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Sabato, 02 Marzo 2019 08:51

LE SFIDE APERTE IN SIRIA. IL PUNTO DI VISTA DEL ROJAVA In evidenza

Scritto da  intervista a Riza Altun

Quella che pubblichiamo è la versione parziale e incompleta, e però chiara nei punti che a noi paiono decisivi, di una intervista del 2017, fatta dal giornalista dell’agenzia Firat News Berfîn Bağdu al membro del Consiglio esecutivo dell’Unione delle comunità del Kurdistan (KCK) Rıza Altun. Al centro dell’intervista è l’analisi dell’imperialismo e del capitalismo nella crisi mediorientale, nonché le caratteristiche dell’approccio del PKK alla situazione siriana. La versione integrale la si può trovare, anche in italiano, sul sito www.uikionlus.com. Perché la ripubblichiamo oggi? Anzitutto, perché ci aiuta a capire la portata storica delle sfide che sono aperte nel Vicino Oriente. E poi perché ci pare una esemplificazione molto efficace di come i marxisti dovrebbero rapportarsi alle variegate e complesse contraddizioni del nostro tempo.

 

Movimenti rivoluzionari e persone in tutto il mondo, specialmente in Europa e in America Latina, guardano il PKK e il Rojava con crescente interesse. Tuttavia, molti di loro non riescono a dare un senso al rapporto tra la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti e l’identità socialista e antimperialista del movimento kurdo dopo Kobanê. Non è questa una contraddizione dal suo punto di vista? O è una situazione temporanea sorta a causa dell’assedio politico, ideologico e sociologico e dell’isolamento dei curdi? Qual è la sua spiegazione in merito?

 

Quando è emersa l’ultima crisi in Medio Oriente, il PKK aveva già 40 anni di storia di lotta, una lotta essenzialmente contro il sistema capitalista e imperialista incarnato da Stati colonialisti che controllavano le quattro parti del Kurdistan per conto del sistema capitalista e imperialista. Per quarant’anni, questi stati hanno sostenuto le potenze colonialiste imperialiste e capitaliste e hanno cercato di reprimere il movimento per la libertà. La cospirazione internazionale contro il nostro leader (Abdullah Öcalan) è il risultato degli sforzi di queste potenze, un approccio sistemico per eliminare il nostro movimento. All’inizio della crisi in Medio Oriente, il loro approccio era di escludere il nostro movimento per sopprimerlo e infine distruggerlo. Osserviamo quanto è successo in Siria. Allorché il caos in Siria, molti circoli dell’opposizione siriana svilupparono relazioni con l’imperialismo internazionale e le potenze coloniali regionali. I circoli vicini al movimento di liberazione curdo sono stati gli unici a difendersi senza alcun legame con nessuno stato. Non c’era sostegno per loro da nessuna potenza.

Quando alcune potenze che hanno approfondito la crisi siriana, come la Turchia e l’Arabia Saudita, hanno preso di mira i curdi attraverso i loro alleati sul campo, il nostro popolo ha iniziato la resistenza in accordo con le idee del nostro leader Apo, Abdullah Öcalan. Il regime siriano e la cosiddetta opposizione siriana hanno provato in tutti i modi di sopprimere questa resistenza. Ma i curdi si sono difesi quando organizzazioni come ISIS, Al-Nusra, Ahrar Al-Sham, ecc. hanno attaccato le regioni curde con l’appoggio del regime di Assad. È così che è iniziato tutto. Insomma, quando questa battaglia e la resistenza sono iniziate, la Turchia, l’Iran, la Siria e altre potenze simili hanno sostenuto i salafiti, gruppi terroristici estremisti che stavano attaccando i curdi in Siria. Altre potenze, in particolare gli Stati Uniti e Israele, stavano anch’esse sostenendo questi gruppi. Stavano sviluppando alleanze e costringevano questi gruppi ad agire in accordo con i loro interessi. I gruppi salafiti hanno attaccato i curdi con il sostegno di tutti questi stati e questo è continuato fino alla resistenza di Kobanê. Kobanê è stata un punto di svolta. Fino alla resistenza a Kobanê non c’era una sola potenza regionale o internazionale che sostenesse il movimento di liberazione curdo in Siria. Non c’era alcuna potenza che sviluppasse anche soltanto una relazione tattica con i curdi. Hanno collettivamente fatto tutto il possibile per eliminare il movimento curdo. L’Iran ha agito insieme al regime siriano per distruggere la resistenza curda. D’altra parte, gli Stati Uniti e Israele hanno cercato di cancellare la resistenza sostenendo i gruppi salafiti attraverso la Turchia e l’Arabia Saudita. Kobanê è stata il punto di svolta della lotta.

 

Può ricostruire più dettagliatamente il quadro in cui si inserisce la svolta di Kobanê?

I poteri che volevano dominare il Medio Oriente attraverso l’ISIS hanno seguito la stessa strategia di Gengis Khan o Tamerlano (Timur), che portò a conquistare l’intero Medio Oriente in un breve periodo di tempo: violenza illimitata e ferocia. Quando l’ISIS decapitava le persone davanti alle telecamere e pubblicizzava le proprie atrocità, non lo faceva per primitiva barbarie. Piuttosto, queste azioni erano il risultato della loro strategia per creare un clima di panico e paura, per costringere le persone ad arrendersi. Dopo i primi massacri, la paura diffusa dall’ISIS arrivava prima dell’ISIS stesso, così che le città venivano loro consegnate senza alcuna resistenza. La prima resistenza contro l’ISIS si è svolta a Şengal (Sinjar). I guerriglieri del PKK e i combattenti YPG-YPJ del Rojava hanno costruito la prima reale resistenza contro l’ISIS quando le bande di quest’ultimo hanno attaccato in quella zona gli Ezidi. Sebbene avessero un’enorme potenza militare, gli Stati Uniti, la Russia e i paesi dell’UE stavano semplicemente assistendo allo svolgersi del massacro; soltanto i guerriglieri del PKK HPG e YJA Star insieme ai combattenti YPG-YPJ hanno salvato centinaia di migliaia di Ezidi, Cristiani e Musulmani dal genocidio.

La resistenza di Şengal ha dato respiro al mondo e ha messo in discussione il clima di panico e paura. Molti si cono chiesti: “Nonostante il loro enorme potere militare, perché gli USA, l’UE e altre potenze globali e regionali non agiscono contro questa atrocità? Cercano di beneficiare da questa barbarie?” La nuova situazione determinata dalla resistenza curda ha messo in discussione la legittimità delle potenze internazionali e degli stati regionali, generando prestigio per il PKK e il nostro leader Öcalan, e ha distrutto l’etichetta di “organizzazione terroristica” che è stata affibbiata al nostro movimento dal colonialismo turco e dall’imperialismo. Dopo Şengal, nessuno poteva continuare con le loro relazioni con ISIS o organizzazioni simili. Soprattutto i paesi che si definiscono “stati democratici” hanno dovuto cercare nuove vie per continuare la loro esistenza nella regione.

IAd ogni modo, nonostante la resistenza a Şengal e i suoi risultati, le potenze regionali come la Turchia hanno continuato con la loro politica nei confronti dell’ISIS e altre organizzazioni salafite. In seguito, hanno deviato l’ISIS a Kobanê e hanno cercato di favorirne la caduta nelle mani dell’ISIS. L’obiettivo era quello di distruggere l’insediamento dei curdi del Rojava, ma soprattutto i vantaggi del percorso di libertà in Medio Oriente. Questo è stato l’interesse di tutti in quel momento. L’ISIS e i suoi sostenitori internazionali indiretti volevano beneficiarne, oltre alla Turchia e all’Arabia Saudita. Difatti, l’ISIS aveva costruito una relazione tattica e strategica con l’approccio anti-curdo di questi poteri. È così che si è sviluppato l’attacco contro Kobanê. E però una nuova grande resistenza è stata messa in campo a Kobanê, una resistenza sostenuta dal popolo in tutte e quattro le parti del Kurdistan. Tutti i curdi nel Kurdistan settentrionale, meridionale e orientale hanno mostrato grande sensibilità nei confronti di Kobanê. La durata della resistenza ha aumentato l’interesse delle persone della regione e dell’opinione pubblica internazionale. Dopo 100 giorni di battaglia, Kobanê era al centro dell’interesse mondiale. E mentre Kobanê era all’ordine del giorno, il fallimento di ISIS ha messo in crisi i suoi sostenitori. A quel punto, le potenze regionali e globali hanno rivisto le loro posizioni politiche e militari e hanno iniziato un nuovo posizionamento. La resistenza curda a Kobanê, in Rojava, ha creato nuove circostanze storiche. La comunità internazionale e l’opinione pubblica hanno fatto pressione sugli Stati Uniti e altre potenze internazionali e hanno influito sulla situazione. La resistenza a Şengal e successivamente a Kobanê muoveva le coscienze della comunità internazionale, sicché il rapporto tra la coalizione guidata dagli Stati Uniti e l’YPG fu visto come legittimo e necessario, qualcosa di simile all’alleanza tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica contro il fascismo di Hitler al tempo della Seconda guerra mondiale. Entrambe le parti avevano bisogno di quel tipo di relazione, proprio come fecero a suo tempo gli Stati Uniti e i sovietici. Quindi, una relazione tattica è stata sviluppata con gli Stati Uniti contro ISIS.

 

Ma non è pericolosa una alleanza con le forze imperialiste?

È più importante vedere come si è sviluppata questa relazione e quali sono le intenzioni delle parti in questa relazione, piuttosto che arrivare ad una conclusione considerando solo le posizioni ideologiche delle parti. Per quaranta anni gli Stati Uniti hanno combattuto contro il PKK e il PKK sta sempre combattendo contro il sistema imperialista nel corpo del colonialismo. Ma c’è una nuova situazione e un caos in Medio Oriente che riguarda il sistema mondiale. Non c’è solo la lotta dei popoli oppressi e dei movimenti socialisti contro le potenze imperialiste in questa situazione caotica. Ci sono anche lotte tra le potenze imperialiste o tra potenze imperialiste e potenze regionali o tendenze reazionarie locali. Questa lotta crea opportunità in cui tutte le parti possono entrare in relazioni tattiche mentre vanno avanti per raggiungere i loro obiettivi. E ogni parte cerca di farlo anche beneficiando del potere e delle capacità degli altri. Varie situazioni politiche e militari lo rendono possibile.

All’inizio della crisi in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno oscillato tra diverse opzioni dopo che gli investimenti politici e militari che avevano fatto in Siria attraverso la Turchia e l’Arabia Saudita, non avevano portato a nulla. La prima opzione era lasciare la Siria, cioè lasciare la regione. Così facendo, gli Stati Uniti si sarebbero tirati indietro dalla politica di dominio del mondo. Ma questo, gli Stati Uniti non sono in grado di farlo. La seconda opzione consisteva nell’investire di più nelle politiche di sostegno nei confronti della Turchia e dell’Arabia Saudita, che tuttavia stavano fallendo. Ma ciò non avrebbe portato comunque a un risultato diverso. La terza opzione era quella di andare oltre, sviluppando una relazione con la nuova forza che stava avendo successo sul territorio. La terza era la scelta che gli Stati Uniti dovevano fare. Invece di continuare con la Turchia e l’Arabia Saudita e ripetere la linea precedente combattendo contro l’unica forza di liberazione che stava avendo successo, gli Stati Uniti hanno scelto di entrare in relazione proprio col successo che questa resistenza ha rivelato, puntando ovviamente a trarne vantaggio. Si è trattato di un abile approccio imperialista, che valutava freddamente i possibili vantaggi per se stesso. Gli Stati Uniti lo hanno calcolato molto bene quando hanno sviluppato una tale relazione tattica. Hanno così avviato un nuovo posizionamento basato sul sostegno alla resistenza delle forze YPG come approccio della coalizione internazionale contro ISIS.

Certo, da un lato la lotta per la libertà dei curdi in Rojava si basa sulla libertà e l’eguaglianza su base socialista. È l’espressione di un percorso politico basato sulla fraternità e l’unità dei popoli. Dall’altra parte, gli imperialisti stanno combattendo per imporre la loro egemonia sul Medio Oriente. Queste posizioni strategiche e ideologiche molto diverse sono entrate in una relazione puramente tattica in Kobanê, e gli sviluppi che ne sono seguiti possono essere visti come una continuazione di questa relazione tattica. Di per sé, è una relazione molto complicata. Il movimento per la libertà sta cercando di estendere il suo territorio e conduce una lotta per creare un Medio Oriente libero sviluppando soluzioni democratiche, mentre l’altra parte cerca di estendere la sua egemonia in Medio Oriente. Non è una relazione in cui le parti si sostengono a vicenda; esse invece sono in costante conflitto politico.

 

Possiamo dire che questa è una situazione molto rara, forse la prima del suo genere? O anche dire che esiste un partenariato tattico che nasce dall’intersezione degli interessi delle forze dei popoli oppressi e dei poteri imperialistici egemoni?

Forse in Medio Oriente questo è il primo del suo genere, ma non è qualcosa di mai visto al mondo. Se guardiamo alla storia delle lotte per la libertà, possiamo trovare molti esempi. Ci sono alcuni esempi nella storia del Novecento, specialmente durante la prima e la Seconda guerra mondiale e nel periodo della rivoluzione sovietica. I sovietici e gli Stati Uniti hanno visto i punti comuni della loro lotta contro il fascismo durante la Seconda guerra mondiale. Ora, quando valutiamo quell’alleanza, come possiamo definire la posizione dell’Unione Sovietica? Diremmo forse che l’Unione Sovietica ha collaborato con l’imperialismo dopo aver avviato le sue relazioni con gli Stati Uniti o il Regno Unito? Questo sarebbe un approccio molto superficiale e dogmatico.

Ci sono diversi esempi anche in riferimento alla rivoluzione di ottobre. Dopo la rivoluzione di ottobre, gli accordi economici e politici sono avvenuti con i capitalisti e gli imperialisti. Se si guarda alla natura di questi accordi, non c’è affatto negazione del socialismo nella parte sovietica. Non c’è negazione del socialismo quando Lenin ha sviluppato relazioni con gli imperialisti. La stessa cosa vale per gli accordi presi durante la Seconda guerra mondiale. Nel primo caso, si può parlare della necessità di sviluppare relazioni e accordi tattici e strategici per la Rivoluzione d’Ottobre. E per l’altro, la lotta contro il fascismo durante la Seconda guerra mondiale ha obiettivamente richiesto la creazione di un fronte comune antifascista.

 

Quanto dureranno queste relazioni?

Questi tipi di relazioni sono limitati al periodo di esistenza di ogni dato contesto. Ciò significa che non sono relazioni strategiche. Proprio come gli accordi della Rivoluzione d’Ottobre, sono usciti da situazioni congiunturali; e proprio come quegli accordi diventeranno inutili quando la situazione congiunturale sarà finita. Lo stesso è accaduto durante la Seconda guerra mondiale. L’alleanza che si sviluppò durante la Seconda guerra mondiale fu una posizione antifascista, che emerse dal desiderio dell’Unione Sovietica di difendere il proprio territorio sottoposto ad intensi attacchi, combinandolo con gli interessi di altri poteri antinazisti. Questo accordo rimase in vigore fino a quando continuarono gli attacchi fascisti. Ma una volta sconfitto il fascismo, tutte le parti tornarono alle loro posizioni politiche e proseguirono secondo il loro rispettivo percorso ideologico-politico.

Non ci sono molti esempi di questo in Medio Oriente. Questo è il primo del suo genere ed è una situazione unica. Il conflitto e la lotta nel mondo possono essere letti come la terza guerra mondiale. Il Medio Oriente è uno dei territori più colpiti dal conflitto globale. Ciò significa che potremmo assistere ad alcuni sviluppi che non abbiamo mai visto prima nella regione. Ad esempio, potremmo assistere a complicate relazioni tattiche e strategiche tra gli stati regionali, l’imperialismo internazionale e i movimenti rivoluzionari socialisti, che agiscono tutti per rafforzare le loro posizioni. Perché la realtà sul territorio è molto complicata. Ci sono tre percorsi storici principali. Il primo è il percorso imperialista e coinvolge grandi potenze. Questo è rappresentato dagli Stati Uniti, dalla Russia e dagli stati dell’Unione Europea. Il secondo percorso è definito dagli stati regionali dello status quo. Questi sono rappresentati da paesi come la Turchia, l’Iran e l’Arabia Saudita. Il terzo percorso è quello del socialismo, della democrazia e della libertà. Questo è rappresentato dai movimenti popolari di sinistra e socialisti, come il PKK. Questi tre percorsi sono in conflitto tra loro, in particolare i primi due. Pertanto, queste forze possono sviluppare continuamente relazioni e alleanze diverse in conformità con la priorità dei loro interessi e conflitti. Ogni potere si posiziona in modo aperto alle relazioni e alle alleanze pur essendo in conflitto tra loro. La nostra definizione di “Terza Guerra Mondiale” si basa su questa realtà. Se dispieghiamo questa definizione della terza guerra mondiale, capiremo meglio lo scenario di varie, nuove relazioni strategiche e tattiche. Di fatto, molte potenze dovrebbero sviluppare relazioni tattiche per andare avanti verso i loro obiettivi strategici, anche se potrebbe sembrare contraddittorio. Questo vale per tutti. E’ nella natura della politica e della diplomazia. Pertanto, è sbagliato giudicare le situazioni politiche e militari aperte con un approccio troppo superficiale e ristretto.

 

Qual è allora l’approccio corretto?

Il giusto approccio è capire anzitutto che il capitalismo è in una crisi profonda e strutturale. È una crisi globale, che può essere avvertita intensamente in Medio Oriente. Il conflitto in Medio Oriente si sta verificando sia a livello militare sia politico. Proprio per questo, un approccio solamente ideologico e politico, non è sufficiente. È necessario posizionarsi anche come forza organizzata e militare. Il che significa che dovrai costantemente lottare contro lo status quo per cambiarlo, trasformarlo e sviluppare una nuova situazione. Questo è un processo pratico. Se non viene valutato correttamente e la dialettica del progresso non viene implementata in modo corretto, se prevalgono gli approcci dogmatici, il rischio è quello di una completa disfatta. E in tal caso, potrebbe emergere una situazione in cui la linea della libertà non può essere espressa. Per questo motivo, abbiamo bisogno di conoscere e analizzare il campo molto bene. Dobbiamo essere precisi quando decidiamo quando e cosa fare contro qualcosa. Quando otteniamo vantaggi o conquistiamo un posto, dobbiamo valutare attentamente come sarà difeso e come sarà usato per costruire e stabilire il socialismo. Se non lo guardiamo da questa prospettiva, non saremo mai in grado di comprendere il percorso di libertà, e neppure le posizioni degli stati regionali di status quo e dell’imperialismo internazionale. Se ragioniamo astrattamente come grandi difensori della libertà, ma rimanendo senza il potere di influenzare la realtà, danneggeremmo gravemente la lotta e la resistenza della gente.

 

Queste sono relazioni tattiche, è comprensibile. E ora la Federazione della Siria settentrionale e le forze del Rojava hanno relazioni con gli Stati Uniti e la Russia. Ma queste sono grandi potenze imperialiste. Come si può proteggere l’identità socialista quando si hanno relazioni politiche, militari ed economiche con queste potenze?

In primo luogo, devo dirvi questo: la nostra lotta si svolge considerando attentamente le esperienze storiche di altre lotte per la libertà. Bisogna tenerne conto. In secondo luogo, non c’è modo che qualcuno ci capisca se si mette dal punto di vista del socialismo reale. La storia del socialismo reale ci dice che non possiamo condurre una lotta per la libertà polarizzando il mondo sotto forma di fronti e definendoci all’interno di uno di questi. Non è possibile condurre una lotta per la libertà isolando e marginalizzando se stessi all’interno del sistema capitalista mondiale. Dobbiamo vedere il problema nel suo insieme e agire di conseguenza. Viviamo in un sistema mondiale capitalista. E noi vogliamo creare uno spazio di libertà per lottare contro il capitalismo, l’imperialismo e il colonialismo. Nel tempo attuale non ci è data l’opportunità di posizionarci in un’area di libertà esistente. Dobbiamo crearne una in un mondo che è tutto tenuto prigioniero e schiavizzato. Le aree di libertà che vogliamo creare sono per ora sotto il controllo di altre potenze. Ma i gruppi sociali e politici dominanti hanno contraddizioni e lacerazioni molto gravi tra loro. Possiamo solo andare avanti nel nome dell’ideale socialista beneficiando anche dei loro conflitti e delle loro contraddizioni.

Creare adesso una polarizzazione (tra i socialisti e i non socialisti) non è vantaggioso proprio per la spinta verso il socialismo. Il punto è che le potenze imperialiste e colonialiste non sono omogenee. Ci sono varie contraddizioni e discrepanze tra di loro. Se consideriamo la questione differenziando solo socialisti e capitalisti-imperialisti, resteremo immediatamente i pochi che siamo e sarà molto difficile andare avanti in questa grande lotta. Se invece cogliamo le opportunità, tutto ciò che riusciremo a tirare a nostro vantaggio dal sistema capitalista-imperialista renderà più forte il movimento socialista e ci permetterà di aprire aree di libertà. Quando guardiamo alla attuale situazione del Medio Oriente, vediamo che non esistono aree di libertà o gruppi umani liberi. Tutte le aree sono state perse nel corso della storia. La società è stata fusa all’interno del sistema capitalistico esistente. Paesi e regioni sono invasi dalle potenze egemoniche colonialiste e imperialiste. La via della libertà per la società è chiusa sotto il nome di sovranità statale.

I curdi stanno sviluppando una lotta per la libertà in queste circostanze. Stiamo cercando di creare uno spazio per la libertà, negato in partenza dall’imperialismo e dai quattro paesi colonialisti (Iran, Iraq, Turchia e Siria). Dobbiamo perciò andare avanti con passi e approcci ben calcolati. Annunciare che tutti i poteri sono unitamente e immediatamente contro di noi, dicendo “questo è imperialista”, “questo è colonialista e capitalista” significherà accettare la sconfitta. Significa rischiare l’eliminazione della lotta per la libertà. Quindi, che cosa deve essere fatto? Abbiamo bisogno di sapere come creare noi stessi dal nulla analizzando la realtà militare, politica e sociale di queste aree. Quando agisci in questo modo, affrontare vari poteri, sviluppare relazioni tattiche e entrare in relazioni militari e politiche sarà inevitabile. L’importante è attenersi all’approccio ideologico e politico della libertà. Devi essere sicuro che tutti i passi che fai serviranno i tuoi obiettivi. Coloro che stanno portando avanti la lotta per la libertà devono prendere in considerazione questa concreta realtà e esprimersi in questo contesto…

Ora tutti stanno lottando per ricreare e riposizionarsi in Medio Oriente. Questo è molto importante. Dobbiamo vederlo. Il centro della crisi della modernità capitalista è in Medio Oriente in questo momento. O il capitalismo si ricrea nel Medio Oriente, e prolunga la sua vita per altri cento o più anni, o il caos in Medio Oriente aprirà una crepa all’interno del sistema della modernità capitalista, nella stessa regione in cui una volta è emersa la libertà. Questo è il motivo per cui tutti i poteri del mondo sono ora in Medio Oriente e si combattono l’un l’altro. Sarebbe un approccio molto superficiale spiegarlo solo in termini di una “guerra per il petrolio”. La nostra regione è il territorio in cui l’attuale depressione del sistema capitalista mondiale è diventata la terza guerra mondiale. Tutti sono qui ora. La lotta qui è ideologica, politica e sistemica. L’imperialismo globale vuole sviluppare un’egemonia e un sistema mondiale postmoderni attraverso questa lotta. Gli stati regionali interessati allo status-quo stanno cercando di proteggere i vantaggi che sono stati forniti loro dal XX secolo. I popoli oppressi e gli strati popolari stanno invece cercando di creare la loro libertà e uguaglianza da questo caos. Ed è proprio quest’ultima spinta che si sta concretizzando in Rojava in questo momento.

 

Ma su cosa si basano quando si sviluppano queste relazioni? È possibile costruire una società socialista nel nord della Siria o nel Medio Oriente nonostante l’imperialismo americano, russo ed europeo?

Quando guardiamo ai precedenti progressi della crisi in Medio Oriente, vediamo che non si è affermata nessuna linea di liberazione. Da nessuna parte. Non ce ne sono in Tunisia, Libia, Egitto o Stati del Golfo. Perché le insorgenze hanno progredito principalmente come ristabilimento della modernità capitalista e dei conflitti delle potenze imperialiste e colonialiste. Non esisteva, in effetti, alcun ordine o organizzazione politica che esprimesse la libertà. La ricerca della gente per la libertà e i loro sforzi sono stati distrutti perché non era organizzata. Ma quando la crisi è arrivata nel Rojava, è emersa una nuova situazione basata sulla via della libertà. La nuova situazione è esattamente ciò che è emerso dalla lotta del PYD e YPG / YPJ. Per la prima volta, una linea politica democratica, libertaria e socialista è emersa in Medio Oriente contro la modernità capitalista. Per questo motivo, erano tutti uniti per schiacciare questa lotta. Tuttavia, hanno finito per sviluppare relazioni con ciò che non potevano eliminare.

Cosa deve essere fatto in questa situazione? Di sicuro, coloro che stanno combattendo una lotta per la libertà dovrebbero credere in se stessi in primo luogo. Se hanno bisogno e credono nella loro ideologia, nel socialismo, nella libertà e nell’uguaglianza sociale, non dovrebbero esitare a sviluppare relazioni con nessuno. Questa sua domanda è proprio come il destino del Medio Oriente. Se alcuni stanno combattendo una lotta per la libertà e alcuni altri stanno cercando di rendere dominanti i propri interessi, allora queste parti inevitabilmente passeranno attraverso un processo di fronteggiamento, fatto di relazione e di contraddizione, di negoziazione e di lotta. Deve essere così, non potrebbe essere altrimenti. Una relazione che può avvenire sotto forma di convergenza, alleanza o conflitto. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno dovuto sviluppare una relazione tattica con YPG, una forza verso cui non mostravano alcuna simpatia all’inizio. Ma gli Stati Uniti stanno cercando in tutti i modi di rimuovere l’identità socialista di YPG e integrarla nel sistema capitalista-imperialista. Questo è uno dei suoi obiettivi principali nello sviluppo di una relazione. Ma anche i curdi e la linea politica di libertà hanno i propri obiettivi in questa relazione. È importante determinare chi sta avanzando con il cavallo.

Intendo dire che i risultati ottenuti in questa relazione sono di importanza strategica e tattica per entrambe le parti. Le posizioni ottenute dai curdi del Rojava e dalle forze della Federazione della Siria settentrionale sono vantaggi strategici per tutte le forze socialiste e antisistema. Invece la presenza degli Stati Uniti in Siria ha solo un’importanza quantitativa per quanto riguarda il sistema imperialista. Senza dubbio, queste relazioni tattiche sono importanti per loro. Allo stesso tempo, sappiamo per certo che queste relazioni saranno costantemente conflittuali. Ma il movimento in Rojava ha fiducia in se stesso e sta ottenendo risultati favorevoli.

Ora c’è una coalizione in Siria, che è rappresentata dagli Stati Uniti. Ha tutto il supporto del capitalismo. C’è anche un altro fronte di questo sistema, la Russia. E la Russia ha altro supporto dietro di essa. Con la presenza della Russia e degli Stati Uniti, tutte le potenze egemoniche e imperialiste del mondo sono rappresentate in Medio Oriente. E gli stati regionali sono in una posizione di relazione e contraddizione con questi due poli, i quali, del resto, mentre stanno cercando di imporre il dominio del sistema mondiale imperialista, sono comunque in aspro conflitto tra loro, poiché ciascuno cerca di imporre la propria egemonia come un’egemonia assoluta.

In queste contesto, c’è adesso un’area di libertà in un piccolo pezzo di terra, chiamato Rojava, dove è stata creata un’area democratica comune. Stiamo parlando di un’area di libertà per la prima volta. Con tutto il sostegno materiale e morale della società, questa forza continua la sua lotta. Nel frattempo, vuole affermarsi resistendo attraverso atti ideologici, politici ed economici contro tutte le forze del sistema capitalista mondiale. Dobbiamo pensare a cosa significhi quest’area di libertà per coloro che difendono la libertà. C’è un approccio imperialista e capitalista che vuole distruggere completamente quest’area. C’è un peso in arrivo. D’altra parte, c’è una lotta per espandere quest’area. Dobbiamo capire molto bene questo conflitto e queste contraddizioni.

 

Ha parlato dell’approccio strategico dei poteri internazionali. Qual è l’approccio della Russia?

L’approccio strategico della Russia è che vuole entrare in Siria come potenza regionale. Chi sostiene la Russia? Iran, Turchia, Iraq e Siria. La Russia vuole affermarsi influenzando altri stati in Medio Oriente. Qual è il suo obiettivo strategico di base? Vuole rafforzare il carattere di stato-nazione del regime siriano e trasformarlo in un potere egemonico. Non vediamo alcun approccio che evochi la democrazia, l’uguaglianza o la libertà; o un qualsiasi approccio che aiuterà a risolvere i problemi con mezzi democratici. In concreto, persegue una politica di integrazione delle aree di libertà guidate dai curdi nel sistema del regime, nello stato-nazione siriano. Usa il suo potere militare, politico e diplomatico per questo fine. D’altro canto, coloro che conducono la lotta per la libertà valutano le concrete offerte di questo potere e cercano di andare oltre le aperture. Il risultato è che si tratta di una relazione molto problematica. La Russia è in relazione con Turchia, Iran e Siria e vuole integrare il movimento per la libertà nei vari regimi. Ciò nonostante, il nostro movimento per la libertà cerca di progredire sul piano militare, economico, politico e diplomatico anche sfruttando le crepe nelle relazioni tra la Russia e i vari regimi.

 

Abbiamo parlato della Russia… Qual è l’approccio strategico degli Stati Uniti?

Una situazione simile vale anche per gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti stanno bene con la linea di libertà politica del PYD? Non credo che gli Stati Uniti si sentano a proprio agio con la dichiarazione dei cantoni o con l’istituzione di un sistema di autogoverno o con gli sforzi per la creazione di una società equa e libera. Gli Stati Uniti vedono tali processi come una pura situazione congiunturale e li ignorano. Vogliono semplicemente ottenere vittorie militari attraverso relazioni tattiche. D’altra parte, sviluppano relazioni strategiche e prudenziali con gli stati regionali. Pertanto, prendere posizione contro gli Stati Uniti senza considerare il carattere antimperialista della relazione tattica che si è determinata, è come giocare nelle mani del sistema di potere egemonico.

Ripeto: non vi è alcuna relazione politica e militare con gli Stati Uniti se non in chiave tattica. Il modello economico dominante basato sul monopolismo non è al potere in Rojava. Non c’è posto per i monopoli. Il Rojava aspira a un sistema egualitario e democratico. Possiamo facilmente vederlo nella costituzione federale. Una società democratica e una politica democratica si stanno organizzando. In termini economici, l’istituzione di una società comune è l’obiettivo principale. Pertanto, si sta preparando una legislazione anti-sfruttamento e antimonopolio. A questo livello, non può esistere nessuna alleanza, né tattica né strategica, con la Russia, gli Stati Uniti o qualsiasi altro potere capitalista e imperialista. Al contrario, sono essi che debbono relazionarsi con una visione del mondo molto diversa. Noi mostriamo loro che un altro mondo è possibile. Ma il sistema capitalista lo respinge e cerca di integrarlo nello stato-nazione per distruggere questa alternativa prima che nasca.

 

La Russia e gli Stati Uniti hanno una grande potenza militare e un potere politico. Hanno un’evidente superiorità sul vostro potere; possiamo qui parlare di una situazione di potere asimmetrico. Quali sono i vostri vantaggi contro questi due fronti? Avete dei vantaggi ideologici, politici e sociali?

La società è in una grande ricerca di libertà, e in ciò abbiamo vantaggio su di loro. Più in generale, la nostra ideologia socialista, che può essere una risposta alla ricerca di libertà della società, è il nostro vantaggio contro l’imperialismo e il colonialismo.

In Medio Oriente ci sono immensi problemi basati su divisioni, classi e sessismo su basi etniche, religiose e di setta. Il sistema storico della civiltà e il suo ultimo prodotto – il sistema capitalista – ha creato tali storture. Noi stiamo offrendo soluzioni a questi problemi, che sono compatibili con la storia e la cultura dei popoli del Medio Oriente. In effetti, colleghiamo il pensiero socialista con le esperienze che sono presenti nella tradizione e nella vita culturale della nostra gente. Ciò rende le nostre idee attraenti. Inoltre, abbiamo quaranta anni di storia come movimento, una storia dedicata all’uguaglianza, alla libertà, alla giustizia e alla solidarietà dei popoli… La cosa più importante è che i popoli e le società sono direttamente coinvolti nella lotta. Fino ad ora, la partecipazione della società ai conflitti e alle lotte era limitata. La società era o la vittima o il lato oppresso del conflitto tra i poteri dominanti. Ma soprattutto nella Federazione della Siria del Nord, tutte le frazioni della società sono attivamente coinvolte nella politica, negli sforzi militari e organizzativi. Le potenze imperialiste e colonialiste hanno una capacità molto limitata di agitare un gruppo sociale contro un altro e creare una guerra tra di loro. I nuovi modi in cui la società si esprime in questo quadro hanno portato alla nascita di un nuovo centro e di un nuovo campo sociale. Questo è il vantaggio più importante che abbiamo su di loro.

 

In alcuni paesi occidentali, specialmente in America Latina, i regimi siriano e iraniano sono considerati antimperialisti. Recep Tayyip Erdogan, presidente della Turchia, ha anche iniziato a usare la retorica anti-americana e anti-UE. Cosa giace sotto l’antiamericanismo di questi stati? Sono davvero antimperialisti o possiamo dire che questo è il risultato di una lotta interiore dei poteri colonialisti?

Ci sono diversi movimenti nell’ovest che possiamo chiamare antisistema. Dobbiamo riconoscerlo. Storicamente, ci sono stati movimenti e correnti che hanno effettivamente condotto lotte per la libertà. E l’America Latina è stato un centro importante di tali lotte. La guerriglia dei movimenti socialisti negli anni ’60 è stata un importante fronte della lotta rivoluzionaria. Ma hanno anche avuto i loro problemi. Ad esempio, ad ovest, i movimenti antisistema sembrano molto distaccati, marginali e isolati l’uno dall’altro. Ci sono problemi seri per il modo in cui gestiscono le cose sul piano ideologico, politico e organizzativo...

L’America Latina ha attraversato periodi critici nella storia. Ha portato avanti lotte contro il colonialismo spagnolo e portoghese, contro l’imperialismo USA. Soprattutto negli anni ’60, ha condotto una lotta per il socialismo, a cui in seguito ha contribuito con la guerriglia. Dobbiamo dare loro il loro credito. Ma se guardiamo alla situazione ora, possiamo vedere che c’è un problema fondamentale: il socialismo non può essere costruito con gli strumenti del capitalismo. In effetti, quelli che ora agiscono per conto del socialismo non vanno oltre l’orizzonte del socialismo reale. Ma se si basano principalmente su un approccio statalista e pro-potere, non sarà mai possibile per loro raggiungere la vera linea del socialismo. Le difficoltà dei movimenti antisistema in Europa e in America Latina hanno origine da qui.

Il loro approccio è questo: “chi è contro il sistema è anticapitalista”. Ma l’anticapitalismo ha i suoi criteri. Ci sono paesi che rappresentano il capitalismo e l’imperialismo, pur essendo nemici tra loro… La maggior parte dei movimenti antisistema stanno chiudendo un occhio sulla prigionia delle loro menti all’interno di questo sistema, e si stanno illudendo, con le loro ideologie e dogmi, di essere antimperialisti e anti-capitalisti. Questi movimenti stanno prendendo posizione senza pensare a quello che sta succedendo in Medio Oriente, quali fattori storici e sociologici ci sono, o quali siano effettivamente le relazioni tra loro e le potenze globali. Questa è una grande tragedia. Di fatto, dovrebbero pensare al sistema imperialista globale includendo le sue sotto unità, gli stati nazionali. Dovrebbero capire che le contraddizioni tra i vari stati derivano dallo sforzo per lo sfruttamento e l’egemonia, e non con riferimento all’uguaglianza, la libertà o la giustizia... Ora, quando guardiamo alla realtà dell’America Latina, non rinnegherò il suo carattere antimperialista. Non abbiamo mai avuto obiezioni contro una linea di lotte per la democrazia contro l’imperialismo. Ma dobbiamo guardare a quello che sono stati in grado di raggiungere. Dobbiamo analizzare come il socialismo reale dell’America Latina nella sua lotta anti-imperialista sia caduto nella trappola dell’antiamericanismo. Dobbiamo capire se il loro approccio ideologico è contrario a un sistema globale o se sta solo seguendo una linea di programmi locali in modo che la loro politica attuale si trasformi in antiamericanismo. Di sicuro è antiamericana. Ma l’antiamericanismo non significa anti-imperialismo. Gli USA sono imperialisti. E naturalmente è possibile sviluppare una posizione contro l’imperialismo americano. Ma essere antimperialista è un’altra cosa.

Essere antimperialista significa essere contro l’ordine mondiale capitalista, contro l’egemonia dell’imperialismo nel mondo e contro i centri sub egemonici dell’imperialismo. Dire “Io sono contro gli Stati Uniti” non significa nulla in questo senso. Questo è il punto in cui si trova attualmente il socialismo latino-americano. Sono contro gli Stati Uniti e hanno fatto enormi progressi nella loro lotta, ma hanno anche relazioni con paesi sub egemonici associati all’imperialismo. Il capitalismo dell’Europa occidentale è anch’esso un’espressione dell’imperialismo. Il rivoluzionario dell’America Latina dovrebbe portare la posizione antiamericana ad un livello che includa tutto l’imperialismo occidentale. Stanno affrontando un problema molto serio a causa di questo. Non è logico dire che l’imperialismo che non mi attacca, va bene.

Vanno inoltre considerati i sotto-egemoni del sistema mondiale imperialista. Ogni luogo in cui vi è un’egemonia dello stato nazionale costituisce anche una regione di sub egemonia dell’imperialismo. Lo sfruttamento permane anche nelle area sub-egemoniali. Non possiamo separarlo dall’imperialismo. Ogni messa a fuoco che è organizzata all’interno del sistema del mondo capitalista come stato-nazione è una sotto unità dell’imperialismo. E ogni potenza sfruttatrice e coloniale esprime una sotto unità di egemonia imperialista.

Consideriamo un esempio concreto: guardiamo alla realtà del Kurdistan. Il Kurdistan è diviso in quattro parti. Questa divisione avvenne durante la prima guerra mondiale. Alla fine della prima guerra mondiale esisteva un sistema mondiale che separava il Kurdistan assegnandolo a quattro distinte forze colonialiste. Queste quattro potenze colonialiste che dominano il Kurdistan sono state continuamente finanziate dagli imperialisti e portate a uno stadio di statalismo nazionale. E ciascuno dei regimi - Iran, Siria, Turchia e Iraq - può usare un’immagine antimperialista quando ci sono contraddizioni con gli Stati Uniti. Di conseguenza, i massacri perpetrati da questi regimi contro i curdi sono ignorati. Questo punto di vista deve cambiare.

Il sistema mondiale è un sistema capitalista, imperialista e colonialista. La contraddizione tra le unità di questo sistema non può mai essere definita come antimperialismo. Ad esempio, l’attuale governo in Turchia, sebbene sia un governo colonialista, fascista e fondamentalista, è guardato con simpatia da alcuni a causa delle sue contraddizioni con gli Stati Uniti. Le dispute della Turchia con gli Stati Uniti vengono considerate antimperialiste. Ma il suo carattere colonialista, specialmente contro i curdi, e la sua dipendenza dall’imperialismo vengono ignorati. Come potrebbe mai passare per antimperialismo? La stessa cosa vale anche per i partiti baathisti che un tempo erano i favoriti dei governi rivoluzionari dell’America Latina. Tutti sanno che i partiti Baath sono le forme più marce e imperialiste del nazionalismo arabo e dello statalismo arabo. È un disonore che siano stati valutati come antimperialisti solo perché avevano stretti legami con il blocco sovietico e talvolta delle contraddizioni con gli Stati Uniti. I regimi baath sono noti per la loro crudeltà sui popoli del Medio Oriente. Un’analisi simile vale per l’Iran. L’Iran è un regime fondamentalista fondato su una setta dell’Islam. La sua attuale struttura non è separata dall’ordine mondiale capitalista. Ha stretti legami con l’imperialismo…

Voglio ripeterlo: essere antiamericano non significa automaticamente essere antiimperialista. L’antiamericanismo implica solo essere contro un centro dell’imperialismo. E restare soltanto antiamericani significa legittimare altre potenze colonialiste e imperialiste. È necessaria una prospettiva globale per analizzare a fondo chi è veramente uno strumento di egemonia imperialista e chi lo combatte. A tal proposito, c’è un grosso problema nei movimenti antisistema e nella radicata tradizione di liberazione in America Latina. Bisogna superare questa incomprensione.

 

Gli Stati Uniti hanno dichiarato che l’YPG non è una preferenza, ma una necessità per gli Stati Uniti. Pensa che questo sia stato affermato per affrontare le preoccupazioni dello stato turco, o è stato un sorprendente riassunto delle politiche americane in generale e delle forze imperialiste e coloniali in particolare?

La dichiarazione del ministro della Difesa americano prima dell’operazione Raqqa è davvero molto importante. Questo è quello che ho cercato di spiegare dall’inizio. In realtà, ha fatto un’ottima dichiarazione in una sola frase. L’America non può permettersi una preferenza, ha solo una necessità. D’altronde, non c’è potere in Siria con cui l’America non abbia cercato di allearsi. Ha provato con i sauditi, ha provato con la Turchia, ha cercato di allearsi con tutti i gruppi salafiti. Ha cercato di allearsi con la FSA e molte altre forze simili. Ma l’America non ha potuto ottenere i risultati desiderati con nessuno di questi “alleati”. Ha investito molto nell’alleanza tra Turchia, Arabia Saudita e Qatar, ma alla fine è entrata in conflitto con tutti loro. Non esiste una forza salafista con la quale gli Stati Uniti non abbiano cercato di allearsi, compresi Al Nusra e ISIS. Hanno fallito con tutti. Pensavano di poter ottenere risultati avendo una sorta di controllo sulle forze salafite. Ma questo non ha funzionato. L’investimento nei salafiti si è trasformato in un disastro interno. Gli investimenti economici fatti da Arabia Saudita e Turchia hanno acquisito una dimensione che serve a creare un Medio Oriente più religioso e salafita. In definitiva, gli Stati Uniti sono arrivati al punto che la politica che hanno sviluppato falliva da tutti i lati. Perfino la Turchia, che è stata un alleato strategico per quarantacinque anni, ha lasciato la NATO e la linea occidentale e si è spostata su una linea neo-ottomana, salafita, utilizzando ISIS e Al-Nusra. Tutto ciò ha messo sotto pressione gli Stati Uniti.

D’altra parte, l’America aveva anche investito sui settori nazionalisti all’interno dei curdi. Nel sud del Kurdistan, hanno dato impulso illimitato alla linea KDP che rappresenta il KRG. Ma il supporto che hanno dato alla linea KDP ha rivelato gli stessi problemi e le stesse conseguenze delle altre alleanze. Mentre la linea del KDP ha portato quel partito in un’alleanza segreta con ISIS, le relazioni strategiche che il KDP aveva stipulato con la Turchia hanno praticamente vanificato le attese americane sulla loro autonomia. In breve, tutte le basi della politica degli Stati Uniti si distruggevano una ad una. Si è arrivati ad un punto in cui è emersa una situazione di caos. L’Iraq è finito nelle mani dell’Iran. Il KDP è nelle mani della Turchia. Al-Nusra, ISIS, Ehrar al-Şam, ecc. sono stati sequestrati dai sauditi e dai turchi. Inoltre, non c’era modo di sostenere i rapporti con loro perché commettevano grandi crimini contro l’umanità. La resistenza kurda, specialmente a Cizîre e Kobanê, creava contemporaneamente una nuova situazione.

A questo punto, gli Stati Uniti sono stati costretti ad allearsi proprio con le forze che non volevano, che avevano persino cercato di distruggere aiutando la Turchia e l’Arabia Saudita. Forse che l’YPG o il PYD hanno implorato gli americani: “Ci stanno uccidendo, vieni e salvaci, e siamo pronti ad arrenderci a te in tutte le dimensioni?” Hanno detto qualcosa del genere? No. Il fatto è che era inevitabile che gli Stati Uniti avessero una intesa tattica con i curdi che lottano per la libertà. Gli Stati Uniti non avevano altre opzioni in questa situazione. Tanto più che volevano partecipare a una lotta vittoriosa contro ISIS. Mentre questa relazione ha portato prestigio e rafforzamento della posizione negli Stati Uniti, le YPG hanno ottenuto un sostegno materiale per la loro lotta per la libertà. Gli Stati Uniti hanno conquistato prestigio sia nell’opinione pubblica mondiale che nell’opinione pubblica degli Stati Uniti nella lotta contro l’ISIS, proprio grazie a Kobanê. L’America ha così avuto una nuova opportunità per ottenere una presa in Medio Oriente.

Ma una cosa deve essere capita correttamente. La presenza degli Stati Uniti in Siria non riguarda solo la Siria. Non è qui per lo sfruttamento della Siria settentrionale o per ottenere grandi benefici materiali da questi luoghi. È difficile per chiunque creare guadagni da una Siria devastata. L’obiettivo principale per gli Stati Uniti è di essere presente come egemone mondiale nel Medio Oriente e di influenzare gli sviluppi in quel paese. E possono farlo solo se sono personalmente sul campo. È in tale ottica che la relazione coi curdi è divenuta molto importante per loro. È però un fatto che gli Stati Uniti non digeriscono facilmente una linea socialista nel nord della Siria. Di conseguenza, c’è una lotta molto seria tra le due parti in questa relazione.

Gli Stati Uniti stanno seguendo una politica per rendere la linea nazionalista dominante all’interno dei curdi. Pertanto, vogliono liquidare la linea di libertà in Rojava, e in effetti si riferiscono soprattutto alla linea del KDP - marcia e corrotta, e costantemente sconfitta - alimentando l’idea di statalismo nazionale e nazionalismo. Parte di questa strategia consiste nell’utilizzare la Turchia come leva contro i curdi del Rojava. E mentre sostengono la Turchia nella lotta contro il PKK, cercano di indebolire la “linea Ocalan” in Rojava. Dicono: “Non ti sentirai a tuo agio senza allontanarti dalla linea del PKK”. È la politica di spostare la rivoluzione del Rojava dalla linea socialista e di integrarla nel sistema del mondo liberale. Al momento, comunque, l’alleanza sta funzionando, almeno fino a un certo punto. Ma i nuovi sviluppi politici possono sempre rivelare nuove situazioni. Questa di oggi non è una situazione cui l’America è molto affezionata. E lo stesso vale per il PKK e le forze della Siria settentrionale. C’è, in sostanza, una vicinanza costruita dai fatti per entrambe le parti.

Letto 25 volte Ultima modifica il Sabato, 02 Marzo 2019 09:32