il mio pubblico si ricomponeva, più numeroso che mai, senza contare che il vantaggio delle sere d’estate era che duravano all’infinito. Cantavo, ballavo, recitavo, facevo inchini e piroette, fra applausi e complimenti. Per ultimi si presentavano sull’aia nonno Nicola e Antonio. L’uno da una parte l’altro dall’altra, se ne stavano tutto immusoniti. Poi d’improvviso, senza accorgersene, si rivolgevano la parola e, poco dopo, si ritrovavano seduti vicini sul muretto. A fumare una nazionale col filtro. A parlare dei russi e degli americani. 

In quelle sere sono stata felice come non lo sono stata più nella vita. Ci ripenso spesso. Ci ripenso quando ho voglia di qualcosa che non ho. Quando ho bisogno di ritrovarmi e di ritrovare il senso. La casa rosa e la casa rossa stanno ancora lì, sotto la grande quercia. Nessuno le abita più. Ma il pezzo di cielo che le copre è lo stesso di allora. E le stelle non si sono spostate nella loro fissità siderale. E il gufo e l’usignolo continuano a stare nel bosco vicino. 

Abito altrove. Ma la mia casa è quella rosa. Sotto la grande quercia. Abbracciata alla casa rossa di Rosaria.    

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