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Domenica, 13 Novembre 2016 10:18

Il Referendum e le disuguaglianze

Scritto da  Angela Maria Pelosi

 

È possibile declinare il no a questo referendum in modi molto diversi.

Il mio “no” non si basa tanto sulle caratteristiche tecniche del quesito, sul fatto cioè che si tratta - come viene sottolineato in maniera piuttosto convincente da molti giuristi - di un dettato confuso, che non cancella affatto le lungaggini istituzionali ed apre facilmente a molti contenziosi con le Regioni; e neppure è un no pregiudiziale, per mettere in crisi il governo e le sue non nascoste tentazioni di primato dell’esecutivo sul potere legislativo, che è poi l’obiettivo dichiarato di tutte le forze politiche di opposizione.

Lo chiamerei, piuttosto, un no culturale, suggerito da una precisa considerazione storica sugli effettivi assetti sociali del nostro Paese.

Il punto è che questa nostra Costituzione, concepita nel fuoco della guerra partigiana contro il nazifascismo – “testamento di centomila morti”, la definiva Piero Calamandrei -, non è soltanto, probabilmente, la più bella del mondo; ma è anche, e soprattutto, la più inapplicata.

È rimasto largamente disatteso soprattutto il secondo comma dell'articolo 3, quello che recita: "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".

Io credo che stia sotto gli occhi di tutti: in particolare per le nuove generazioni, per tanti giovani soprattutto del nostro Mezzogiorno, gli ostacoli di ordine economico e sociale anziché diminuire si sono enormemente moltiplicati. Anzi, si sono ingigantite proprio le disuguaglianze complessive, in una progressione che è l’esatto contrario di quello che speravano i nostri Padri costituenti.

Uno studio pubblicato nel 2015 dall’OCSE, la Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico, che è senz’altro il più prestigioso centro-studi in materia economica che esista al mondo, rileva che in Italia l'1% della popolazione detiene, da solo, il 14,3% della ricchezza nazionale netta; di contro, c’è un 40% che possiede appena il 4,9%.

E se scendiamo più in profondità, scopriamo che a fronte di un 20% sicuramente benestante, che possiede il 61,6% della ricchezza nazionale, c’è un corposo 60% della popolazione che dispone solamente del 17,4%. E, di questa ampia maggioranza di “gente normale”, un buon terzo fatica letteralmente ad arrivare alla fine del mese e a mettere assieme il pranzo con la cena. In altre parole, al 20% più povero della popolazione italiana va appena lo 0,4% della ricchezza che si produce. Insomma, come ha recentemente certificato l’INPS, oggi come oggi, ben 15 milioni di cittadini (un quarto della popolazione) si trovano al di sotto della soglia tecnica di povertà!

Ci può mai essere un problema più grande, proprio per il funzionamento di ciò che chiamiamo “democrazia”, di una disuguaglianza sociale così marcata, che si alimenta delle sofferenze e dei drammi quotidiani di milioni di famiglie? Il primo obiettivo di un governo, e della politica in genere, non dovrebbe essere quello di “rimuovere”, come comanda l’art. 3, proprio questo “ostacolo”, che pesa come un autentico macigno sul “pieno sviluppo della persona”?

Si dirà: ma qualcosa i governi, o questo governo, hanno comunque fatto per l’occupazione e il reddito.

La mia opinione è che è stato fatto troppo, troppo poco. Ed anzi, alcuni provvedimenti più recenti hanno addirittura aggravato la situazione.

Si consideri, ad esempio, il meccanismo dei voucher, vale a dire i buoni-orari di 10 euro nominali, che il datore di lavoro acquista alla posta, in banca o persino dai tabaccai, e con i quali retribuisce il lavoratore senza alcun altro impegno; e questi poi andrà ad incassarli versando la sua parte di contributi e mantenendo per sé non più di 7 euro e 50. E’ una modalità di impiego che comincia ad essere utilizzata finanche dalle pubbliche amministrazioni. Ebbene: è mai possibile considerare questo istituto legislativo come una accettabile "rimozione di ostacoli"?

Per come la vedo io si tratta, piuttosto, di una precarizzazione assoluta del lavoro! Non a caso arriva dopo numerosi altri provvedimenti (varati sia dai governi di destra che dai governi di centrosinistra), che hanno obiettivamente favorito, persino al di là delle intenzioni, una “flessibilità del lavoro” ormai senza più regole. Ed hanno favorito finanche l’uso selettivo dei servizi di cittadinanza reale, ad esempio con la cura sanitaria tornata ad essere, come prima delle mutue, quasi un lusso per chi è povero; e ciò ancora una volta, in dispregio della nostra Costituzione, di quel suo articolo 32 che proclama la gratuità dell’assistenza sanitaria a chi non può pagarsela…

Intendiamoci: in linea di principio non ci sarebbe nulla di male, tornando ai voucher, a rendere più flessibile il lavoro; non ci sarebbe nulla di male se fossimo in un regime di sostanziale pieno impiego. In tal caso, i voucher potrebbero anche configurarsi come un semplice avvio al lavoro per giovani che debbono fare un po’ di esperienza. Ma come tutti sappiamo, la disoccupazione in Italia è nell'ordine delle due cifre, e quella giovanile è del 40%. Altro che pieno impiego!

Eppure proprio la Costituzione, all’articolo 35 recita: “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni”. E poi: “Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori”. Ed è sempre la Costituzione che, all’art. 36, afferma solennemente: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”.

Ma quanti giovani di oggi possono davvero costruirsi una famiglia? E quanti hanno davanti la prospettiva di una esistenza veramente libera e dignitosa?

Si obietterà: ma il referendum non si occupa affatto di queste questioni, riguarda soltanto il funzionamento delle istituzioni... Appunto!

Ai miei occhi è esattamente questa la sua principale colpa. Si richiama l'attenzione sul mero funzionamento delle istituzioni, quando invece resta aperta una questione gigantesca, che è proprio quella della sostanziale riduzione a lettera morta del dettato costituzionale…

E si badi bene: si tratta di una colpa che io non imputo soltanto a questo governo e alle forze politiche che hanno votato le attuali modifiche costituzionali sottoposte ora a referendum. A lasciare inapplicata la Costituzione, in particolare per quanto concerne i diritti sociali delle persone, sono stati in molti, proprio in molti, nel corso degli anni…

Ma c'è di più. Nel 2012 con una amplissima maggioranza parlamentare (al Senato, tanto per dire, ci furono 235 sì, solo 11 no e 24 astenuti, e ugualmente avvenne alla Camera) veniva riformulato l'articolo 81 relativo al bilancio dello Stato, entrato poi in vigore a partire dal 2014. Nella nuova versione, il pareggio di bilancio, e cioè l'impossibilità di procedere in deficit, è divenuto un principio inderogabile. Il testo recita: "Il ricorso all'indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali. Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte".

È fin troppo facile capire che, con un tale rigidissimo vincolo, diviene ancora più difficile, molto più difficile, l'azione dello Stato di “rimuovere gli ostacoli” che, come dice l'articolo tre, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

Io capisco che c’è la pressione della Unione Europea, capisco pure l’enormità poco sostenibile del nostro debito pubblico, capisco anche che nella globalizzazione dei mercati nessuno Stato può fare davvero come gli pare e stampare carta moneta senza solidi fondamenti. Ma per quel poco che so di economia, reperire risorse anche col sistema del debito è una strada pressoché obbligata per rimettere davvero in moto, a partire da grandi investimenti pubblici, il lavoro e la produzione di ricchezza.

E in ogni caso, non mi pare per nulla saggio mettere il pareggio di bilancio persino dentro la Costituzione, sbarrandoci da soli la via per interventi economici espansivi, oramai sempre più necessari.

Ecco, dunque, le ragioni del mio NO.

Dico no, perché prima ancora di cambiarla nelle parti che potrebbero essere effettivamente datate, la Costituzione va davvero applicata.

Dico no, perché modificare la composizione del Senato e abolire la doppia lettura della legge (ma non invece l’articolo 81 del pareggio in bilancio), è un po’ come occuparsi della disposizione dei mobili mentre il soffitto e il pavimento sono già pieni di crepe e di buchi: magari la nuova disposizione dei mobili potrebbe essere davvero più coerente e razionale; ma il punto è che non significherà proprio nulla, se poi viviamo in una casa che cade a pezzi e dev’essere riparata...

Dico no, infine, perché voglio sottrarmi all’illusione paralizzante di chi pensa che i problemi reali si risolvono intervenendo semplicemente sugli equilibri istituzionali. I problemi, invece, si possono cominciare a risolvere soltanto intervenendo sui nodi veri del nostro vivere e del nostro tempo.

E se il nostro vivere e il nostro tempo sono segnati da disuguaglianze sempre più grandi e sempre più atroci, è proprio da lì che bisogna cominciare. Non da altro.

Novembre 2016

 

Letto 549 volte Ultima modifica il Domenica, 13 Novembre 2016 10:40