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Domenica, 13 Marzo 2016 07:25

Ma come sta messo oggi il Partito Democratico?

Scritto da  Enrico Milani

 

No primarie … no party; oppure Partito Definitivamente … e non più tornato? Indubbiamente, giochi di parole a parte, il PD è messo proprio male. Non solo il renzismo, ma proprio il PD tout court, o meglio il renzismo quale fase suprema del piddismo.

Provo a spiegare. La stagione odierna del PD avrebbe dovuto rappresentare, nelle intenzioni del nuovo gruppo dirigente, la definitiva rottura con l’ultimo (minuscolo) frammento dell’eredità del PCI (e, perché no?, della vecchia sinistra DC), ossia quanto rimaneva di ciò che, nel secolo scorso, costituiva il quadro del compromesso storico, del welfare all’italiana e del sistema costituzionale e politico-istituzionale nato dalla Resistenza.

Questo nuovo gruppo dirigente si è rapidamente impadronito della struttura organizzativa del Partito e ha imposto la logica del leader salvifico, della rottamazione, del progressivo dissolvimento delle procedure decisionali collegiali, del distacco ostentato e scientificamente perseguito dalla costola sindacale, additata -non del tutto a torto, in verità - come una zavorra inutile ed anzi dannosa. Contemporaneamente il PD renziano appare tutto proiettato a fare incetta di voti e di elettorato “a tutto campo”, magnificando le proprie riforme e attaccando ruvidamente i cosiddetti “gufi”, ovvero chiunque muova una qualche pur blanda critica alle cose per come vanno.

Renzi, in effetti, non potendo granché sul terreno delle decisioni macroeconomiche, ha provato a consolidare le sue leve di potere nelle tre direzioni decisive: Stato, governo, partito. E però, accanto all’intensificarsi del controllo del gruppo dirigente, tendono a crescere anche le contraddizioni e le difficoltà.

Sullo Stato: il superamento del bicameralismo è avviato (per quanto pesi ancora l’incognita del referendum), nel senso precipuo di un sostanziale “superamento del parlamentarismo”, inteso come forma istituzionale basata sul primato del Parlamentorispetto al Governo, in direzione di un rapporto rovesciato. La linea di marcia è verso la completa supremazia del Governo su di un Parlamento ridotto ad una sola Camera formalmente elettiva (in realtà, per ora, complice l’Italicum, sarà essenzialmente sotto nomina e dominio del premier/segretario), con l’orpello di un Senato pressoché inutile. Ma se la stella del premier dovesse offuscarsi per una qualsiasi ragione di politica estera o politica interna, non sono da escludere future resistenze, più o meno nobili, dei parlamentari.

Sul Governo: l’accentramento sostanziale nel ruolo del premier delle principali decisioni concernenti l’attività di governo ha relegato i ministri al rango di meri “esecutori”, verticalizzando e personalizzando sempre di più le stesse funzioni normative. Il governo utilizza di fatto la clava della fiducia per ridurre il potere di legiferare del Parlamento, senza neppure il contrappunto del controllo del Presidente della Repubblica, pesando oggi, più dei silenzi di Mattarella, il ruolo giocato negli ultimi anni dal precedente inquilino del Colle. Tuttavia, la mancanza di reali prospettive future per i ministri ex di Forza Italia potrà riservare più di una difficoltà al premier, man mano che si avvicina la scadenza elettorale.

Sul Partito: il PD renziano, sbandierato come la culla di una nuova stagione della partecipazione, come l’unica diga efficace contro il “berlusconismo senza Berlusconi” e contro il grillismo, si sta sfaldando dentro il buco nero dei mille potentati d’interesse, collegati non già da una politica ma semplicemente da una struttura di relazioni di maggiore o minore prossimità con i luoghi dove si decide.

Soprattutto le recentissime vicende delle primarie la dicono lunga sulla navigazione accidentata del nuovo PD renziano. Come si ricorderà, proprio le primarie avevano inaugurato la stagione del renzismo, in forza del voto aperto ai non iscritti e dell’evidente logoramento, aggravato dalla marcata vocazione compromissoria, del vecchio gruppo dirigente di matrice PCI/PDS. Ora però si stanno trasformando in un incubo che può travolgere non solo il renzismo, alquanto in debito d’ossigeno sulle politiche generali, ma lo stesso orizzonte “partitico” del PD.

La trazione moderata, ossia “il partito della nazione che si fa, ma non si dice”, aveva una sua (perversa) logica se riusciva ad espandersi socialmente e politicamente verso l’area e l’elettorato “centrale”, senza perdere il grosso delle truppe “a sinistra”. In questo senso giocava anche il passaggio di qualche parlamentare di SEL nel PD, come l’ex capogruppo alla Camera, passaggio che completava il “divide et impera” del presidente/segretario, il quale aveva prestamente convinto anche molti ex bersaniani, i cosiddetti “giovani turchi”, a schierarsi con la nuova maggioranza interna. E però, se l’operazione al centro sembra riuscita, non è così nelle realtà locali. Le primarie milanesi, diversamente da quanto pareva certo fino alla settimana scorsa, potrebbero essere seguite dalla scomposizione dell’area che vi ha partecipato, senza nessuna garanzia per il PD dell’autosufficienza del manager/Expo; quelle romane hanno visto una debacle di partecipazione impressionante per dimensioni e profondità, ed aprono alla possibilità di una vittoria pentastellata che potrebbe incrociare flussi elettorali dei più impensabili; a Napoli, l’esibita manomissione del voto rischia di trasformarsi in uno scontro sanguinoso tra la giovane erede di una solida tradizione di controllo del territorio e l’antico “dante causa” di quella medesima eredità, rafforzando la prospettiva di un secondo mandato a De Magistris ed alla coalizione, un po’ caotica ma comunque generosa, che lo sostiene.

Ma questa crisi del PD nelle varie città, che travalica ed oltrepassa la crisi del renzismo, può liberare energie a sinistra? “La questione è complessa”, come si sarebbe detto un tempo, ma la mia risposta finale è “no”, o almeno “non automaticamente”. No, se ci si limita a guardare le cose con la lente della politica-politicante: su quel piano l’idea prevalente sarà quella che già si è incaricato di delineare l’ex “lìder maximo” (D'Alema): senza soverchi giri di parole, ha lasciato intravvedere il suo pronostico di sconfitta delle liste PD alle prossime amministrative come evento intorno al quale affilare le lame per lo scontro finale con l’obiettivo della riconquista del “partito”, mentre Renzi gli ribatte che contrasterà la manovra senza cedere di un millimetro, almeno per ora, sulla decisiva concentrazione delle due cariche (premier e segretario) con cui ha sbaragliato il vecchio gruppo dirigente. Ma lo scontro tra chi si candida alla “riconquista” e chi si arrocca “a difesa” rischia, con buona pace d’ogni diversa intenzione, di non trovare più il “partito” di prima, neppure quello del passato più prossimo: troverà, ammesso che l’impresa riesca, strutture e stanze vuote, provviste scarse e prospettive buie.

L’interrogativo davvero delicato, tuttavia, è un altro: una possibile crisi del renzismo porterebbe, oggi come oggi, al rilancio di una vera partecipazione di “massa”? Purtroppo, mi sembra che le condizioni attuali non spingano in questo verso. Troppo profonda è stata l’incidenza delle culture dell’egoismo, dell’individualismo e della frammentazione in una composizione di classe già radicalmente trasformata dalla forza sistemica del capitale totale e dalla pervasività delle tecnologie moderne ed ultramoderne, che inglobano incessantemente sempre più sapere sociale, privandone in misura crescente gli individui in carne ed ossa. Il mondo è davvero tutto segnato dal rapporto sociale di capitale, ed appartiene totalmente al sistema integrato della produzione e della circolazione puramente capitalistiche. In esso lo spazio per le persone reali è ormai ridotto al lumicino. D’altronde, a scala planetaria, l’immagine che meglio qualifica il nostro tempo sono le decine di migliaia di persone costrette dentro il filo spinato, sotto le bombe, al di qua dei muri, in bilico quotidiano tra la vita e la morte.

Il punto è che non vi sono soluzione miracolistiche, ossia immediate e risolutive. Spagna, Grecia, Germania, Gran Bretagna dimostrano che i percorsi sono lunghi e non basta soltanto la buona volontà nell’organizzare lotte, resistenza e movimenti. Occorrono idee nuove, molto coraggio e soprattutto la consapevolezza che le soluzioni, o più semplicemente le strade da percorrere, non le troveremo guardando indietro.

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