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A margine (3)

Venerdì, 04 Marzo 2016 12:03

Un ricordo particolare

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Il filosofo Aniello Montano, che da poco ci ha lasciati, così raccontava di sé:

 

Jean-Paul Sartre racconta che fin da bambino si era convinto che gli uomini illustri coincidessero con i libri che portavano il loro nome. Omero, ad esempio, era quel grosso tomo con copertina in cartapecora. E ognuno dei grandi uomini, ai suoi occhi bambini, si identificava con il libro che ne conteneva l’opera. D’altronde, non si afferma sempre che l’uomo coincide con la sua stessa opera? O che tutto quello che si deve conoscere di uno scrittore o di un pittore è tutto dentro gli scritti dell’uno e nei quadri dell’altro? I libri sono per lo più il condensato spirituale di una vita. Ma sono anche il segno di un incontro, la testimonianza di un’occasione che segna un percorso. Pare giusto, pertanto, recuperare alla memoria il ricordo di un libro importante per noi, per la nostra maturazione intellettuale e morale, ma anche per il nostro vissuto quotidiano.

Tra i tanti libri letti, studiati, fatti oggetto della fatica del comprendere, amati immediatamente o prima rifiutati e poi recuperati a una più amorevole attenzione, uno si staglia alto davanti a tutti gli altri nel mio ricordo. Un libro sudato, anzi sudatissimo. 

Tra i miei docenti nell’Università di Napoli, oltre a Giuseppe Martano maestro scelto e seguito per una vita, c’era un professore allora quarantenne particolarmente dotato dell’arte magica di interessare i giovani. Attraeva già per il suo modo di tenere la lezione. Testa piccola, viso affilato, sguardo penetrante, occhi vivi, mobilissimi, sormontati da sopracciglia rosse e lunghe come antenne, sembrava ipnotizzarci. Mentre esponeva il suo pensiero disegnava nell’aria con il dito volute eleganti e complesse, autentici ghirigori, quasi immagine e modello degli allora per noi studenti difficili concetti che veniva esponendo. Il suo linguaggio era tanto preciso nell’uso dei termini quanto denso e robusto nel contenuto. A sentirlo pareva leggesse un libro stampato. Tutto era preciso, elegante, limato, senza durezze o scarti lessicali e sintattici. Anche il tono di voce, dolce, fluido, elegante, modulato, ci attirava come una melodia. Se un giorno, scendendo dalla cattedra, si fosse avviato verso la porta e il grande corridoio del primo piano della maestosa sede dell’Università fondata da Federico II, prospiciente il Rettifilo, l’avremmo seguito tutti quanti, come i topi il pifferaio di Hamelin. Un giorno, parlando del capolavoro di Hermann Hesse, Il gioco delle perle di vetro, il movimento del suo dito era inarrestabile. Continuava a fendere l’aria con volute morbide, circolari, di una dolcezza tanto attraente da diventare distraenti rispetto al discorso da seguire. In ogni lezione c’era una carica di contenuti talmente innovativa da stupire ogni volta. A fine lezione eravamo tutti sorpresi e rammaricati che l’ora fosse passata così in fretta. 

Il programma del corso di filosofia morale prevedeva più di un libro. Di questi, due mi attrassero particolarmente, pur nella loro difficoltà. Si trattava dell’Ethica di Spinoza tradotta da Sossio Giametta, edita da Paolo Boringhieri, e di una monografia scritta dal professore, dal titolo Struttura Soggetto Prassi, edita la prima volta nel 1962. Entrambi erano libri impegnativi, che però esaltavano il gusto tutto giovanile della conquista di nuovi orizzonti intellettuali. La sfida e l’impegno per capire erano più forti dello sforzo di avvicinamento a quegli autori e a quelle tematiche. Si trattava di nodi teorici per noi studenti complessi, di analisi critiche di una profondità oceanica. Pur restando affascinati, ci si smarriva. 

Le difficoltà delle questioni trattate crearono una sorta di selezione spontanea tra gli studenti. A frequentare il corso di Filosofia morale rimase un gruppo autoselezionatosi di “adoratori” del giovane maestro. Molti, tra i quali io, lo hanno seguito per tutta la vita e continuano a farlo. Alcuni, tra questi io no, lo hanno seguito anche per i futuri sviluppi delle loro carriere universitarie e/o politiche. A ripensarci oggi, nelle sue lezioni riprendeva vigore la radice psicologistica della riflessione del lucano Francesco De Sarlo e del palermitano Antonio Aliotta. Radice psicologistica, giocata in un teso e assai produttivo confronto con la grande filosofia europea dell’Otto-Novecento, grazie anche la lezione innovativa offerta nella sua breve presenza a Napoli da Paolo Filiasi Carcano.

In quell’aula universitaria a metà degli anni Sessanta, con un rasoio logico più affilato di quello di Occam, si analizzavano forme diverse di linguaggi, fisico biologico psicologico fenomenologico.

Si discettava sulla necessaria distinzione dei tre distinti piani impliciti nell’espressione comune di “senso della cosa”. E si rivendicava la necessità di aprire l’analisi sul senso alla fenomenologia, sia nella versione husseliana che in quella dei suoi svolgimenti successivi, da Heidegger a Scheler, da Sartre a Merleau-Ponty.

Dei tre piani del “senso della cosa” quello sul quale il professore insisteva con maggiore calore era il senso vissuto. Era questo il nocciolo, la questione della questione, il cuore del cuore, del problema. Con la sua perfetta capacità suasoria, il professore si sforzava di farci capire il modo tutto nuovo di considerare il soggeto, la coscienza umana, da parte di questa tendenza filosofica.

L’uomo era stato sempre considerato come una pura testa d’angelo, una testa pensante, e mai come paziente, come espressione di una vita intesa come processo naturale, affetta da paticità. La sua coscienza era stata intesa sempre come pura teoreticità trascendentale e mai come atto-di-vita, come senso vissuto. Il soggetto non era mai avvertito come concreta unità di individuo e ambiente, come colui che sente, patisce e vive la crisi e la combatte con un atto inventivo, con un’azione, con la prassi intesa come la risposta dell’individuo alle sollecitazioni e ai turbamenti provenienti dall’ambiente. Risposta non meccanica, non puramente istintiva e biologica, dello stesso tipo di quella offerta dagli altri viventi non umani, ma calibrata su quella offerta da altri soggetti costituenti la comunità. L’atto di vita umana, perciò, andava considerato originariamente caratterizzato da una struttura intersoggettiva, comunitaria, che storicamente precede l’individuo e gli fa da fondamento

Per giovani non particolarmente vocati e non decisamente intenzionati a spaccarsi la testa pur di capire c’era poco da stare allegri. Difficoltà del linguaggio, dovuto a un lessico totalmente diverso da quello abituale, tensione teoretica e critica elevatissima a non pochi studenti provocavano autentiche vertigini. 

A questo punto, i pochi lettori che hanno resistito nel seguire il percorso mentale in questo labirinto concettuale si domanderanno il perché io consideri questo libro così complesso come "il libro" per antonomasia per la mia storia, il mio vissuto, per un passaggio importante della mia vita. Ebbene, posso rispondere che i motivi per considerarlo tale sono ben due e non uno solo. Uno di carattere intellettuale e l’altro di carattere umano, uno relativo alla mia formazione professionale e l’altro al mio personale vissuto di uomo. Il primo è legato agli sviluppi posteriori del mio lavoro di professore di filosofia. La cultura francese, nel suo versante fenomenlogico-esistenzialistico da allora è stata parte importante della mia attività di ricerca. Il secondo, invece, attiene alle mie scelte private in fatto di passione amorosa. 

Alla fine del corso solo pochi allievi si presentarono alla prima seduta d’esame, e io tra questi. Nella sala antistante quella occupata dalla commissione si respirava un’aria densa di inquietudine e di paura. Testi difficili e commissari esigenti rendevano insicuri e incerti anche i migliori tra noi. Quando toccò a me, mi avvicinai alla cattedra con la stessa tensione patica del condannato al capestro. L’esame, con mio grande sollievo, andò bene. Avevo incassato un bel ventinove. Appena uscito dalla sede dell’esame fui avvicinato da due ragazze curiose di sapere com’era andata e mi confessarono che erano là per sostenere l’esame, ma la paura le aveva bloccate. Incoraggiate dalle mie risposte, mi chiesero di aiutarle per qualche giorno nella ripetizione del programma. Per un po’ resistetti all’invito. Veramente non volevo né potevo perdere tempo. Il giorno dopo avrei dovuto già cominciare a studiare per un altro esame. L’insistenza fu tale che fui costretto a capitolare. Ci vedemmo nella biblioteca di Facoltà per due o tre giorni consecutivi. Una delle due ragazze aveva un viso dolce e occhi teneri. Sembrava remissiva e accomodante. 

Mi fece molta simpatia e tenerezza. Dopo quei brevi incontri, per un lungo periodo di tempo non la vidi più. Mi laureai e cominciai a fare supplenze nelle scuole. Un giorno, mentre scendevo dal primo piano dell’Istituto Tecnico Industriale Alessandro Volta di Napoli, dove avevo ottenuto una supplenza temporanea, me la trovai ai piedi della scala. Tentò di giustificare la sua presenza lì.

Ma non c’era bisogno di giustificare alcunché. Qualche anno dopo eravamo marito e moglie. Qualche anno dopo ancora padre e madre di due, per noi, stupende ragazze e ora nonni di quattro splendide nipotine. 

Ah, dimenticavo, il professore di cui si parla è Aldo Masullo!

Sabato, 10 Maggio 2014 08:18

Una lettera (di Anna Maria Martire)

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... spero tu sia sereno, tanto da poter sopportare, immune, il mio piccolo sfogo di malumore ... 

Martedì, 06 Maggio 2014 20:41

Il karaoke e la Liberazione

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Il karaoke e la Liberazione, di Giosuè Bove