Domenica, 11 Gennaio 2015 19:47

Noi e la Jihad

Scritto da  Rino Malinconico

Molti commentatori, giustamente e lodevolmente preoccupati delle derive tragiche della storia, sostengono con forza che non c’è alcun nesso tra Islam e Jihad. Ma noi di LEF non troviamo del tutto convincente una tale affermazione.

Intendiamoci: siamo preoccupati anche noi per gli scenari obiettivamente apocalittici di un possibile scontro di civiltà; e guardiamo con grande apprensione ai troppi cruenti segnali che, giorno dopo giorno, muovono in tale direzione. Anzi, il nostro timore è anche maggiore, perché sappiamo troppo bene come, in una sciagurata “guerra di civiltà”, ad essere spazzate via per prime sarebbero esattamente le ragioni dell'alternativa di società e la prospettiva, per tutti e tutte, di un mondo a misura di essere umano.

Ci schieriamo senz'altro, perciò, con tutte le mobilitazioni che difendono gli spazi di accoglienza e di pacifica convivenza tra religioni, etnie e culture diverse; e concordiamo con coloro che ricordano, anche nei passaggi più difficili, come l’essere musulmano non significhi affatto condividere la Jihad. D’altronde, a tutt’oggi, la maggioranza delle vittime della barbarie jihadista sono proprio uomini e donne, e vecchi e bambini, che professano la fede islamica.

Tuttavia, detto questo, non si può saltare il punto che, da circa vent’anni, questa atroce e sanguinosa guerra viene combattuta dagli jihadisti esattamente in nome dell'Islam.

Sono semplicemente cattivi musulmani? Persone che il Corano ce l’hanno sempre sulla bocca, ma senza averne capito mai nulla? O esiste, piuttosto, un qualche nodo irrisolto nell’insieme del mondo islamico?

Noi non ci sentiamo in grado di discutere con sensatezza di teologia. Né di teologia islamica né di teologia cristiana. Nondimeno ci sembra del tutto confermato, sulla base dell'insieme delle vicende storiche, quanto espresso con grande audacia dall’Illuminismo alcuni secoli fa: e cioè che le religioni, tutte le religioni, tendono ad accompagnarsi continuamente con l’intolleranza. Di più: l’intolleranza appare inscritta geneticamente nell’esperienza di ogni individuo che qualifichi se stesso, non a caso, come un “fedele”; sicché ogni religione spontaneamente presume come più vero, e più autenticamente divino, il proprio particolare messaggio fondativo, la parola di Dio che essa testimonia, e che è fissata, del resto, in un “libro sacro”. 

Ovviamente non è obbligatorio, per nessun individuo e per nessun fenomeno storico, mantenere intatto il proprio “vizio d’origine”; e il tempo e le vicende del mondo possono declinare in diversi modi anche il portato di intolleranza delle religioni, per esempio attenuandone gli effetti pratici e facendo prevalere le logiche di convivenza sulle logiche di esclusione. L’intolleranza, in tal caso, non sarà cancellata del tutto; e però la presenza religiosa nel mondo verrebbe verosimilmente piegata a dinamiche di dialogo piuttosto che di condanna. Ma il presupposto irrinunciabile di un tale sviluppo è che la religione diventi quanto più possibile un fatto interiore, un dialogo privato tra l’individuo e la propria coscienza; e che dismetta esplicitamente la pretesa di normare, con le proprie verità, i rapporti civili e l’insieme della società.

E’ stata questa, in sostanza, la traiettoria faticosissima del Cristianesimo nel corso degli ultimi duecento anni. In precedenza anche i cristiani dividevano con convinzione il mondo tra fedeli ed infedeli; e verso gli infedeli promuovevano crociate feroci, conversioni forzate, persecuzioni e deportazioni di massa. Poi s’è avviata la modernità, e quella convinzione è divenuta progressivamente meno forte, meno ultimativa, fino al punto che, oggi come oggi, la cultura cristiana e l'intellettualità occidentale di ascendenza religiosa si mostrano ampiamente inclini a praticare il superamento (parziale) dell'intolleranza nei confronti delle altre fedi.

Per lo più motivano un tale esito come la positiva riscoperta, da parte della “ecclesia” contemporanea, del messaggio evangelico originario sull'amore e sulla fratellanza. E c'è del vero in una simile spiegazione. Ma non è l’intera verità. Anche nel Medioevo e nel Cinquecento e nel Seicento si conosceva il Vangelo; ed era col Vangelo in una mano e il fucile nell’altra che gli europei hanno colonizzato America, Asia, Africa e Oceania, portando in quei continenti una scia spaventosa di stragi e di dolore.

ln realtà, ancor più del percorso interno al Cristianesimo, la spinta alla trasformazione è venuta “dall’esterno”: è venuta proprio dal processo storico della modernità. Sono state le vicende complessive della modernità che hanno “costretto” i cristiani a combattere l’autocoscienza intollerante di se medesimi, depotenziando il vizio originario che pure li attraversa allo stesso modo di ogni altra religione; e anche in questo la Rivoluzione francese ha agito da autentico spartiacque tra il prima e il poi.

Non si è trattato di un progresso lineare, tantomeno di un processo storico pacifico. I giacobini devastarono gli altari; e Napoleone, che pure era nemico dei giacobini e dell’essenza più propriamente rivoluzionaria del 1789, metteva sotto scacco i preti, imponendo, coi suoi codici, l’assoluta separazione tra la vita civile e sociale e la religione. In sostanza, nella vicenda del Cristianesimo si è storicamente affermata una declinazione laica dello stesso “specifico religioso”; ed essa si presenta oggi, nella sua nota dominante, come una religione solo parzialmente intollerante, come una religione vissuta laicamente dai suoi stessi fedeli.

Una storia analoga, nell’Islam non c'è stata. Certamente gli jihadisti sono una piccolissima minoranza; e solo una minoranza dei musulmani li guarda con vera simpatia. Ma la piccolissima minoranza attiva e la minoranza dei simpatizzanti nuotano in un humus religioso che non si declina in modo laico. O meglio: in un humus dove gli elementi di laicità vivono anch’essi una condizione minoritaria. L'elemento predominante nell'odierno Islam, piaccia o no, è ancora la rigida divisione del mondo fra fedeli e infedeli. Le religioni, e conseguentemente le società che le producono e le vivono, anche per il musulmano medio non stanno sullo stesso piano. E per il musulmano medio la religione non è solo un fatto privato, ma costituisce il riferimento moralmente obbligato per giudicare e praticare l'insieme dei comportamenti umani. E’ questo il vero nodo.

Così la lettura salafita del Corano e dell'Islam produrrà sempre, nelle più ortodosse delle sue articolate gradazioni, anche lo jihadismo. E lo produrrà senza dover pagare, per questo, alcun prezzo di esclusione dalla più complessiva “comunità islamica”, la Umma. In quanto cultura, infatti, lo stesso salafismo conserva molteplici connessioni con l'Islam “normale”: per il modo di vivere la religione, per il modo di vedere il mondo, per il modo di leggere le vicende degli esseri umani. La riprova è che dappertutto esistono coloro che i media chiamano “integralisti”: ma non come settori minoritari di quelle società, bensì come sue componenti decisive, con un amplissimo consenso di massa, talmente consistente che vincono a man bassa ogni volta che ci sono libere elezioni. Siamo al paradosso che soltanto le dittature militari sembrano in grado di fare argine...

Ma che questo sia il nodo di fondo lo dimostra la stessa vicenda degli jihadisti europei, quelli di seconda o addirittura terza generazione. Com'è possibile, si chiedono in molti, che gente vissuta, e comunque integrata, dentro la società europea scelga poi la Jihad? È possibile perché si tratta comunque di una integrazione a metà.

Attenzione, però: l’integrazione a metà non va considerata tale solamente dal punto di vista economico, nel senso, cioè, che gli immigrati costituiscono  le fasce più povere della popolazione, le più sfruttate. La miseria, la marginalità e il supersfruttamento hanno certamente il loro peso nel motivare alla Jihad, ma non sono le ragioni determinanti. L’emigrazione è sempre povera, anche quando viene dall'est Europeo o dall'Africa nera cristianizzata o dal sud America; e però sono solo i musulmani che diventano jihadisti.

Il fatto è che c’è una questione specifica, un nodo irrisolto che si annida nell’Islam complessivamente inteso. Proviamo a dirlo con sobrietà, ma anche con determinazione, sperando di non essere fraintesi da nessuno: il nodo è che l'identità religiosa dell'Islam, proprio in quanto tale, non è a tutt’oggi integrabile con il “mondo esterno”: non tanto col Cristianesimo o con le altre religioni (tesi che equivarrebbe a una rappresentazione molto parziale e comunque distorcente dei processi storici effettivi), bensì esattamente con l’approccio laico alla religione e con una declinazione laica della vita religiosa. In sostanza, gli jihadisti non combattono principalmente il Cristianesimo, come tanti dicono qui da noi, e loro stessi magari pensano davvero, sovrapponendo linearmente il laicismo più sfrenato e il Cristianesimo più devoto; come a dire, Robespierre e il Vescovo di Roma che vanno a braccetto. Essi la pongono sul piano della religione poiché tutto per loro è religione, anche l’Occidente, che vedono alla stregua di un tutto indistinto, un unicum ordinatamente in fila dietro il simbolo della croce. Del resto, sovrapposizioni indebite e confusioni madornali sono pressoché inevitabili nelle narrazioni spregiudicate di questa nostra epoca, sempre più somigliante a un’autentica torre di Babele di linguaggi e rappresentazioni…

Ma è poi forse obbligatorio procedere con le narrazioni spregiudicate ed assumere, nella visione delle cose, una sterile mentalità semplificatrice? Noi di LEF crediamo di no; e ci sforziamo, nei limiti delle nostre capacità, di guardare all’insieme, alla complessità dei processi. È  un atteggiamento che intendiamo far valere anche sulla questione della Jihad. Così, il dato per noi davvero essenziale è che gli jihadisti combattono soprattutto il laicismo in sé, e cioè la visione degli esseri umani come entità potenzialmente libere dagli stessi comandi divini. È la cultura che si è costruita a partire dal XVIII secolo in Europa a configurarsi, ai loro occhi (agli occhi di chi si muove all’interno del binomio strettissimo di religione e intolleranza), come effettiva presenza del diavolo nel mondo, come vero e proprio male assoluto.

Non a caso tra le principali vittime della Jihad figurano i musulmani “che tradiscono il Profeta”, e cioè coloro che tentano di vivere, contemporaneamente, con la fede islamica e con la logica della libertà consegnataci dalle rivoluzioni dell’età moderna. Essi appaiono doppiamente colpevoli per gli jihadisti: perché non si sottomettono integralmente al Corano e perché assumono gli stessi valori degli “infedeli”. Il punto è che gli jihadisti, a coloro che vogliono conciliare la “libertà di scegliere e di autodeterminarsi” con la fede islamica, gli sparano direttamente; mentre i musulmani normali e i loro imam, codesti particolari “colpevoli verso il Profeta” li additano “semplicemente” come cattivi esempi e come pubblici peccatori… 

Se c’è da fare uno scontro con la Jihad, ha dunque senso farlo solo in nome della laicità, in nome della triade costruita dalla Rivoluzione francese di liberté, egalité e fraternité. E uno scontro di tal fatta avrebbe, per immediata posta in gioco, non la sopravvivenza dell'Occidente (che ovviamente gli jihadisti non hanno affatto la capacità di mettere in discussione), bensì proprio la liberazione dei musulmani stessi: in quanto sarebbe teso, anzitutto, a favorirne l'approccio laico con la loro stessa religione. Occorre scontrarsi, insomma, con le logiche jihadiste, ma non secondo lo schema dello “scontro di civiltà”.

Lo scontro di civiltà viene alimentato se a un simbolo religioso si contrappone un altro simbolo religioso. Ma se si mette in chiaro che da una parte c'è la logica dell'intolleranza - la stessa che esprimeva il nazismo in Europa con la purezza della razza, e che gli jihadisti dispiegano oggi con la purezza della religione - e dall'altra c'è una idea laica e pluralista del mondo, allora si configurerà uno scontro non “di civiltà”, ma “per la civiltà”; e cioè uno scontro tra le ragioni della liberazione e le ragioni dell'oppressione. È su questo crinale che vanno tracciate le discriminanti, dividendo ovunque, in Europa, in Usa e nei paesi arabi, tra chi pratica l’intolleranza e chi rivendica una libertà effettiva.

Ci sarebbero, così, almeno quattro conseguenze.

La prima è che da uno stesso lato della barricata andrebbero collocati non solo l’ISIS siriano, Al Quaeda e Boko Haram, ma anche la monarchia saudita e la teocrazia iraniana nel vicino oriente, così come vi andrebbero collocate le varie Leghe padane, Albe Dorate, Tea party e lepenismi vari in Occidente; mentre, dall’altro lato, ci sarebbero non solo le forze democratiche occidentali, ma anche i settori progressisti delle primavere arabe, i kurdi del PKK e l’intellettualità critica interna all’Islam.

La seconda conseguenza è che, essendo politico e non religioso il terreno di confronto, non soltanto non si contrapporrebbe più o meno boriosamente un “modo di vita” ad un altro, bensì si metterebbero a concreta contesa storica: la speranza dell’autodeterminazione per ciascuna persona in alternativa alla rassegnazione verso le consuetudini identitarie; la trasformazione libertaria dei rapporti civili in alternativa alla conservazione delle mentalità più oppressive; l’emancipazione degli individui in quanto tali, a partire dalle donne, in alternativa alla sottomissione delle persone nei confronti delle tradizionali gerarchie patriarcali.

La terza conseguenza è che una tale contesa storica non potrebbe restare confinata a lungo nelle rappresentazioni puramente formali dei principi dell’ottantanove (appunto, liberté, egalité e fraternité), e cioè in quanto libertà puramente di opinione, eguaglianza puramente giuridica e fraternità puramente morale. Sarebbe invece obiettivamente spinta a tradurre quei principi in effettiva pratica di vita, ovvero: libertà come autodeterminazione di ciascuno, eguaglianza come parità di opportunità sociali per tutti, fraternità come presa in carico delle persone in quanto tali nel concreto costruirsi della vita collettiva. In sostanza, verrebbe messa in discussione l’intera storia di barbarie che abbiamo alle spalle e che ancora incombe sui nostri destini: dalla mercificazione del lavoro all’autoritarismo delle gerarchie sociali al privilegio elitario dei saperi.

La quarta conseguenza è che una battaglia del genere, essendo essenzialmente di natura politica e culturale, metterebbe immediatamente la sordina alle logiche guerriere, accedendo all’uso della forza solamente in caso di stretta autodifesa.

In sintesi: gli jihadisti fanno la loro crociata, e vanno sicuramente contrastati anche sul campo; ma vanno contrastati soprattutto culturalmente. E coloro che pensano, invece, a una crociata simmetrica e contrapposta, non solo sono ingiusti perché non si pongono il problema della liberazione del mondo musulmano come condizione obbligata per la liberazione di tutti, ma sono anche del tutto velleitari: perché rischiano di consegnare un miliardo e 600 milioni di persone proprio alle culture salafite più radicali.

Un miliardo e 600 milioni di persone: vale a dire un’area immensa del genere umano. In effetti, sono gli stessi numeri a dirci che i musulmani sono parte imprescindibile di noi stessi. Ed è noi stessi che dobbiamo oggi trasformare.

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