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Martedì, 05 Aprile 2016 18:40

Il PD e il riformismo del XXI secolo

Scritto da  Gianmarco Pisa

Esiste una enunciazione diffusa, particolarmente in voga “a sinistra”, che vede nel progetto renziano la forma della compiuta degenerazione del PD, una deriva rispetto alla sua originale vocazione e alla sua naturale ispirazione, vale a dire quella di “unire i riformismi e le forze popolari di questo Paese”, portando a sintesi l'esperienza post-comunista di tradizione laburista e l'esperienza post-democristiana di tradizione cattolico-solidaristica. Non c'è, in politica, oggi, in Italia, nulla di più falso e, non a caso, l'argomento sembra andare per la maggiore negli ambienti della sinistra riformista interna al PD o della sinistra PD in uscita o già uscita dal PD. È la manifestazione di una “falsa coscienza”, peraltro vagamente auto-assolutoria.

È una tesi “sghemba”, che dimentica i contenuti del congresso del PDS del 1997, quello tutto giocato lungo l'asse della modernizzazione della sinistra e della critica alla tradizione laburista ed alla sua concretizzazione sindacale, quella per cui «stimoli e critiche nascono dalla preoccupazione che il sindacato e la sinistra non sappiano al meglio rappresentare il mondo dei lavoratori e anche di quelli che un lavoro non ce l’hanno», come dalla relazione conclusiva dell'allora segretario Massimo D'Alema. E parmenti si lascia cadere la relazione di Walter Veltroni al Lingotto, quella del congresso dei DS del 2000, che rimarcava il proprio compito prioritario nel fare diventare«il riformismo maggioritario» e addirittura assumeva in sé l'intera griglia politica del liberalismo, rimarcando che «del liberalismo democratico abbiamo fatto nostra, in modo irreversibile, la cultura dei diritti umani, il valore universale della democrazia, la centralità del tema della libertà, la considerazione dell'individuo, il valore dell'inclusione, l'accettazione senza riserve dell'economia di mercato, la valutazione positiva della competizione insieme all'importanza delle regole, delle procedure, delle forme».

Ma la tesi della “degenerazione” rimuove soprattutto quel vero e proprio “decalogo del riformismo italiano”, incarnato dai DS, che fu tracciato nel congresso svoltosi a Roma, sotto la segreteria di Piero Fassino, nel 2005, per cui «riformismo è cultura di governo, è pragmatismo in luogo di ideologismo, è riconoscimento dei meriti accanto al rifiuto dell'ingiustizia, è, soprattutto, senso di responsabilità istituzionale quando si è alla guida del Paese come quando si è all'opposizione. Ma non è, non è mai stato e non può essere l'equidistanza geometrica tra destra e sinistra, l'incapacità di esprimere giudizi netti, il rifiuto di testimoniare altri valori e altri principi». In quelle tesi si assumeva un punto di vista esplicitamente liberal-socialista, quello della “alleanza del merito con il bisogno”, compiutamente annunciato, a suo tempo, da Claudio Martelli alla conferenza socialista di Rimini del 1982.

Per dirla con la necessaria brutalità, è davvero impossibile non vedere le straordinarie analogie e la diligente continuità tra ciò che hanno sostenuto nel tempo i vari D’Alema, Veltroni e Fassino e quanto dichiarato dall'ultimo segretario, Matteo Renzi, nella relazione politica ai gruppi parlamentari (3 novembre 2015), per cui: «io sostengo che la vocazione della sinistra riformista è, come avrebbe detto il grande statista svedese (Olaf Palme, nda), combattere la povertà e non la ricchezza. La sinistra ideologica non vincerà, mai. Al massimo aiuta la destra a vincere».

Come ha ribadito Leonardo Scimmi, in un suo recente commento significativamente intitolato “Il riformismo socialista: da Marx a Bernstein fino a Matteo Renzi?”, pubblicato su “L'Avanti” del 1° agosto 2014: «La sinistra deve indicare la via per il progresso e non cadere nella trappola dell’odio di classe che può aver presa su un elettorato ignorante come erano i contadini russi della rivoluzione bolscevica, ma che mal si adatta alla società italiana di oggi dove, seppur poveri o precari, i cittadini sono per lo più educati e scolarizzati e si aspettano qualcosa di più sofisticato che una mera presa della Bastiglia». Più chiari davvero non si potrebbe...

Come ha limpidamente chiosato il Ministro del Lavoro del governo Renzi, in una sua recente intervista al “Corriere della Sera” (16 marzo 2016), la portata ideologica e la gittata strategica del progetto renziano si misurano nella ridefinizione dei termini stessi della sinistra politica in una chiave tendenzialmente post-socialdemocratica e neo-riformistica. Insomma, il progetto renziano punta ad incarnare, della categoria stessa della sinistra, la sua versione riformistica, secondo una interpretazione coerente con il governo capitalistico della crisi econ una dinamica caratterizzata dalla forte accelerazione delle misure decisionali. Un “riformismo dall'alto”, come si era già visto più volte nell'Europa continentale, e come viceversa non si era mai visto nella storia d'Italia.

La natura sociale di questo disegno è volutamente, perfino ostentatamente, interclassista; il blocco sociale su cui si basa ed a cui fa riferimento è composto da una nuova alleanza dei produttori, soprattutto i lavoratori dei settori innovativi, il ceto medio intellettuale e professionale, e l'imprenditoria dinamica, e cioè la frazione della borghesia capitalistica più incline all'investimento innovativo e più aperta alla competizione inter-nazionale. L'alleanza dei produttori è il terreno naturale su cui il progetto gioca le sue carte. Lo ricorda lo stesso ministro Giuliano Poletti: «non vogliamo un assistenzialismo universale, vogliamo un sostegno al reddito affiancato da una rete territoriale che comprenda Regioni, Comuni, Volontariato, e non [...] una semplice elemosina. Il cittadino non dipende dal sussidio: prende un impegno [...] con i contribuenti: deve mandare i bambini a scuola, deve impegnarsi in un percorso di formazione e, se gli offrono un lavoro, lo deve fare. [...] Dove non arriva lo Stato perché non ha i soldi, dove non arriva il mercato perché non ci guadagna, arriverà il Terzo Settore; [...] non sarà più l'appendice della buona volontà ma il vero motore del sistema».

Non a caso, coerentemente con queste coordinate, il progetto renziano supera il principio della unitarietà, della universalità e del carattere pubblico e statale dell'intero welfare system e ne propone una radicale re-interpretazione, in chiave di compartecipazione pubblico-privato. Di fatto, riduce la sua portata universalistica, ri-orienta le priorità sulle fasce prioritarie di bisogno e sui servizi minimi essenziali e ri-definisce gli attori in termini di regia pubblica e organizzazione privata: «nessuno aveva mai pensato ad un piano universale per la lotta alla povertà, nessuno aveva mai fatto l'alternanza scuola-lavoro, nessuno aveva mai dato valore così profondo all'associazionismo, al volontariato, alla società civile. Ora abbattiamo le tasse sul salario di produttività e le eliminiamo sul welfare aziendale: se l'azienda dà al lavoratore un voucher per l'asilo nido, lo Stato non prende un centesimo, ma risparmia perché il suo impegno si alleggerisce. [...] Nascerà un Programma Erasmus del Servizio Civile, che si potrà fare anche all'estero: ogni lo svolgono 50 mila giovani all'anno; devono diventare almeno 100 mila. La povertà da sconfiggere non è solo economica ma educativa: i primi 150 milioni da investire arrivano dall'accordo siglato con le fondazioni bancarie».

Detto in sintesi: il progetto renziano rappresenta la più completa e compiuta espressione della ragione fondativa e del profilo fondamentale del PD stesso, incarna nella maniera più tesa ed esauriente la natura del riformismo italiano nel contesto del riformismo europeo e costituisce la declinazione odierna, attuale e pertinente, della socialdemocrazia, non molto dissimile, peraltro, tra Roma, Parigi e Bruxelles. Di questo progetto, peraltro, sono piena e coerente espressione i vincitori delle primarie del centro-sinistra per le elezioni amministrative nella maggiori città; basterebbero, siano passati o meno per le primarie, i nomi di Fassino a Torino, di Sala a Milano, di Merola a Bologna, di Giachetti a Roma e della Valente a Napoli, per confermarlo: una schiera di candidati renziani, d'origine o convertiti. Né vale tanto, misurata su questo banco di prova, la pretesa della cosiddetta autonomia territoriale: non esiste un PD locale diverso da un PD nazionale. Esiste viceversa una base diffusa del PD che non sempre si riconosce nella linea e nella pratica politica della maggioranza renziana. Ma questo è un altro discorso e chiama in causa, semmai, la responsabilità dell'“altra” sinistra, quella che per ora definiremmo “non-riformistica”, a maturare un proprio profilo ed affermare una propria autonomia.

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