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Lunedì, 18 Aprile 2016 18:26

Il maccaturo

Scritto da  Redenta Formisano

Mi piace raccogliere storie della nostra storia e raccontarle, mi piace ritrovarmi nelle vite di altri, impastarmi in altri tempi, intrecciarmi nei dolori e nelle gioie, sentire il ritmo di parole che mi arrivano da una casa, da una strada, da una stanza deserta o da una preghiera, parole che raccontano esperienze, paure, speranze diverse dalle mie. Eppure mie. E così ricordo la prima comunione. Non la mia.

Ma la storia mi appartiene

             Era tutta colpa di mia zia, lei e la sua fissazione per la prima comunione

           "Ormai sei grande, hai undici anni, non si può più aspettare". Mi aveva costretta ad andare ogni pomeriggio a casa sua, per tutto maggio e tutto giugno, mi aveva insegnato le preghiere, che avevo dovuto imparare a memoria, alcune perfino in latino. Le ripetevo come una cantilena Ave Maria gratia plena, e lei mi correggeva se dicevo arapra nobis, se sbagliavo una di quelle strane parole. Mia mamma aveva acconsentito, senza neanche pensarci, perché sapeva che la sorella maggiore era testarda e se si metteva una cosa in testa si doveva fare, in ogni modo, come diceva lei. Per questo non aveva tentato neanche di opporre un minimo di resistenza. "Va bene, la farà a luglio, Mimma, la prima comunione alla Chiesa di santa Maria delle Vergini". E non ci aveva più pensato, presa com'era da ben altre preoccupazioni, con sei figli da crescere, in tempo di guerra, con il marito che, pur essendo un bravo meccanico, lavorava all’aeroporto, portava a casa un minimo stipendio e stava sempre in prima fila, quando si trattava di sbraitare contro il Duce. Ogni settimana, mia madre, andava in campagna a vendere pezzi del suo costoso corredo, cercando di ottenere una bella quantità di fagioli, uova e farina, in cambio delle asciugamani con le frange, che risalivano alla fine del secolo. Non ci aveva più pensato, presa com’era dall’angoscia per il destino di tanti giovani, nipoti, cugini, amici, di cui non si aveva notizia. Lei cercava in tutti i modi di non farcela pesare, quella terribile guerra. Mio padre, invece, da qualche giorno sembrava ringiovanito e la sera si chiudeva in uno stanzino, insieme a una decina tra uomini e ragazzi che mia zia definiva dalla testa calda, a sentire radio Londra. A loro si univa spesso anche mia madre: “Ci siamo - diceva ogni tanto mio padre – sono sbarcati e noi siamo pronti”. E faceva gestacci contro il podestà, contro il Duce e i tedeschi. Si sentiva un combattente, anche se in guerra non c’era andato per il suo lavoro all’aeroporto. Durante gli anni precedenti la guerra, ne aveva dovuto bere di olio di ricino! Fortuna che non l’avevano spedito al confino, come tanti altri che mia zia definiva facinorosi.

         Al solo pensiero di tutti i parenti in guerra spuntavano le lacrime perfino a lui, che faceva finta di non commuoversi mai.

         Molte cose mi piacevano di quella preparazione alla prima comunione, innanzitutto i confettini che mia zia mi faceva trovare, alla fine di ogni lezione, adagiati in un fazzolettino ricamato dalle monache. Non me ne toccavano più di tre di quei cannellini, così si chiamavano per la loro somiglianza con i fagioli, ma io li facevo durare tanto tempo, sciogliendoli in bocca molto, ma molto lentamente. E venne il fatidico giorno, tutta colpa di mia zia! Ci doveva pensare lei al vestito e soprattutto alle scarpe. "Mamma, e le scarpe? – chiesi, dopo aver indossato un vecchio abitino bianco ingiallito e di lanetta, che mia madre teneva in gran conto, perché proveniva dall'America e lei lo aveva indossato a Brookkolino e poi era passato alle mie sorelle. Era piena estate e con quell’abito avrei sentito senz’altro caldo, ma non avevo scelta. La tragedia cominciò quando mi presentò le vecchie scarpe di pezza, logorate alle punte, che lasciavano intravedere l'alluce. Mi ero mantenuta serena e in pace con tutti per il grande giorno, come mi aveva raccomandato mia zia, mi ero confessata dal prete Cicalese che mi aveva chiesto se avessi detto chi t’è morto e stramuorto, ma davanti a quelle scarpe non mi trattenni e cominciai a piangere e a imprecare. Quando mi accorsi che le mie lacrime non sortivano alcun effetto e che tutti in casa sembravano presi da altri pensieri, presi ago e cotone dal cassettino della vecchia macchina da cucire e cominciai a rammendare alla meglio. Poi tirai fuori dallo stipone la boccettina con il bianchetto, con meticolosa precisione cercai di coprire, spalmando il liquido bianco con il pennellino, le cuciture. Avevo ancora gli occhi rossi di lacrime quando giunsi in Chiesa. Avevo immaginato grandi cose per la mia prima comunione, si trattava di un giorno speciale e tanto atteso, ma nessuno badò a me. La cerimonia fu veloce, recitai ad alta voce il Salve regina, mater misericordiae, presi l'ostia e grande fu la mia gioia quando, tornando a casa incontrai la signora Esterina che mi venne vicina, mi baciò sulla fronte, mi fece gli auguri e mi invitò a mangiare a casa sua. Non avrei potuto ricevere regalo più bello. Giunse troppo scura la sera di quel giorno, scuro il Vesuvio da lontano e scuri i volti dei miei familiari, quando tornai a casa. Napoli era stata bombardata, il fumo si vedeva fin dalla terrazza della nostra casa. Che giorno scuro fu quello della mia prima Comunione! Il sapore della crema preparata dalla signora Esterina mi saliva in gola, alla vista delle lacrime di mia madre. Tutti avevano paura. Le bombe caddero durante la notte. Noi non dormivamo. Eravamo seduti nella grande stanza a piano terra, mia madre per distrarci ci diceva che quelle luci che illuminavano il cielo le avremmo riviste, finita la guerra, durante la festa della Madonna delle vergini e ci raccontava di com’era bella quella festa, con la banda, le bancarelle e i fuochi d’artificio. Però aveva lo sguardo altrove, mia madre e ogni tanto   si affacciava e guardava il cielo. Fu scura anche quell'alba di luglio, quando si contarono i morti. Io, insieme alle mie sorelle e alle bambine del   vicolo corremmo fin dove iniziava la campagna, ci mischiammo alla folla di donne che urlavano. Arrivammo fin dove era caduta una delle bombe di quella notte, ma non riuscimmo a vedere i morti. Io recitavo a memoria requiem aeternum dona ma mi chiedevo quando noi avremmo avuto un po’ di pace, che per me significava cibo, pane, giochi nel cortile, vicino al monumentale pozzo e poter partecipare alla festa della patrona di Scafati, dagli occhi di tortorella, fra le donne la più bella. Appena giunsi a casa, mi avvicinai al grande portone che dava nell'atrio del municipio, accanto alla scuderia dei Wenner. Era socchiuso e lo spinsi con forza. Al centro dell’atrio c’era il grande monumento, con la vittoria alata che sfida il cielo con la sua spada. Distolsi lo sguardo e, a terra vidi un maccaturo, un fazzolettone a quadri rossi e blu, di quelli che si usavano in campagna e in cui si mettevano scarole e broccoli, legando i quattro pizzi. Mi avvicinai, sperando che qualcuno lo avesse dimenticato lì, pieno di fagioli o di minestra nera, che mia madre cucinava proprio bene, con i pomodorini. Delicatamente scostai un lembo del maccaturo. Vidi solo la manina e il braccio. Lo avevano messo lì, nel maccaturo, il bambino, la più piccola vittima dei bombardamenti. Solo dopo, nella penombra dell’atrio, vicino alla statua eretta in memoria dei caduti, vidi gli altri morti allineati, stesi a terra. Prima di ricoprire il bambino con il lembo del maccaturo, gli guardai il viso.

         Quella sera non riuscii a recitare la preghiera: angelo del cielo che sei il mio custode. No, non ci riuscii proprio.

         Dopo pochi giorni, mio padre, insieme agli uomini che mia zia definiva dalla testa calda fece in modo che gli alleati attraversassero un piccolo ponte a nord del paese. I tedeschi furono presi alle spalle. La battaglia fu breve.

         Il ponte sul fiume, l’ultimo che non era stato fatto saltare, fu salvo.

         La nostra città finalmente libera.

         Per tutta la notte succhiai i confettini che mia zia mi aveva regalato in abbondanza. La gioia della liberazione la conservo nel palato ed ha il sapore dolce e profumato di quei confetti detti cannellini.

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