Sei qui: Il punto di vista di chi sta in piazza col suo gilet jaune
Martedì, 04 Dicembre 2018 13:06

Il punto di vista di chi sta in piazza col suo gilet jaune In evidenza

Scritto da  Anonimo

Contrariamente a tutto quello che si dice, il mistero, non consiste nel fatto che ci stiamo rivoltando, ma che non l’abbiamo fatto prima. Quello che è anormale non è ciò che stiamo facendo adesso, ma quello che abbiamo sopportato fino ad ora. Chi può negare il fallimento, da ogni punto di vista, del sistema? Chi vuole ancora farsi tosare, rapinare, precarizzare per niente? Chi piangerà sul fatto che il XVI° arrondissement si è fatto saccheggiare da dei poveri o che i borghesi abbiano visto le loro rutilanti 4X4 in fiamme? Quanto a Macron, che la finisca di lamentarsi, è lui stesso che ci ha detto di andare a cercarlo. Uno Stato non può pretendere di legittimarsi sul cadavere di una “gloriosa rivoluzione” per poi gridare “teppisti!” quando una rivoluzione si mette in marcia.

La situazione è semplice: il popolo vuole la caduta del sistema. Ma il sistema vuole restare in piedi. Questo definisce la situazione come insurrezionale, come ammette anche la polizia. Il popolo ha dalla sua il numero, il coraggio, la gioia, l’intelligenza e l’ingenuità. Il sistema ha dalla sua l’esercito, la polizia, i media, l’astuzia e la paura della borghesia. Dal 17 novembre, il popolo ha fatto ricorso a due leve complementari: il blocco dell’economia e l’assalto dato ogni sabato al quartiere del governo. Queste leve sono complementari perché l’economia è la realtà del sistema tanto quanto il governo ne è la rappresentazione simbolica. Per destituirlo veramente, bisogna attaccare entrambe. Ciò vale per Parigi come per il resto del territorio: incendiare una prefettura e marciare sull’Eliseo sono un solo e unico gesto. Ogni sabato dal 17 novembre a Parigi, il popolo è calamitato dallo stesso obiettivo: marciare sul fortino del governo. Di sabato in sabato, la differenza che appare risponde a 1) la crescente enormità del dispositivo poliziesco messo in funzione per impedirlo; 2) l’accumulazione d’esperienza legata alla sconfitta del sabato precedente. Se c’erano molti più occhiali da piscina e maschere antigas questo sabato non è perché dei “gruppuscoli di teppisti organizzati” avrebbero “infiltrato” la manifestazione, è semplicemente che la gente che si è fatta gasare la settimana precedente ne ha tirato le conclusioni che chiunque abbia sale in zucca ne tirerebbe: arrivare equipaggiati la volta successiva. D’altronde, non si tratta di una manifestazione: si tratta di una sollevazione.

Se delle decine di migliaia di persone hanno invaso il perimetro Tuileries-Saint Lazare-Étoile-Trocadéro, non è in virtù di una strategia di accerchiamento decisa da qualche gruppuscolo, ma di un’intelligenza tattica diffusa tra la gente, i quali si trovavano semplicemente impediti dal raggiungere il loro obiettivo a causa del dispositivo poliziesco. Incriminare “l’ultrasinistra” di questo tentativo di sollevazione non incanta nessuno: se l’ultrasinistra fosse stata capace di condurre delle macchine da cantiere per caricare la polizia o distruggere un pedaggio lo si saprebbe; se fosse stata così numerosa, disarmante e coraggiosa lo si saprebbe ugualmente. Con le sue preoccupazioni essenzialmente identitarie, la cosiddetta “ultrasinistra” è profondamente disturbata dall’impurità del movimento dei gilet gialli; la verità è che non sa su quale piede danzare, che teme borghesemente di compromettersi mischiandosi a questa folla che non corrisponde a nessuna delle sue categorie. Quanto all’“ultradestra”, è presa nella tenaglia tra i suoi mezzi e i suoi supposti fini: fa il disordine sostenendo l’attaccamento all’ordine, getta pietre sulla polizia nazionale mentre dichiara la sua fedeltà alla polizia e alla nazione, vuole tagliare la testa del monarca repubblicano per amore di un re inesistente. Su questi punti, bisogna quindi lasciare il ministero dell’Interno alle sue ridicole divagazioni. Non sono i radicali che fanno il movimento, è il movimento che radicalizza la gente. Chi può credere che si sta pensando di dichiarare lo stato d’urgenza per un pugno di ultras?

Coloro che fanno le insurrezioni a metà non fanno che scavare la propria tomba. Al punto in cui siamo, con i mezzi di repressione contemporanei, o noi rovesciamo il sistema, o sarà lui a schiacciarci. Sarebbe un grave errore d’apprezzamento sottostimare il livello di radicalizzazione di questo governo. Tutti quelli che si porranno, nei giorni a venire, come mediatori tra il popolo e il governo, saranno fatti a pezzi; nessuno vuol essere più rappresentato, siamo tutti abbastanza adulti per esprimerci, per vedere chi cerca di imbrogliarci e chi vuole recuperarci. E anche se il governo facesse un passo indietro, proverebbe così che abbiamo ragione di fare quello che abbiamo fatto, che i nostri metodi sono quelli giusti.

La settimana prossima è dunque decisiva: o riusciamo ad essere ancora più numerosi nel fermare la macchina economica bloccando porti, raffinerie, stazioni, centri logistici etc., prendendo veramente il fortino governamentale e le prefetture sabato prossimo, o siamo perduti. Sabato prossimo le marce per il clima, che partono dal principio che non saranno gli stessi che ci hanno portato alla catastrofe attuale che ce ne faranno uscire, non hanno alcun motivo per non confluire nelle strade con noi. Siamo a due dita dal punto di rottura dell’attuale governo. O riusciamo nei mesi che vengono a operare la necessaria biforcazione, o l’apocalisse annunciata si raddoppierà con una messa in ordine di cui le reti sociali lasciano intravedere l’estensione immaginabile.

La questione è dunque: che significa concretamente destituire il sistema? Chiaramente, non vuol dire eleggere dei nuovi rappresentanti, poiché il fallimento dell’attuale regime è appunto il fallimento del sistema della rappresentanza. Destituire il sistema significa riprendere in mano localmente, distretto per distretto, tutta l’organizzazione materiale e simbolica della vita, poiché è precisamente l’organizzazione presente della vita che è in questione, essa è la catastrofe. Non bisogna temere l’ignoto; non si è mai visto milioni di persone lasciarsi morire di fame. Così come siamo capaci di organizzarci orizzontalmente per fare dei blocchi, siamo anche capaci di organizzarci per rimettere in moto un’organizzazione più sensata dell’esistenza. Così come è localmente che la rivolta si è organizzata, è localmente che saranno trovate le soluzioni. Il piano “nazionale” delle cose non è altro che l’eco delle iniziative che si fanno localmente.

Non ne possiamo più di dover contare per qualsiasi cosa. Il regno dell’economia è il regno della penuria perché in ogni cosa è il regno del calcolo. Quello che di bello c’è nei blocchi, nella strada, in tutto quello che facciamo da tre settimane, quello che fa che siamo già vittoriosi, è nel fatto che abbiamo finito di contare perché abbiamo cominciato a contare gli uni sugli altri. Quando la questione è quella della salvezza comune, quella della proprietà giuridica delle infrastrutture della vita diviene un dettaglio. La differenza tra il popolo e quelli che lo governano è che il primo non è composto da pezzenti.

 

Anonimo

Letto 109 volte Ultima modifica il Martedì, 04 Dicembre 2018 14:47
Altro in questa categoria: « Mi dispiace