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Domenica, 04 Marzo 2018 21:50

I MESI CHE ABBIAMO DAVANTI

Scritto da  Rino Malinconico

     1) Il risultato elettorale del 4 marzo ha aperto una intensa fase di convulsioni politico-istituzionali. Che non ci siano i numeri per maggioranze organiche di governo, è il meno. Ciò che più risulterà evidente, mese dopo mese, sarà infatti la crisi irreversibile della democrazia incentrata sul primato delle assemblee legislative rispetto agli esecutivi e alle strutture di governo. E tale esito non sarà dipeso tanto dalla legge elettorale, che pure resta tra le più cervellotiche e contraddittorie d’Europa. Al fondo agirà, invece, un processo epocale di carattere internazionale, da più parti indicato con l'espressione molto approssimativa di “crisi della democrazia”. Si tratta, in effetti, della generale perdita di importanza delle assemblee elettive all'interno delle dinamiche di indirizzo e tenuta delle società capitalistiche avanzate.

Da questo punto di vista, il mondo comincia a presentarsi piuttosto omogeneo: al cesarismo che caratterizza da gran tempo i principali paesi non-occidentali, come la Cina, la Russia e l’India - le cui assemblee elettive ratificano semplicemente le pratiche di governo che si formano, esistono e si sviluppano al di là dei tradizionali dibattiti parlamentari - si aggiungono ora, di fatto, le democrazie occidentali, nelle quali, vuoi per la logica ipermaggioritaria dei sistemi elettorali, vuoi (come nel caso dell'Italia) per il progressivo, inarrestabile deteriorarsi della dignità delle funzioni parlamentari, gli esecutivi stanno obiettivamente sopravanzando, e mettono nell’angolo, il potere legislativo; ed anzi, un po' ovunque la nozione di “legge” tende a confondersi senza problemi con quella di “decreto-legge”. Così, da Washington a Brasilia, e da Parigi a Tokio, la democrazia liberale si sta trasformando rapidamente in democrazia autoritaria, con caratteri sorprendentemente simili, nella sostanza, ai sistemi cesaristici, e perfino alle dittature conclamate che punteggiano il mondo non occidentale.

Molti commentatori di cultura liberale teorizzano apertamente non solo la positività di questo “cambiamento di passo”, ma anche la sua inevitabilità. E Renzi è ormai in numerosa compagnia, in Italia e fuori dall’Italia, a sostenere che non si governano le situazioni incalzanti e complesse del nostro tempo con le lungaggini dei dibattiti parlamentari. Va detto, in aggiunta, che nel corpo sociale sembra maturare, a tutte le latitudini, una ostinata voglia di “uomini della provvidenza” e di “poteri forti”. Il recentissimo film su Mussolini che ritorna, e s’incammina per le strade di Roma tra la gente che gli sorride e lo applaude, mi sembra un'azzeccatissima, inquietante metafora dei nostri tempi…

 

     2) Ma cosa accadrà in concreto in Italia? Dopo un paio di mesi di acuta fibrillazione, un governo ci sarà comunque; ma non potrà  durare per tutta la legislatura. Sarà un governo sostanzialmente d'emergenza, sia che si tratti, numeri permettendo, di un dicastero Cinque Stelle - Lega (magari con la Lega in appoggio esterno e con l'aiutino di Fratelli d'Italia), sia che si dia vita a una poco probabile compagine Cinque Stelle - PD - LeU (le ultime due formazioni magari in maggioranza ma senza ministri), sia che si tratti, più verosimilmente, di un formale “governo del presidente”, nominato da Mattarella sua sponte, col Parlamento chiamato a ratificarne le scelte sotto il ricatto dell'immediato scioglimento, e con gli alibi intrecciati delle urgenze internazionali e dell’impegno ad approntare una nuova legge elettorale dall’esito più chiaro. In tutti e tre gli scenari, è molto probabile che, da un lato, la discussione sulla legge elettorale proceda per veti e melme acquitrinose; e che, dall'altro, le emergenze legate alla pressione internazionale divengano più stringenti. E il combinato disposto di questi due fattori allungherà i tempi di sopravvivenza della legislatura pur senza una “maggioranza organica".

E però non si potrà tirare la corda più di tanto, e il Presidente della Repubblica non potrà ignorare per tutta la legislatura una situazione di confusione parlamentare. Alla fine, in un modo o nell'altro, si arriverà alle elezioni anticipate: forse nel 2020, forse nel 2021, dopo due o tre anni di un governo avviato forse col voto tecnico di fiducia e senza una effettiva base politica. Si procederà, in sostanza, con decreti-legge in continuo regime di proroga, e con una opinione pubblica sempre più stanca del Parlamento e dei partiti, sempre più vogliosa di un nuovo Cesare che metta a posto le cose.

Va tuttavia precisato un aspetto importante: la obiettiva “vacatio parlamentare” non impedirà affatto, al nostro paese, di svolgere un proprio ruolo all'interno dello scenario internazionale sia sul piano politico che sul piano economico. Sarà l'urgenza stessa delle cose a spingere, bene o male, in tale direzione, contribuendo a tenere a galla, pur nella crisi verticale della seconda repubblica, l'Italia come sistema-paese.

 

     3) Il punto è che se alziamo lo sguardo oltre i confini della nostra penisola scopriremo senza difficoltà un mondo segnato da lacerazioni e confronti durissimi anche sul piano strettamente militare. Il dramma più evidente è costituito dal collasso dell'Africa, con la miseria e la desertificazione degli habitat naturali che riducono allo stremo un miliardo circa di persone, spingendo a una migrazione di proporzioni gigantesche, drammatica come raramente si è visto nella storia dell'umanità; ed alimentando, per giunta, la stessa jihad, la guerra santa dei settori più radicali dell’Islam, che si esprime nelle forme barbariche di un neo-nazismo religioso e sanguinario.

Ma il collasso dell’Africa non fa “storia a sé”. Rinvia invece ad una accelerata scomposizione dell’ordine geopolitico degli assetti mondiali, Se ne abbia o no consapevolezza, stiamo vivendo, da un bel po' di anni, la quarta guerra mondiale (dopo la prima, la seconda e la guerra fredda). Il pontefice ha parlato acutamente di “guerra mondiale a pezzi”, e credo che non possa essere smentito da nessuno. Il fatto che l'Europa abbia vissuto solo perifericamente i bagliori di questa guerra, prima con uno dei suoi tragici prodomi nella ex Jugoslavia e più recentemente sulla frontiera russo-ucraina, ha attenuato la sua percezione da noi, ma non ha modificato la tragica realtà che si è determinata negli ultimi venticinque anni.

L’epicentro di questa quarta guerra mondiale è stato, ed è ancora, il Vicino Oriente. Seppure volessimo considerare come episodi a sé il sanguinosissimo conflitto tra Iraq e Iran dei primi anni ’80 e il ciclico ritorno delle armi nel contrasto israelo-palestinese (ma sarebbe una lettura molto riduttiva), è almeno dalla prima guerra del Golfo - e poi con l'invasione americana dell'Afghanistan, la seconda guerra del Golfo e infine la carneficina straziante in Siria e in Libia - che assistiamo a un ininterrotto tuono di cannoni e rombare di aerei. I morti complessivi sono nell'ordine dei milioni. E non si vede la fine: già si è aperto un nuovo capitolo di confronto tra Turchia e Iran, per non dire della distanza molto ravvicinata tra le linee americane e le linee russe sul territorio siriano o dell’incrudelirsi dei combattimenti nel sud della penisola arabica.

Peraltro, non è solo la guerra guerreggiata a riempire di nubi l'orizzonte internazionale. C'è anche l’infittirsi delle pressioni militari contrapposte, in particolare tra USA e Russia, addirittura con la ripresa, impensabile solo quattro o cinque anni fa, della corsa alla supremazia nucleare; mentre la tensione attorno alla penisola coreana, e nel Pacifico in genere, fa temere l’apertura molto ravvicinata di un “secondo fronte” di guerra guerreggiata…

 

     4) Si moltiplicano altresì le “guerre” commerciali, da ultimo tra Unione Europea e Stati Uniti sui dazi doganali, e crescono le linee di frattura sul piano geopolitico. Del resto, la ristrutturazione economica in corso non può che alimentare una concorrenza spietata tra i paesi capitalisticamente avanzati, e mettere in crisi, al tempo stesso, le politiche di sviluppo nelle aree del mondo meno progredite tecnologicamente. Detto in soldoni, viene meno la crescita globalmente “ordinata” che promettevano, una quindicina di anni fa, le socialdemocrazie e il liberismo temperato in USA e Europa e i populismi statalisti in America Latina e Asia. La crisi del 2008 ha cambiato le carte in tavola; ma le ha cambiate e le sta cambiando soprattutto la ristrutturazione degli assetti produttivi dell’ultimo quinquennio, con una tornata davvero impressionante di scoperte scientifiche e applicazioni produttive.

Così l'industria 4.0 innalza la potenza produttiva dei sistemi-paese più avanzati, e mette in crisi le tradizionali relazioni commerciali tra di loro, mentre si scarica con particolare effetto penalizzante non solo sul vecchio Terzo mondo, ma sugli stessi paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), che pure hanno finora conosciuto spettacolari trend di sviluppo. Tutti quelli che non sono al passo della nuova rivoluzione industriale della robotica applicata e delle biotecnologie sono messi di fronte alla imprevista inadeguatezza dei loro sistemi produttivi.

In questo scenario persino la costruzione politica più coraggiosa degli ultimi vent'anni, cioè l'Unione Europea, si presenta attraversata da corposissimi segnali di frattura. Non è solo questione di Brexit e dell'attuale confronto a proposito dell'Irlanda del Nord fra Unione Europea e Gran Bretagna; e non è solo l'emergere fortissimo dell'indipendentismo catalano o la voglia di separatismo che continua a segnare la vita politica del Belgio. L'Unione Europea ha perso molto della sua autorevolezza perché, dopo la crisi economica del 2008, da possibile Terra-madre di tutti si è rivelata sempre più una costruzione germanocentrica, capace di reggere non tanto per le sue intrinseche virtù ma solo perché la concorrenza a scala globale con Cina, Stati Uniti, Russia, Giappone e india si presenta ancora più paurosa per ciascun singolo paese d'Europa.

 

     5) Fortunatamente, attorno a noi, non c'è solo un panorama di tragedie e di peggioramenti. Si tratta di numeri modesti, molto modesti; ma esistono e sono già all’opera quelli che, a partire dal principio per cui “vengono prima gli esseri umani”, possono indicare una via diversa, opposta alle aberrazioni prodotte dalla logica del profitto e dalla logica della supremazia politico-militare. Sono militanti soprattutto "sociali", uomini e donne che, in variegati contesti politici e associativi, portano avanti, da un lato, le vecchie, buone bandiere della pace, della solidarietà e della cooperazione tra i popoli, e, dall’altro, della giustizia sociale e dei diritti di libertà delle persone. Tuttavia - e questo è un punto assolutamente decisivo -, per incidere davvero essi dovranno saper declinare le proprie parole d’ordine con l’alfabeto del mondo nuovo e terribile che abbiamo davanti. Declinarle, ad esempio, come hanno fatto gli zapatisti in Chiapas, con la costruzione di comunità aperte e solidali, o come stanno facendo i kurdi del Rojava, che non a caso sono osteggiati da tutti, compresi gli americani che li avevano in parte sostenuti contro Daesh.

Occorre, in sostanza, mettere assieme due battaglie, quella per una nuova società e quella per una nuova umanità, recuperando la criticità fondamentale che c'è stata nel Novecento proprio dentro il movimento operaio e comunista internazionale, il quale si è caratterizzato, per l'appunto, separando nel tempo e nello spazio la trasformazione degli assetti sociali dalla autoaffermazione degli esseri umani. Ma non è solo questione di rimettere al centro della lotta di classe le parole antiche di uguaglianza, fraternità e libertà, riplasmandole nella contrapposizione politica e sociale tra il basso e l'alto della società; è anche questione di sviluppare, contemporaneamente, una efficace, e ben argomentata, lotta culturale contro le sopravvivenze del patriarcato, che resistono anche nei paesi più civili, contro i demoni razzisti, che ovunque stanno riprendendo fiato, e contro l’intolleranza religiosa, che viene riproposta un po’ in tutte le fedi.

Si tratta di costruire, soprattutto, una critica propriamente rivoluzionaria dei processi politici, non rincorrendo le istituzioni rappresentative delegate, costruite dalla borghesia negli ultimi due secoli, ma assumendo, per dirla in una battuta, il tema della democrazia diretta come bussola, e le buone pratiche di solidarietà attiva come leva della iniziativa quotidiana. La qual cosa non significa non operare anche sul piano dei programmi politici generali, sul piano delle competizioni elettorali e sul piano della denuncia delle distorsioni della stessa democrazia rappresentativa. Significa però assumere come prioritaria una direttrice di marcia che lavori - fin da subito, e pur negli spazi angusti che si riescono a contendere agli assetti sociali capitalistici - per costruire pratiche di autorganizzazione popolare, capaci di proporsi, in tendenza, come potere popolare costituente.

 

     6) Ed è tanto più necessario che si operi in questa direzione perché gli altri, quelli che difendono gli assetti sociali così come sono e che magari vogliono addirittura peggiorarli per quanto riguarda le condizioni delle classi popolari, non tarderanno a riorganizzarsi anche qui in Italia. In breve, gli anni che si aprono, di maggioranza incerta o non maggioranza di governo, vedranno anche una semplificazione degli assetti politici nel campo delle forze reazionarie e centriste. È possibile, in particolare, che assisteremo nei prossimi mesi alla progressiva deflagrazione di due delle formazioni politiche che ora, sulla base dei risultati del 4 marzo, pure cantano vittoria. Mi riferisco a Forza Italia, da un lato, e (non sembri una boutade) al Movimento Cinque Stelle, dall’altro.

Forza Italia, anche per la progressiva eclissi del suo fondatore e deus ex machina Silvio Berlusconi, ma soprattutto per il rimpicciolirsi del suo spazio specifico tra il Partito Democratico e la Lega, difficilmente sopravvivrà alle convulsioni di questa legislatura. Una parte se ne andrà con la Lega o con Fratelli d'Italia, che hanno, soprattutto la Lega, le spalle più robuste per reggere questo passaggio di fase; un'altra parte si aggregherà in varie forme al “Partito della Nazione” che il PD di Renzi, o chi per lui, finalmente potrà costruire, senza l'onere della responsabilità diretta del governo e senza più settori interni che ricordino vagamente la cultura socialdemocratica del secolo scorso.

Quanto ai Cinque Stelle, io credo che si arenerà, nel volgere di questa legislatura, la loro rapida traiettoria: proprio per il mancato raggiungimento del risultato cui hanno tutto sacrificato, e cioè una esperienza visibilmente efficace di governo, avranno difficoltà a tenere insieme le molte anime e le molte ambiguità che li attraversano. Anche nei loro confronti agirà il richiamo di partiti più strutturati, come la Lega o Fratelli d'Italia (questi ultimi, a loro volta, è possibile che recuperino, dalla loro destra, po' di umori veterofascisti, riordinandoli in un più credibile progetto politico rispetto a Casa Pound, convergente e concorrente con la Lega). Per altro verso, fungerà da richiamo, nei confronti dei Cinque Stelle, finanche il Partito della Nazione che nascerà dalla ulteriore, inevitabile, evoluzione del PD. E potrebbe recuperare simpatie nel loro bacino elettorale anche una possibile sinistra antiliberista, sempre che la si riesca a costruire...

 

     7) In effetti, si dovrebbe cominciare subito a costruirla questa sinistra antiliberista in Italia, facendo tesoro dello stesso amaro risultato, in queste elezioni, della lista di Potere al Popolo. Non c'è che dire: l'esito della lista - che anch'io, assieme a tanti e tante militanti della sinistra-sinistra, ho sostenuto con convinzione - è obiettivamente deludente. Non solo non si è raggiunto il risultato sperato di avere dei parlamentari, ma si è andati appena qualche decimale sopra l'1%. Neppure in Toscana, che segna l'esito migliore, si è arrivati, non dico al 3, ma al 2%... E non serve dire che la lista aveva pochi mesi di vita, poiché tutte le soggettività arganizzate che l'hanno costruita e sostenuta, da Rifondazione comunista all'ex Opg, sono da anni, perfino da decenni, politicamente in campo. Ma l'analisi fredda del dato elettorale, non deve impedirci di vedere l'insieme di ciò che ha significato, e forse può ancora significare, Potere al Popolo.

È un fatto che attorno alle iniziative di Potere al Popolo c'è stato entusiasmo. Ed è un fatto che molte energie militanti si sono visibilmente rimesse in moto durante la campagna elettorale. Anzi, la gran parte della sinistra militante diffusa è stata positivamente tentata da Potere al Popolo, ha sperato che potesse divenire il punto di inizio per costruire, in tempi rapidi, una sinistra antiliberista capace di pesare anche elettoralmente, capace di andare oltre la pura testimonianza autoreferenziale delle "liste comuniste" (che non  a caso hanno registrato, in queste stesse elezioni, cifre inesistenti). Il 4 marzo ci dice con brutalità che i tempi non saranno rapidi, e che le scorciatoie elettorali rimangono pochissimo promettenti. Ma non ci dice, o per lo meno non ci dice ancora, che quel tentativo debba essere abbandonato.

Del resto, il pessimo risultato della formazione politica guidata da Pietro Grasso, che solo per pochi decimali ha superato il 3%, ci conferma che altre vie non ce ne sono. E anzi, la stessa LeU appare destinata a un punto ineludibile di verità: quelli tra loro che vorranno davvero avviare una dinamica politica antiliberista non potranno che riconoscere, da un lato, la formidabile insufficienza quantitativa dei consensi aggregati come “Liberi e Uguali”, e, dall'altro, le troppe ambiguità che hanno segnato quell’esperienza fin dalla nascita. D’altra parte, il Partito della Nazione di Renzi, o chi per lui, sarà abbastanza simile alla vecchia Democrazia Cristiana: un contenitore accogliente anche per chi voglia semplicemente predicare, senza rotture di sistema e con scarsissime conseguenze pratiche, parole di maggiore equità sociale. Detto in altri termini: i settori più istituzionalisti dell’attuale “Liberi ed Uguali” troveranno mille ragioni - dentro le sfide durissime dei prossimi anni, e a fronte della riorganizzazione aggressiva, e finanche violenta, delle destre - per rivedere, in radice, la propria contrapposizione nei confronti del Partito Democratico (o della Nazione, o come diavolo si chiamerà)...

Per farla breve, io ritengo che, pur con questo risultato assai deludente, l'esperienza avviata con Potere al Popolo andrebbe mantenuta nella sua ispirazione di fondo. Non è ancora un vero punto di riorganizzazione per l’insieme degli strati popolari e per le battaglie di emancipazione sociale e civile, ma mantiene dentro di sé delle potenzialità.

 

      8) E però Potere al Popolo riuscirà, in questa sua funzione strategica di “punto d’inizio” e di “raccolta di forze”, se davvero farà rapidi passi, visibili e concreti, nella propria costruzione politica e organizzativa. Questo significa, per dirne una, che la sigla non va lasciata cadere e che le sedi esistenti delle organizzazioni che hanno sostenuto Potere al Popolo dovrebbero diventare ovunque anche le concrete sedi fisiche di Potere al Popolo, attraversabili senza problemi da chi non ha appartenenze partitiche o associative ma nondimeno vuole riconoscersi nel progetto comune. E significa, per dirne un’altra, che andrebbero strutturati al più presto degli agili coordinamenti territoriali (si potrebbero prendere a base proprio i 226 collegi camerali: abbastanza ampi, ma non troppo, per facilitare l’interscambio, il riconoscersi reciproco e la concreta costruzione di iniziative di lotta e mutualità sociale).

Fare questo, lo dico subito, non implica affatto lo scioglimento contestuale delle formazioni politiche che sostengono, o sosterranno, Potere al Popolo. Quelle restano, ed è bene che restino, poiché il pur legittimo interrogativo sul proseguimento autonomo di ciascuna sigla autonomamente organizzata ha senso che sia posto solo se c’è davvero qualcosa di nuovo già sedimentata - e sedimentata davvero con evidenza - nella esperienza e nell'impegno comune. Per tutta una fase, più o meno breve o più o meno lunga, dovrà essere vissuta come normale la duplicità delle appartenenze: di chi, ad esempio, è sì di Potere al Popolo, ma contemporaneamente milita in Rifondazione Comunista o in Sinistra Anticapitalista o nell’ex Opg, o nel collettivo Clash City Workers o nella rete Eurostop. O in Altra Europa o in Sinistra Italiana, qualora decidessero anch’esse di aderire al progetto. Insomma, la duplicità di appartenenza, per il periodo che durerà, è bene che venga vissuta positivamente da tutti. D’altra parte, il carattere inclusivo della struttura che deve essere costruita, appunto “Potere al Popolo”, implica condivisione profonda sui temi della critica allo stato di cose presenti, ma non ancora un'analoga condivisione dei tratti profondi della nuova società e della nuova umanità cui vogliamo tendere. C'è bisogno di un riaggiornamento profondo della critica del capitalismo, della critica della politica e dell'ideale stesso del comunismo. E questo non si fa, non si può fare, dall'oggi al domani.

Si mantenga, allora, l'esperienza di Potere al Popolo, facendo delle sedi che esistono tutte sedi anche di Potere al Popolo; si costruiscano i coordinamenti territoriali di Potere al Popolo; si costruisca, nei tempi necessari, anche una formale adesione associativa a Potere al Popolo, su base volontaria e individuale. E si vivano i prossimi due, tre anni come un periodo di crescita e verifica dell'intero progetto: proprio rispetto ai suoi contenuti ideali e non solo politici. Questo è ciò che distingue un processo politico reale da un processo fittizio. E soprattutto si mantenga, e anzi si accentui, l'atteggiamento aperto e inclusivo di questi mesi, facilitando l'ingresso in questo cammino delle tante e dei tanti che, a tutt’oggi, non hanno appartenenze organizzate, ma potrebbero vedere proprio in Potere al Popolo il luogo possibile dell'impegno politico. Più saranno, più diverrà agevole realizzare, finalmente, la soggettività compiutamente unitaria della sinistra antiliberista e anticapitalista in Italia.

Napoli, 5 marzo 2018

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