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Martedì, 05 Aprile 2016 18:18

LA CAUSA

Scritto da  Sabato Dioguardi

 

Non appena sveglio guardò, come tutte le mattine, fuori dalla finestra. Lo trovò ancora lì, alto, fronzuto, le foglie sfavillanti di verde sullo sfondo del cielo azzurro illuminato dal sole, a poca distanza dal confine dell’orto, che si stagliava con la sua imponenza nel quadrato della finestra della stanza da letto. Il tronco inferiore più largo e panciuto, la parte più alta longilinea divisa in robusti rami ricoperti dal fogliame folto, la cima leggermente ondeggiante sembrava salutarlo come si fa con un vecchio amico.

Lì era nato, nella casa dei suoi genitori, dove era rimasto dopo essersi sposato e dove era nato suo figlio Luigi; e lo aveva trovato già lì quell’albero, allora esile e slanciato. Lo aveva visto poi crescere e irrobustirsi negli anni, resistere alle intemperie e agli attacchi degli elementi naturali. E un fulmine, che lo aveva colpito durante un violento temporale, era riuscito soltanto a bruciacchiare la sua scorza ruvida e rugosa. Le bruciature lasciate dal fulmine sembravano adesso una medaglia conquistata dopo una battaglia combattuta con valore.

Ogni mattina Rocco guardava dalla finestra sperando di non trovarlo piĂą, proprio come faceva suo padre quando era vivo.

Il suo povero papà, infatti, aveva per tutta la vita tentato di convincere il proprietario dell’albero ad abbatterlo: perché era chiaro che si trovava ad una distanza dal confine del suo orto inferiore a quella di legge! Era un torto, e lui non era disposto a subirlo! L’albero, un olmo nato spontaneamente, forse seminato da qualche uccello che aveva espulso i semi inghiottiti in qualche altro campo, in realtà non procurava danni, non gli riempiva l’orto di foglie secche come altri alberi perché era sempre verde; le radici non si allungavano nel suo terreno, e suo figlio da piccolo si divertiva a sentire gli strilli degli uccellini che strepitavano dai nidi costruiti sui rami. Però, il fatto di sapere che non rispettava la legge, e che quindi gli toglieva il diritto ad averlo più lontano dalla proprietà, lo infuriava, lo considerava un’offesa alla sua terra, con la quale aveva un legame quasi da marito e moglie. La distanza troppo breve sembrava un insidioso approccio galante alla sua donna, la vicinanza tentatrice di un donnaiolo alla ricerca di una conquista proibita. Come tutti i contadini, teneva per sacro ed intoccabile ogni centimetro della sua terra; ed ogni mancanza di rispetto per essa la considerava un’offesa personale.

Così periodicamente, pur non arrivando a liti tali da guastare definitivamente i rapporti, aveva lunghe discussioni col vicino, tentando di convincerlo a toglierlo. Aveva anche pensato di rivolgersi ad un avvocato, ma, poi, ritenendo quasi un disonore affidare ad altri la soluzione di della questione, aveva preferito continuare con le invettive e le periodiche minacce di abbatterlo, un giorno o l’altro. con le sue stesse mani.

Alla sua morte, Rocco aveva ereditato, oltre alla casa e all’orto, anche quella guerra santa contro l’olmo; e con i proprietari aveva lo stesso tipo di rapporto di suo padre: un buon vicinato, ma funestato ogni tanto da discussioni e minacce di non farglielo più trovare in piedi, un giorno o l’altro. Neanche la moglie, morta qualche anno prima, era riuscita a convincerlo a lasciar perdere, ché dopotutto era anche l’albero una creatura di Dio, e non sarebbe stato giusto distruggere una vita nata forse per volontà superiore.

Qualche mese dopo la morte della moglie, spinto dalla tristezza della casa priva di una voce femminile, e soprattutto per alleviare in parte i disagi del figlio adolescente, si decise a chiedere in moglie proprio la figlia dei vicini proprietari dell'albero, più o meno della sua età e mai sposata. Ricevette però un garbato ma deciso rifiuto, che lo ferì profondamente, anche perché non era il primo. Infatti suo padre, non trovando di ostacolo l'astio per l'albero, e anzi pensando che quella potesse essere una soluzione per ottenere due piccioni con una fava, aveva proposto già a suo tempo di far sposare i figlioli. Del resto, la vicina era un buon partito, i suoi genitori erano proprietari di terreni confinanti con i suoi, ed essi erano già stati destinati a lei come quota di eredità. Unendo i fondi il figlio avrebbe potuto avere prospettive economiche più solide. Nel profondo dell’animo suo sperava anche che suo figlio gli avrebbe dato la soddisfazione di abbattere l'albero. La famiglia di lei aveva ben accolto la proposta, poiché riteneva che la ragazza avesse bisogno di un marito. Naturalmente occorreva un marito lavoratore, serio, che non dissipasse il frutto delle loro fatiche, e Rocco sembrava il marito ideale perché conoscevano il suo attaccamento alla terra e la sua serietà. Non erano però riusciti a convincere la figlia, che aveva opposto un deciso rifiuto. Il naufragio del progetto matrimoniale, seppure aveva fatto infuriare il padre, accentuando l'astio verso l'albero ed i vicini, ferì solo di striscio l'orgoglio maschile di Rocco senza lasciare ferite profonde, soprattutto perché egli aveva già trovato colei che aveva saputo far venire fuori i sentimenti nascosti sotto la sua ruvida scorza contadina. Una volta sposato, Rocco aveva dedicato tutta la sua vita alla famiglia ed al lavoro, sempre restio alla vita sociale; e quando rimase solo non aveva una cerchia di conoscenza che poteva consentirgli facilmente una nuova moglie. Si era quindi incamminato sulla strada più semplice e breve, conoscendo già la donna e la sua famiglia, e avendo avuto con lei qualche giorno di superficiale familiarità nei giorni della morte della moglie, quando ella si era prestata, da buona vicina, ad assicurare i pasti per lui ed il figlio. Ma era venuto questo secondo, inaspettato rifiuto. Diversamente dalla prima volta, si sentì ferito profondamente. Provò un misto di umiliazione e di rabbia.

E così quel pomeriggio osservò l'albero più trucemente del solito, mentre rimasticava le parole di rifiuto della donna. E l’albero sembrò incarnare, tutt'assieme, il fardello dei problemi che aveva pensato di risolvere col nuovo matrimonio, l'umiliazione del rifiuto e l'offesa per la sua terra. Il fruscio delle foglie, che sembrava mormorargli frasi di scherno, il dondolare lento dei rami, che sembrava un saluto irridente, e la vista della bruciatura sulla corteccia causata dal fulmine, che sembrava rispecchiare quella che egli si sentiva dentro per quel crudele rifiuto, furono il propellente di una forza inarrestabile. Si cambiò in fretta e furia, bevve il caffè dimenticandosi di zuccherarlo ed uscì di casa, stramaledicendo l’albero anche per il sapore acre del caffè. Si recò difilato dall’avvocato. Avrebbe vendicato tutti i torti subiti, e certo si sarebbe guadagnato gli elogi orgogliosi di suo padre quando, un giorno o l’altro, lo avrebbe rincontrato nell’aldilà.

L’avvocato Papaleo, fisico asciutto ed agile, con i capelli quasi del tutto ingrigiti, il volto affilato e sempre allegro, era un vecchio avvocato, stimato in paese soprattutto per la saggezza che spesso aveva evitato ai suoi clienti cause inutili. Era vedovo anch’egli, e con un figlio intenzionato a seguire le orme paterne nella professione forense. Quando vide Rocco nella saletta di attesa quasi gli sfuggì un sorriso di soddisfazione: in tanti anni di professione aveva avuto come clienti quasi tutte le famiglie del paese, ma mai qualcuno della famiglia di Rocco. Pensò che prima di andare in pensione era una bella, seppur moderata, soddisfazione completare il mosaico della sua clientela. Lo fece accomodare nello studio, le cui pareti erano interamente coperte da librerie zeppe di libri, sedendosi dietro la scrivania ingombra di codici e carte.

Rocco, intimidito da un ambiente che incuteva soggezione per la severità dell’arredamento, e forse quasi spaventato dell’arditezza della sua decisione, stava per lasciare l’avvocato alle sue carte e andarsene; ma poi, sollecitato dalla bonomia e dai modi garbati di questi, si decise ad esporre il suo caso.

L’avvocato Papaleo, che ne aveva viste di cotte e di crude nei Tribunali e nei trent’anni di professione, tentò blandamente di dissuadere Rocco dall’intraprendere una lunga e costosa causa per una questione di tale pochezza. Forse la cosa poteva risolversi con un po’ di buon senso, senza scocciare i giudici che avevano questioni di ben altra importanza da trattare. Ma non riuscì a convincere Rocco. D’altronde egli non difendeva le sue argomentazioni con la solita determinazione e sicurezza, forse intimamente convinto che quel pover’uomo meritasse almeno quella la soddisfazione. Lo sapeva che Rocco non ne aveva avute molte di soddisfazioni nella vita.

Rocco firmò la procura, versò l’acconto richiestogli, e quando uscì dallo studio si sentiva più leggero e allegro, quasi vedesse già l’albero sparito dal paesaggio della sua casa, con lo spazio rimasto vuoto riempito dalla mortificazione dei vicini. Nelle prime ombre della sera, mentre lo osservava con aria di sfida, gli sembrò di vedere il volto di suo padre apparire tra i rami dell’olmo con un sorriso di approvazione.

Qualche mese dopo seppe dall’avv.to Papaleo che purtroppo la sua causa sarebbe cominciata con ritardo perché il Tribunale competente, cioè la sezione distaccata del Tribunale del capoluogo, era stata accorpata al Tribunale principale, e tutte le pratiche sarebbero state trasferite lì. Essendo ancora in corso il trasloco degli uffici, ci sarebbe voluto ancora tempo per cominciare.

In un primo momento Rocco pensò che si trattasse di un pretesto dell’avvocato per scucirgli qualche altro acconto, perché, si sa, gli avvocati più dura la causa più soldi ti spillano; ma poi, sentendo le lamentele dei commercianti che avevano i loro negozi nei pressi del Tribunale, si convinse che la ragione del ritardo era vera. Infatti, lo stuolo di avvocati che la mattina si recava in Tribunale non passava più dal solito bar, non comprava più il giornale all’edicola lì vicino. L’unico contento era il titolare della ditta di traslochi, cui era stato affidato il trasporto dei mobili e dei faldoni.

Così Rocco, pur masticando amaro, si dispose con animo più tranquillo, ma comunque teso, ad attendere l’inizio della sua causa. Sei mesi dopo (s’era a giugno) ricevette la telefonata della segretaria dell’avv. Papaleo che gli annunciava la prima udienza della sua causa: era stata fissata a gennaio dell’anno dopo. E quel giorno, se voleva, poteva andare in Tribunale per comparire davanti al giudice designato insieme all’avvocato. Dopo la telefonata, lo stato d’animo di Rocco oscillava tra la fiduciosa attesa del giorno stabilito e la perplessità di dover aspettare altri sei mesi prima che potesse avere finalmente la sua soddisfazione. Ma in ogni caso, pensò, dopo aver passato tanti anni, sei mesi in più non contavano niente.

Finalmente il giorno dell’udienza arrivò. Rocco, data un’ultima occhiata all’albero quasi fosse quella definitiva, passò dal barbiere per farsi sistemare testa e faccia, tornò a casa per indossare il vestito di quando si era sposato, si spruzzò qualche goccia di profumo della moglie rimasto dopo la sua morte inutilizzato, e si avviò al Tribunale. Lo raggiunse prendendo compuntamente il treno delle nove e sedici. L’avv.to Papaleo arrivò dopo circa mezz’ora, con la sua borsa gonfia di carte, leggermente claudicante per una piccola paralisi avuta un mese prima e da cui si era ripreso a fatica. Lo accompagnava il figlio, che nel frattempo s’era iscritto all’albo degli avvocati e lo aiutava nel lavoro.

Insieme si avviarono all'ingresso del palazzo di giustizia, un vecchio castello fatiscente appartenuto ad una locale dinastia di nobili, che proprio per la sua originaria destinazione, nonché per la scarsa manutenzione, mal si adattava alla sua nuova seppur prestigiosa funzione. L’aula dove si trovava il giudice che doveva trattare la causa era posta in un sottoscala al piano terra, alla fine di un corridoio lungo e stretto il cui intonaco tra scrostature e rappezzi sembrava un campo minato in cui fossero già esplose tutte le mine. Era ingombro di armadi, che uno stuolo di persone aprivano e chiudevano, affaccendati a cercare carte. Sostavano anche gruppetti di avvocati con i loro clienti, accalorati nelle discussioni. Il giudice, seduto dietro una scrivania troppo piccola per lui (data la sua stazza), cercava di tenere a bada la folla di avvocati che si accalcava brandendo fascicoli e documenti.

Rocco dopo qualche minuto passato ad osservare l’agitarsi dei presenti, vide l’avv. Papaleo parlottare con l’avvocato dei proprietari dell’albero, e poi avvicinarsi al giudice. Parlò con lui a bassa voce e dopo aver scritto qualcosa su di un foglio, lo invitò a seguirlo fuori dall’aula. E lì fuori si sentì dire, come fosse la cosa più normale del mondo, che l’udienza era stata rinviata a quattro mesi dopo...

Mentre tornava in treno Rocco si stropicciò più volte i capelli grigi per cercare di scuotere dalla mente la gran confusione provocatagli dalla sua prima esperienza giudiziaria, poiché l’avvenimento se l’era immaginato del tutto diverso. Nei mesi precedenti aveva provato addirittura dei discorsi per poter esprimere al giudice, con le parole più adatte, tutta la sua rabbia, il dolore per il torto che subiva da tanti anni, e prima di lui il padre, e per invocare finalmente giustizia. S’era convinto che il giudice non avrebbe mancato di dargli ragione e avrebbe subito posto fine a quel tormento che gli avvelenava la vita.

Le cose però erano andate molto diversamente. Non era riuscito neanche a parlare col giudice, di cui aveva a malapena intravisto, tra la calca della stanza, la testa completamente calva e sudata.

Qualche giorno prima della seconda udienza, fu chiamato dalla segretaria dell’avvocato. Gli faceva sapere che essa non si sarebbe tenuta, in quanto il giudice che trattava la causa era stato trasferito e quindi tutte le cause a lui affidate venivano rinviate in attesa dell’arrivo del sostituto. L’avvocato avrebbe poi fatto sapere la data del rinvio.

Lo sconforto di Rocco questa volta si diluì nella convinzione che forse era meglio così, perché la testa di quel giudice, intravista la prima volta, non gli era piaciuta, sembrava una mela avvizzita, rugosa. E poteva essere che non conteneva per nulla la capacità di soddisfare le sue aspettative...

Passarono altri sei mesi prima che ricevesse la comunicazione della data della nuova udienza, e i circa due mesi che mancavano non furono un peso per Rocco, ormai convinto che nel cambio del giudice ci avrebbe guadagnato.

Il giorno dell’udienza si ripeté lo stesso rituale della prima volta: con lo stesso treno raggiunse il Tribunale dove incontrò l’avv. Papaleo all’ingresso, sempre accompagnato dal figlio e dalla sua borsa gonfia di carte.

La confusione che aveva trovato la volta precedente sembrava essere ancor più grande: il cortile dell’ingresso sembrava un formicaio per l’andirivieni delle persone, il corridoio ancor più affollato, ed era ancora più difficile districarsi nella folla che sostava, gridava, gesticolava. L’aula sembrava ancor più angusta perché la calca rendeva difficile perfino superare la soglia di ingresso. All’interno il giudice era nascosto dagli avvocati che, assiepati davanti alla scrivania, cercavano di attirarne l’attenzione. Questa volta Rocco intravide una testa grigia e ogni tanto udì una voce tonante che cercava di ammansire, ma inutilmente, l’effervescenza del brusio.

Anche questa volta vide che, dopo aver confabulato tra loro e scritto qualcosa su di un foglio, il suo avvocato e quello della controparte si chinavano a parlare col giudice, che a sua volta scrisse qualche riga sul foglio, e si congedavano da lui affabilmente. Una volta fuori, l’avv. Papaleo, frettolosamente perché aveva altre cause da discutere, gli spiegò le ragioni di quest’altro rinvio, a circa cinque mesi dopo: il giudice doveva istruire la causa, nominare un CTU, sentire testimoni ecc.. Rocco non ci capì molto, sia per la frettolosità nel parlare dell’avvocato, sia per l’uso di termini a lui assolutamente sconosciuti.

Uscendo si soffermò a guardare il cortile del Tribunale, di forma quadrata, con intorno un portico intervallato a distanza regolare da archi, ai cui due angoli di sinistra, si allungavano due ampi scaloni in pietra. Al centro del porticato era posto lo stemma nobiliare della famiglia cui era appartenuto l’edificio, e nell’androne vi era un marmo con incise frasi in latino e un altro stemma. A sinistra dell’androne vi era il posto di guardia, e chi entrava doveva passare per sottoporsi ai controlli delle macchine, al momento non in funzione.

In treno Rocco ripassò una per una tutte le parole pronunciate dall’avvocato, ma nonostante l’impegno non riuscì a comprendere perché il giudice avesse bisogno di altri cinque mesi per riflettere su una questione tanto semplice. Si trattava, alla fine, di far abbattere un albero!

Con uno stato d’animo simile a quello della prima volta, tornò a casa e si mise ad osservare l’olmo, che pacioso e tranquillo agitava le foglie dei rami. Sembrava proprio contento di essere scampato anche stavolta ai fulmini della legge...

Nei mesi che seguirono ci fu una crisi politica a livello nazionale, che sfociò nell’indizione di nuove elezioni politiche, e le votazioni furono fissate proprio nel periodo in cui doveva tenersi l’udienza di Rocco; e poiché il tribunale del capoluogo, oltre ad essere sede elettorale, era anche sede della Commissione Elettorale che verifica la regolarità degli scrutini, le cause fissate in quel periodo furono rinviate d’ufficio a due mesi dopo le elezioni.

Rocco ricevette la notizia quindici giorni prima della data fissata per l’udienza, Al telefono era la nuova segretaria dell’avv. Papaleo, che aveva sostituito la precedente andata in pensione. Dopo il primo momento di smarrimento, passò il resto della giornata a stramaledire la politica ed i politici che gli avevano regalato altri due mesi di ansia a causa delle loro beghe.

La notte dormì poco e male. Lo stormire delle foglie che udiva in lontananza sembrava un sussurro di scherno che l’olmo indirizzava a lui. Fu anche sfiorato dal dubbio che forse aveva ragione sua moglie buonanima: che cioè se l’albero era nato per volontà superiore forse sarebbe rimasto per sempre li dov’era, non potendo nessuna volontà umana piegare quella divina. Ed i segni premonitori di quella verità Rocco li intravedeva tutti: il trasferimento del tribunale, il trasferimento del giudice, le elezioni anticipate... Riuscì a prendere sonno alle prime luci dell’alba, quando ragionando dentro di sé arrivò alla conclusione che in alcuni casi anche la volontà divina può mutare indirizzo, come quando il Signore manda una malattia ad una persona e poi la guarisce per intercessione di qualche santo. Si trattava dunque di trovare, pensò, l’intermediario adatto, che poteva anche essere, si disse, il giudice che doveva decidere la causa. Chissà che in quella testa canuta che aveva intravisto in udienza non si nascondesse un futuro santo, che attraverso mezzi terreni riuscisse a cambiare la volontà divina! Cullato da questa speranza si addormentò.

Venne finalmente il giorno della nuova udienza e Rocco questa volta decise di cambiare rituale: si fece la barba da solo e invece dell’abito di quando si era sposato mise quello che aveva comprato quando si era sposato il figlio Luigi. Rinunciò al profumo della moglie e si avviò alla stazione.

L’avv. Papaleo aveva avvisato Rocco che sarebbe arrivato con un po’ di ritardo dicendogli di aspettarlo all’ingresso del tribunale. Per ingannare l’attesa entrò in un piccolo bar che si trovava proprio di fronte al tribunale, di modo che avrebbe potuto controllare l’arrivo dell’avvocato. Il bar era piccolissimo, uno sgabuzzino angusto, ma, a differenza di quelli più ampi e spaziosi che pure c’erano in zona, era affollatissimo. Vi si accalcavano perlopiù avvocati, che discutevano animatamente tra loro. Mentre aspettava il suo turno al bancone, Rocco si mise ad origliare curioso i loro discorsi, anche per conoscere qualcosa in più di quella categoria di persone di cui si parlava così spesso non troppo bene.

Ascoltò un avvocato, basso, robusto, dalla faccia severa e dagli occhi inquieti. Diceva che il giorno prima aveva ricevuto minacce da un suo cliente perché la causa che gli stava curando durava da troppo tempo, e lo riteneva responsabile della lentezza. Un altro, magro, slanciato, col volto gioviale, raccontò che se l’era cavata meglio perché un cliente, per la stessa ragione, lo aveva soltanto insultato. Un altro ancora raccontava della quasi quotidiana telefonata di un cliente per sapere se c’erano novità per la sua causa, non convinto che, fino all’udienza successiva, novità non potevano essercene. Uscito fuori dal bar, Rocco si fermò vicino ad un altro gruppetto di avvocati, di cui per qualche minuto ascoltò le lamentele sul funzionamento degli uffici giudiziari : sei mesi per avere le copie di una sentenza, un’udienza rinviata perché il fascicolo di causa era sparito, un rinvio di ufficio non comunicato alla controparte dalla cancelleria con conseguente slittamento dell’udienza, le file chilometriche da fare all’ufficio notifiche. Avviandosi verso l’ingresso del tribunale, dove aveva intravisto il figlio dell’avv. Papaleo, Rocco ebbe anche modo di sentire il cliente di un avvocato supplicarlo di fare tutto il possibile per concludere la causa quella mattina, perché dopo il licenziamento non aveva più trovato lavoro e i soldi della liquidazione erano finiti: lui e la sua famiglia, se il licenziamento non veniva annullato dal giudice, non ce la facevano proprio più a sopravvivere. Sentì l’avvocato affannarsi a spiegare che non era colpa sua se la causa era rimasta sospesa perché la giudice era stata trasferita, lui non poteva farci niente se era stata poi sostituita dopo sei mesi da una collega già incinta, che a sua volta dopo un mese si era messa in congedo per maternità ed era ritornata dopo un anno, riprendendo le cause che nel frattempo erano rimaste congelate.

Ancor più cupo per i discorsi che aveva sentito, Rocco si avviò con il figlio dell’avvocato Papaleo, che gli spiegò che suo padre non si sentiva troppo bene ed aveva delegato lui a discutere la causa quella mattina. Anche il giovane Papaleo ripeté come il padre il solito rituale: parlottò con il collega di controparte, scrissero insieme qualcosa sul solito foglio, si rivolsero al giudice, sempre nascosto da una selva di teste, si congedarono e all’uscita gli disse, con una certa allegria, che le cose si stavano mettendo bene perché il giudice aveva nominato un consulente tecnico di ufficio per verificare se l’albero fosse a distanza legale. Per conferire l’incarico al tecnico aveva rinviato l’udienza a quattro mesi.

Rocco non riuscì a condividere l’entusiasmo del giovane avvocato, prefigurandosi altri quattro lunghi mesi di ansia.

Successe però che tre giorni prima dell’udienza Rocco, passando per il paese, rimase di stucco vedendo affissi sui muro i manifesti che annunciavano la morte dell’avv. Papaleo.

Si recò a casa dell’avvocato per fare le condoglianze alla famiglia, con l’animo sconfortato sia per la morte improvvisa dell’avvocato, al quale si era in un certo qual modo affezionato, sia perchĂ© presagiva che quella morte avrebbe avuto anche un’influenza negativa sulla sua causa. Naturalmente non osò chiedere cosa sarebbe successo, data le circostanze ed il momento, anche se ci fu qualcuno che approfittando di un momento di pausa nell’andirivieni di parenti, colleghi, clienti, amici di famiglia, chiese al giovane Papaleo qualche notizie su qualche causa patrocinata dal padre.    

L’effetto della morte dell’avvocato sulla causa, Rocco lo conobbe quando si recò allo studio, dove il figlio gli spiegò che per la repentina morte del genitore, lui non aveva potuto far altro, tramite un collega, che dichiarare la morte del difensore della parte, e la causa era stata interrotta. Gli disse quindi che per riprendere il processo aveva bisogna di un nuovo mandato a suo favore, se naturalmente intendeva affidarsi a lui per il prosieguo. Avutone conferma, gli fece firmare la procura; gli chiese un altro acconto, dato il lungo tempo trascorso dal primo versato al padre, e lo congedò dicendogli che si sarebbero rivisti in tribunale fra qualche mese.

Questa volta Rocco, saputa la data, circa sei mesi dopo la morte dell’avvocato Papaleo, preferì non andare in tribunale, sia per scaramanzia, sia perché durante la notte aveva avuto qualche disturbo allo stomaco e dei dolori al petto che non lo avevano lasciato riposare. Non se la sentiva di affrontare il viaggio in treno, né era dell’umore giusto per assorbire un ulteriore rallentamento del processo. Così rimase a letto a rimuginare sul lungo tempo trascorso da quando era stato la prima volta dall’avvocato e a ripercorrere con la memoria tutte le tappe del suo viaggio giudiziario.

Prima di allora non aveva mai avuto bisogno di ricorrere ai tribunali, perché era un uomo tranquillo, accomodante, che non cercava il pelo nell’uovo, che evitava le situazioni in cui poteva aver motivo di accendere una lite. Anche con i vicini, a parte i proprietari dell’albero, non aveva mai avuto questioni, ed aveva avuto con loro sempre rapporti tranquilli seppur distaccati. L’avversione per l’olmo era in parte un lascito del padre, che per tutta la vita gli aveva ripetuto che quell’albero era il torto vivente che si faceva a lui e alla sua terra, a lui che aveva sempre rispettato la legge e non aveva mai fatto un torto a nessuno. Gli aveva tante volte ripetuto che il comportamento di un uomo deve essere improntato al rispetto degli altri; ma questo significava anche che bisognava reagire alle prepotenze, non accettarle passivamente, qualunque essa fosse. Era stato quindi educato con questi concetti. E poi nella sua famiglia la figura del padre era sempre stata predominante, e non si mettevano mai i discussione le sue decisioni e le sue parole. D’altronde quegli stessi principi si erano radicati in lui ed erano pienamente condivisi. La battaglia contro l’albero era diventata la sua battaglia.

In verità il padre gli diceva anche che affidare ad altri la soluzione delle questioni con i vicini non era un punto di orgoglio; ma l'impulso che lo aveva spinto ad andare dall’avvocato era stato irrefrenabile, quasi che tutta la massa dell'albero si fosse appoggiata sulle sue spalle spingendolo con forza a quella uscita. Certo, che se avesse saputo…

In effetti Rocco aveva della giustizia l’idea tipica di chi sino ad allora aveva dovuto solo immaginarsela, e cioè punizione immediata di coloro che non rispettavano le regole ed i diritti altrui, e contestuale ripristino dei diritti di chi li aveva visti calpestati dai soprusi. I luoghi dove la giustizia veniva amministrata li aveva immaginati come una sorta di templi, edifici antichi fatti di marmi, saloni ampi e silenziosi, in cui solo la voce del giudice risuonasse autorevole. Quanto ai giudici, li aveva sempre pensati come moderni re Salomone, figura rimastagli impressa dall’età della scuola. Quel gran re, dopo aver ascoltato le ragioni dei contendenti, decideva in modo saggio e giusto, come di fronte alle due donne che rivendicavano entrambe di essere la madre dello stesso bambino. Egli fece per tagliarlo in due con la spada e attribuirne un pezzo ciascuna, scoprendo così la vera madre in quanto una delle due donne, pur di salvare il figlio, rinunciò al bambino…

Il contatto con il mondo giudiziario, però, non aveva confermato quelle sue certezze, anzi le aveva del tutto smentite. Il tribunale l’aveva visto come un luogo in cui la giustizia facesse fatica ad entrare, sia per la fatiscenza dell’edificio che incuteva il timore di non rimanervi incolumi frequentandolo troppo spesso, sia per l’esiguità dello spazio a sua disposizione. Nelle anguste aule sovraffollate da quelli che la invocavano, la legge, per lui sinonimo di giustizia, aveva difficoltà anche solo a trovare un angolino per fare il suo dovere. Ed era forse per questo che procedeva in maniera così lenta: doveva prima farsi largo nei luoghi a lei deputati, cercare un varco, trovare lo spazio tra i tanti postulanti per infilarvisi, individuare tra la folla di persone quelle che avrebbero dovuto incarnarla e renderla operante nella sua materialità, cioè i giudici. Tutto questo richiedeva tempo e necessitava di un procedere lento. Di conseguenza, chi era in sua attesa non doveva aver fretta, doveva armarsi di pazienza e soprattutto non venir meno alla fiducia in lei, confidando che, superati tutti gli ostacoli frapposti dall’incuria degli uomini, avrebbe fatto inevitabilmente il suo corso...

Questi pensieri gli affollarono la mente fino a sera, quando andò a dormire prima del solito perché continuava a non sentirsi troppo bene. Addormentatosi, sognò che l’albero non c’era più: al suo posto era rimasto solo il cerchio rasoterra del tronco, con la parte centrale vuota, dal quale vide uscire la figura di suo padre che, con un sorriso sereno, lo invitava a seguirlo nelle viscere dell’albero. Rocco lo seguì, sentendosi leggero e sereno come non lo era mai stato negli ultimi anni.

La mattina seguente il figlio Luigi lo trovò nel letto con il volto disteso, tranquillo: con un sorriso tra le labbra sembrava inseguire una visione ad occhi chiusi. Tentò di svegliarlo, ma Rocco preferì rimanere per sempre in quel suo sogno, in cui finalmente aveva vinto la battaglia contro l’olmo.

L'avv. Papaleo, dal quale il giovane Luigi, ora capo di casa, era stato convocato, fugò abilmente i suoi numerosi dubbi, convincendolo a firmare il mandato per proseguire il processo. Luigi infatti propendeva per la tesi che i soldi della causa fossero soldi buttati; lui seppur era nato e cresciuto nella casa paterna, aveva giocato nell'orto minacciato dall'albero, e aveva aiutato suo padre a coltivarlo. Quell'olmo lo aveva sempre considerato quasi come un amico vigile e solenne; non lo aveva mai considerato un nemico da abbattere.

Del resto, Luigi aveva studiato e lavorava come tecnico in un'azienda che produceva computer. L'orto per lui era solo un passatempo nel tempo libero, non guastato dalla vicinanza dell'albero. Ma la riconoscenza per i sacrifici del padre per farlo studiare, ed il ricordo dell'angustia che gli aveva guastato l'esistenza in quella lotta contro l'olmo, assieme alle suadenti parole dell'avv. Papaleo, che gli spiegava come fosse un vero peccato abbandonare la causa dopo che Rocco gli aveva dedicato tempo e denaro, lo convinsero a non sottrarsi. Così aveva firmato, aveva versato l'acconto ed era rimasto in attesa di notizie.

Nello stesso giorno in cui sua moglie gli annunciò di essere incinta del loro primo figlio, Luigi fu avvisato dall'avv. Papaleo che il lunedì successivo il consulente tecnico già nominato dal tribunale sarebbe venuto sul posto per verificare la distanza dell'olmo dai confini della sua proprietà.

Il lunedì una piccola folla si radunò sotto l'olmo: oltre al tecnico nominato dal tribunale, c’erano i vicini di Luigi, il loro avvocato ed un tecnico di fiducia; e poi Luigi, l'avv. Papaleo ed un tecnico di fiducia che lo stesso avvocato Papaleo aveva nominato per conto di Luigi. Il tecnico del Tribunale redasse il verbale per attestare la presenza delle parti, poi, dopo una breve discussione con i suoi colleghi, vista anche l'ora tarda e la necessità di essere fornito di documenti ufficiali per l'individuazione esatta dei confini delle due proprietà, rinviò le operazioni a venti giorni dopo.

Alla data fissata, i tecnici di parte si accapigliarono calorosamente in quanto quello dei vicini contestava l'esattezza dei documenti catastali di cui era fornito il tecnico di Luigi, poiché contrastanti con i suoi. Di fatto, non vi era certezza sull'esatta delimitazione dei terreni. Il Ctu al fine di sanare il contrasto, si assunse l'onere di effettuare un'indagine più approfondita al catasto, dando appuntamento a tutti a venti giorni dopo.

Radunatasi la stessa folla il giorno concordato, una giornata flagellata da una pioggia insistente, il CTU riuscì a comporre il contrasto sui documenti catastali; ma poiché i terreni erano resi fangosi dalla pioggia e vista l'intensità della pioggia stessa, le operazioni furono rinviate a dopo le feste natalizie, ormai vicine.

Quando si rividero, i tecnici capeggiati dal Ctu si accinsero ad effettuare la misurazione, ma non riuscirono a mettersi d'accordo se la distanza dell'albero dal confine di Luigi dovesse essere misurata dal suo limite esterno o dal centro del tronco. Per dirimere il contrasto furono chiamati gli avvocati, che avevano ritenuto superflua la loro presenza trattandosi di operazioni strettamente tecniche, i quali tirando ognuno l'acqua al suo mulino concordarono con il CTU di rimettere le carte al giudice che trattava la causa, per far stabilire il principio da seguire. Per questo passaggio occorreva circa un mese, ma, secondo l'opinione di tutti, consentiva di risparmiare tempo, in quanto si evitavano possibili contestazioni alla relazione finale del tecnico del tribunale.

Benché fosse il maggiore interessato, Luigi seguiva l'andamento delle operazioni senza molta passione e anzi, dopo il prima accesso, poiché l'avvocato gli aveva detto che la sua presenza non era indispensabile, aveva evitato di presenziare alle altre riunioni, preferendo tenersi informato tramite Papaleo. D'altra parte, da quando aveva deciso di proseguire la causa contro l'olmo quasi non aveva il coraggio di scendere nell'orto, sentendo su di sé lo sguardo severo dell'albero la cui presenza per tanti anni lo aveva accompagnato. Ora sembrava rimproverarlo attraverso il mormorio delle foglie: perché voleva distruggerlo se non gli aveva mai fatto niente di male? Concluse le operazioni, il Ctu depositò la sua relazione in tribunale, attestando che effettivamente l'albero in questione si trovava ad una distanza inferiore a quella legale. La notizia l'avv. Papaleo la comunicò con una certa enfasi a Luigi, assicurandogli che ormai le cose si erano messe bene per cui all'udienza successiva il giudice avrebbe dovuto semplicemente fare l'ultimo rinvio per l'udienza conclusiva e poi decidere la causa ordinando l'abbattimento dell'albero. Tale udienza fu però posticipata di tre mesi in quanto era intervenuta una riforma del Codice di procedura civile, ed il giudice quel giorno doveva partecipare ad un corso di aggiornamento.

Finalmente, all'ultima udienza istruttoria, rigettando le residue eccezioni dell'avvocato dei proprietari dell'albero, il giudice rinviò la causa per l'udienza conclusiva. Tale udienza conclusiva si sarebbe tenuta da lì a due anni, nel tale, giorno…

Luigi si ricordò dell'approssimarsi dell'ultima udienza di quella benedetta causa incontrando l'avv. Papaleo al matrimonio di un comune conoscente, occasione nella quale gli presentò il piccolo Rocco, nato circa un anno prima e che già cercava di sgambettare tra i tavoli del ristorante. A sua volta l'avvocato gli presentò un suo giovane cugino che muoveva i primi passi nella professione forense, facendo pratica presso il suo studio.

Recatosi al suo studio, convocato dall'avvocato circa otto mesi dopo l’ultima udienza, Luigi apprese di aver vinto la causa in quanto il giudice aveva condannato i proprietari ad abbattere l'albero perché a distanza inferiore a quella legale. Ora, visto che gli stessi proprietari si rifiutavano ostinatamente di abbattere l'albero anche dopo la sentenza, occorreva passare alla fase esecutiva, cioè rivolgersi all'Ufficiale Giudiziario. In effetti l'Ufficiale Giudiziario si sarebbe dovuto recare sul posto con una squadra di operai per abbattere l'albero, chiedendo anche l'assistenza della forza pubblica se vi fosse stata resistenza da parte dei proprietari. Però questo avrebbe richiesto un po’ di tempo, perché, oltre ai tempi tecnici stabiliti dalla legge, lui doveva far correggere la sentenza, in quanto si era accorto che il cognome di Luigi che finiva con la “i” era stato riportato con una e”. In tal modo la sentenza stessa non poteva valere come titolo per l'esecuzione, e quell'errore poteva comportare una ulteriore perdita di tempo in caso di opposizione della controparte. Gli assicurò però che il procedimento di correzione sarebbe stato velocissimo trattandosi di chiedere al giudice il semplice aggiusto di un errore materiale. Naturalmente per tutte le incombenze successive c'era bisogno di un ulteriore acconto per le spese da sostenere.

Nonostante le rassicuranti previsioni dell'avvocato, il procedimento di correzione richiese circa tre mesi e mezzo perché l'addetto all'archivio del Tribunale, dove era custodito il fascicolo, era andato in pensione. Tutti i fascicoli non venivano più archiviati secondo l’ordine consueto, ma depositati alla rinfusa. Il nuovo temporaneo e neofita addetto non sapeva dove mettere le mani. Infine, con l'aiuto di un collaboratore dello studio dell'avvocato Papaleo, che lo aveva generosamente a messo disposizione, il fascicolo era stato rintracciato.

Quando Luigi seppe dall'avv. Papaleo che, una volta sistemato tutte le distrazioni della giustizia, l'Ufficiale Giudiziario aveva stabilito il primo accesso per l'abbattimento dell'albero, tirò un sospiro di sollievo. Aveva ricevuto, infatti, un'offerta di lavoro in Germania molto vantaggiosa, che aveva già accettato, e quindi era contento di potersi trasferire senza quel fardello della causa.

Alla data stabilita, Luigi dalla finestra della camera da letto che era stata di suo padre vide un'altra volta accalcarsi una piccola folla sotto la chioma dell'albero: l’avv. Papaleo che accompagnava l'Ufficiale Giudiziario, i vicini con il loro avvocato, con l’aggiunta di una piccola pattuglia di carabinieri di cui. in via precauzionale, l'Ufficiale Giudiziario aveva chiesto la presenza. Una volta sbrigate le formalità burocratiche preliminari, l’Ufficiale Giudiziario rinviò le operazioni a due mesi dopo, perché occorreva far intervenire una ditta specializzata visto il tipo di intervento da farsi. Intervento che non ci fu, perché nel frattempo i proprietari dell’albero avevano fatto appello, per cui, spiegò l’avv. Papaleo, non conveniva insistere nell’esecuzione: con il rischio, poi, in caso di esito negativo dell’appello, di dover risarcire anche i danni. Così tutto fu rimandato all’esito del procedimento di appello.

Mentre festeggiava i primi quattro anni di vita del figlio Rocco, Luigi fu raggiunto in Germania dalla notizia che l’appello proposto dai suoi vicini era stato discusso e si attendeva a giorni la sentenza definitiva. Poiché i tempi coincidevano, decise di approfittare delle ferie estive per trascorrerle nella casa di suo padre in Italia per poter così definitivamente sistemare la faccenda, regolare i rapporti con l’avvocato e lasciare definitivamente ai ricordi del passato la guerra infinita contro l’olmo. La sua vecchia casa, non avendo avuto il coraggio né di venderla né di affittarla, anche perché sperava un giorno di tornarvi a vivere con la moglie ed il figlio, era stata affidata alle cure di un parente, che la difendeva in qualche modo dagli attacchi del tempo e dalla mancanza di calore umano.

Arrivato in casa, il piccolo Rocco cominciò l’esplorazione di quell’ambiente di cui non aveva nessun ricordo, e, salito al primo piano, in quella che era stata la stanza da letto di suo nonno, aprì la finestra che dava sull’orto e rimase curioso ad osservare quel grande albero che gli si stagliava a poca distanza. Alla sua ombra sedeva la figlia dei vicini, tutta vestita di nero per la recente morte dei genitori. Dalla sommità del tronco stavano spuntando verso l’alto numerosi giovani rami, costellati di foglioline di un verde brillante, che sembravano ognuna un piccolo sorriso. Il piccolo Rocco rispose con la manina al saluto che sembravano indirizzargli i rami e le foglie mossi da una leggera brezza. Lo sfavillio dell’albero al sole estivo, circondato da una sottilissima nube di polline, dava una sensazione di allegria, forse dovuta alla notizia portatagli dal vento.

In quello stesso momento, infatti, l’avv. Papaleo nel suo studio diceva a Luigi che la Corte di Appello, seguendo un nuovo orientamento affermatosi da poco tempo nella giurisprudenza, secondo il quale la procura alle liti agli avvocati non poteva essere apposta su un foglio separato e poi spillato all’atto a cui si riferiva, aveva dichiarato la nullità della citazione con la quale era iniziata la causa. Di conseguenza, di tutto il processo di primo grado risultava nullo, ed era sconsigliabile un ricorso in Cassazione, poiché quell’orientamento era scaturito proprio da una sentenza della Suprema Corte.

“Quindi”, concluse l’avv. Papaleo, “se proprio si vuole abbattere quell’albero, bisogna ricominciare tutto da capo”.

Letto 178 volte Ultima modifica il Martedì, 05 Aprile 2016 18:31