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Giovedì, 21 Febbraio 2019 11:30

Impressioni cubane In evidenza

Scritto da  Rino Malinconico

1) Cuba è soprattutto la memoria di una rivoluzione coraggiosa, addirittura eroica; ed è, allo stesso tempo, la resistenza – politica, sentimentale e culturale in senso lato - sulla trincea di quella rivoluzione. L’espressione sovente utilizzata dai cubani è che “la rivoluzione continua”. Il punto è che una tale frase non solo contiene, come tutte le affermazioni perentorie, più desiderio che effettività, ma trascina con sé, inevitabilmente, un intreccio complicato di elementi positivi ed elementi negativi.

Tra gli elementi positivi, va ascritta senz’altro la tensione diffusa a non arrendersi, a non piegare la testa davanti al sistema globale dominante, davanti ai poteri molteplici e giganteschi dell’attuale, conclamata totalizzazione del rapporto sociale di capitale. Dire che “la rivoluzione continua” implica, inoltre, il richiamo costante alla leva morale, che fu fortissima sessant'anni fa e che realmente riemerge nelle forme di un orgoglio e di una gentilezza piuttosto generalizzati, un vero e proprio “sentire comune diffuso”, alimentato dal ricordo delle vicende e dei protagonisti della rivoluzione. E va infine considerato come vengano puntigliosamente mantenute, sulla base del principio della “rivoluzione che continua” - e persino rafforzate, entro gli ovvi limiti dovuti alle difficoltà economiche -, talune materiali conquiste della rivoluzione stessa, in particolare la generalizzazione dei diritti sociali (a partire da istruzione e sanità) e la sconfitta della fame, che costituisce invece l’insanabile piaga di tutti i Paesi poveri (e Cuba è un paese povero). Diversamente da quanto immediatamente salta agli occhi in tutto il Terzo Mondo, e ancor più nell’infelice Quarto Mondo di tanta parte d'Africa ed Asia, a Cuba la oggettiva povertà delle condizioni di vita non si traduce nelle morti per inedia o nelle malattie tipiche del sottosviluppo, e neppure nella disperazione per i morsi della fame o per la frustrazione di un vivere miserabile.

Il porsi in funzione critica rispetto al sistema politico e sociale che domina il mondo; la cura costante della dimensione morale nei rapporti umani; l’impegno indiscutibile, e indiscutibilmente oneroso, di garantire a tutti la sopravvivenza e i diritti essenziali di promozione umana: tutto questo costituisce, in sintesi, l’attualità positiva che sta dentro la memoria e l’insistente richiamo alla rivoluzione.

C'è però anche un crescere di elementi negativi dentro questa stessa logica della “rivoluzione che continua” e nella celebrazione pedagogica del passato eroico.

L'elemento di maggiore negatività è dato, a mio avviso, dal sopravanzare spontaneo della cultura antimperialista sulla cultura anticapitalista; la qual cosa non solo oscura i meccanismi oggettivi che riproducono le dinamiche propriamente capitalistiche dell’alienazione e dello sfruttamento, ma impedisce anche di considerare come lo stesso imperialismo sia diventato - dentro la fase della totalizzazione del rapporto sociale di capitale – null’altro che l’attuale, impersonale neo-imperialismo dello scambio diseguale di valore-lavoro, caratterizzato dalla inevitabile e crescente asimmetria delle transazioni commerciali, e cioè dal fatto che coi minuti del lavoro sociale dei paesi avanzati si comprano, nella forma ingannevole dello “scambio equivalente” in moneta, intere ore, e giorni addirittura, del lavoro sociale dei paesi poveri. Un secondo elemento di negatività è che il continuismo col passato impedisce di assumere pienamente proprio le caratteristiche ultimative della sfida col capitalismo (direttamente col capitalismo, sottolineo; non semplicemente con l’imperialismo), e ciò nel senso esatto della dicotomia drammatica di “socialismo o barbarie”.

Detto in altre parole, il limite del paradigma del “continuismo rivoluzionario” è che esso non favorisce la critica puntuale al modo nuovo di essere e di agire del capitalismo contemporaneo. Ovviamente non si tratta di un limite culturale, bensì storico: la rivoluzione cubana è nata dentro l’ambito della penuria e ha dovuto contrastare condizioni spaventose di miseria. E anzi, la povertà materiale è ancora consistente ed obbliga ad ovvie priorità politiche. E però l’epoca nostra impone che, accanto al contrasto della fame e della miseria, ci sia contemporaneamente (contemporaneamente, non un minuto dopo) il contrasto all'alienazione e ai meccanismi di costruzione spontanea delle disparità sociali, sia quelle legate allo status, sia quelle legate al reddito. Lo impone ovunque: nei paesi poveri non meno che nei paesi ricchi.

Il tema, detto in una battuta, è che nel XXI secolo la rivoluzione socialista è posta immediatamente di fronte alla necessità storica di ciò che chiamiamo “comunismo”. È chiamata a misurarsi con una umanità povera di senso e non soltanto (e non tanto) povera di risorse. C'è, in sostanza, una effettiva modernità delle contraddizioni del capitalismo del nostro tempo, del capitalismo avanzato, che Cuba vive solo in parte proprio perché non conosce, se non di riflesso, il capitalismo avanzato. E però quest’ultimo arriva anche a Cuba: attraverso la comunicazione globale, attraverso gli stili di vita dei turisti, attraverso gli investimenti dei Paesi stranieri, attraverso i piani di modernizzazione mutuati dalle economie ricche; arriva soprattutto attraverso la costruzione dei desideri individuali di possesso, attraverso il consumo come valore in sé, attraverso la superfetazione dei bisogni e dei beni materiali.

Se si pensa al capitalismo in modo personalizzato, come “l’insieme dei capitalisti proprietari” coi loro governi “comitati di affari” e le loro cannoniere imperiali, si farà fatica a concettualizzare proprio il capitalismo reale del nostro tempo, che è invece un compiuto sistema impersonale, un insieme strutturato di rapporti sociali reificati, un gigantesco individuo produttivo sociale con base nazionale e dimensioni internazionali, un general intellect finalizzato ossessivamente alla creazione di plus-valore (che è molto, molto più del semplice profitto), un corpo sociale permanentemente irreggimentato e mobilitato nella produzione di valori e non di cose. E si farà fatica a cogliere come questa nuova articolazione del capitalismo comporti una inevitabile e ininterrotta costruzione di degrado ambientale, marcescenza sociale e spreco assoluto degli esseri umani; nonché tensioni internazionali, lacerazioni e guerre. La barbarie, per l’appunto; quella che solo una rivoluzione totale degli assetti sociali, una rivoluzione che arrivi nel profondo stesso della vita quotidiana, potrà forse impedire.

Questo allora il nodo. Il nostro tempo non richiede meno rivoluzione, ma più rivoluzione. E però richiede una rivoluzione davvero all’altezza del nostro tempo: una rivoluzione pienamente anticapitalistica, che abbia a suo principale bersaglio l’insieme dei rapporti umani alienati. In una parola: una rivoluzione che impatti i bisogni spirituali non meno dei bisogni materiali, e che prospetti un mondo a misura di essere umano. Una rivoluzione, perciò, che sia anche antropologica e non soltanto economica, sociale e politica.

Orbene, Cuba mi pare non del tutto attrezzata, i comunisti di Cuba mi paiono oggi non sempre consapevoli – è l’impressione che ho avuto - di esser chiamati obiettivamente a reggere questo immediato e complesso antagonismo. Perché questo giudizio? Soprattutto perché non li ho visti preoccupati, come invece dovrebbero, per le disparità che si stanno producendo nella vita concreta delle persone.

 

 

 

2) La circolazione delle merci e l’erogazione dei servizi sulla base di una doppia moneta tende a produrre, difatti, un consistente divario all’interno della società cubana. Formalmente i pesos convertibili (CUC) sono destinati ai soli turisti e agli stranieri in genere; e però non sono pochi i cittadini cubani che riescono a mettere nel proprio borsellino tale moneta pregiata. Succede soprattutto nelle città e nei centri balneari: vuoi perché lavorano nelle strutture turistiche e ricevono normalissime mance dai turisti; vuoi perché gestiscono in proprio (cuentapropistas) le piccole attività, i piccoli negozi, i piccoli laboratori, le piccole strutture alberghiere (cases particulares) che normalmente utilizzano e frequentano i turisti, pagando in pesos convertibili; vuoi perché hanno parenti all'estero, che mandano aiuti in denaro.

In astratto possono sembrare piccole cose; ma in concreto non lo sono per nulla. Un pesos convertibile, che al cambio equivale grossomodo a un dollaro, vale 25 pesos cubani (CUP), le monete quotidianamente spese dai cittadini cubani nei negozi e nelle strutture “non turistiche”, e che i turisti normalmente non possiedono. In verità, sempre più i centri commerciali e i locali di ritrovo accettano sia CUC che CUP, ma è ben difficile accedervi proprio per coloro che in tasca hanno solo i CUP. Il fatto è che gli stipendi e le pensioni (e la stragrande maggioranza dei cubani vive esattamente di stipendi e pensioni), raramente superano i 1000 CUP al mese anche per i livelli più professionalizzati. Un operaio generico non va oltre 300, 400 CUP; un insegnante 600, 700; un medico 800, 1000.

I conti, perciò, è facile farli. Due semplici CUC di mancia al cameriere di un ristorante, che per un europeo sono meno di 2 euro, per quel cameriere equivarranno a 50 pesos cubani, vale a dire a non meno di 1/6, 1/7 del suo stipendio mensile in CUP. È come se in un ristorante italiano, dessimo 150 e più euro di mancia. E se dalle mance passiamo agli acquisti, alle locazioni e ai servizi complessivi, si capisce come possa effettivamente succedere che in una famiglia, composta da due lavoratori che non hanno nulla a vedere col turismo, entrino mensilmente non più di 800, 1000, 1200 CUP; mentre nella famiglia della porta accanto, composta da due lavoratori impiegati nel settore turistico, le entrate mensili assommino a 10, 20, 30 volte di più. C’è poco da questionare: l’esercito dei turisti, che arriva ormai a quasi metà della popolazione (oltre 4 milioni di turisti nel 2018, e l’obiettivo dei prossimi anni è di stabilizzare la situazione oltre i 5 milioni) sta introducendo nella società cubana elementi oggettivi di differenziazione.

Intendiamoci: è ancora prevalente l'omogeneità degli stili e delle condizioni di vita, e per sopravvivere i cubani hanno a disposizione non solo la completa gratuità di sanità e istruzione (trasporti e studentati per i fuori sede compresi), ma anche una tessera che accompagna ciascuno dalla nascita alla morte e che prevede la distribuzione gratuita di diversi alimenti-base (dal riso - cinque libbre mensili a persona - ai fagioli, al caffè, a un pollo mensile, eccetera), oltre ad una determinata quantità di prodotti a prezzi amministrati; ciò nonostante, i dislivelli economici tra persona e persona stanno diventando abbastanza consistenti. O almeno, io li ho visti consistenti. Non solo. Gli investimenti statali tesi a favorire il turismo si stanno rapidamente traducendo nella costruzione di alberghi perfino extralusso, che acquistano inevitabile veste di plateali monumenti alla disuguaglianza più sfacciata. In quegli alberghi ci vanno quasi esclusivamente gli stranieri, è vero; ma ci lavorano i cubani. Ed esistono già offerte mirate proprio ai “clienti cubani”, quelli che possono permettersi di entrare nel mercato con la divisa forte del pesos convertibile…

Tutto questo, unitamente alla comunicazione perversa che arriva attraverso i social media, rende insidiosissimo l'attacco impersonale che il capitalismo (il capitalismo, non l'imperialismo) fa a questa coraggiosa “rivoluzione che continua”. È un attacco che avviene attraverso l'arma dei desideri indotti e delle dinamiche più complessive di alienazione. E il fatto che resti fortemente prevalente, nella cultura dei comunisti cubani, la cifra dell'antimperialismo rispetto alla cifra dell’anticapitalismo rischia di facilitare, senza volerlo, l’avanzata a-critica dell’individualismo, dell’edonismo e del consumismo nella coscienza di massa. Guevara avvertiva, in particolare negli ultimi anni della sua intensa vita (ma lo ha fatto anche Fidel a più riprese), che il terreno decisivo per la vittoria della rivoluzione era quello della costruzione dello “hombre nuevo”, e che, di contro, gli incentivi materiali e le ineguaglianze anche minime possono produrre effetti psicologici ed ideologici distorcenti dentro la pratica di vita delle persone. Ecco: la mia impressione è che questo rischio sia ormai a livello di guardia.

 

 

3) D'altra parte, Cuba resta unica: è senz’altro il punto complessivamente più avanzato di ciò che intendiamo oggi con la parola “rivoluzione”. Una trincea effettiva della rivoluzione, con la sua grandezza e anche con i suoi aspetti evidenti di debolezza. Va pure detto che nelle difficoltà cubane pesa molto l’embargo economico imposto dagli USA quasi 60 anni fa, il più lungo della storia, condannato da ben 25 risoluzioni dell’ONU. Tutti i paesi che hanno relazioni economiche con gli Stati Uniti sono diffidati, di fatto, dal commerciare con Cuba, se non entro strettissimi limiti quantitativi e con riferimento solo a determinati prodotti. Cina e Russia possono forse infischiarsene, ma quasi tutti gli Stati europei e latinoamericani temono le ritorsioni statunitensi e perciò mantengono al minimo indispensabile il volume del commercio con Cuba. La conseguenza è che per tutto ciò che viene dall’estero, i cubani pagano prezzi più alti di qualsiasi altro Paese; mentre tanti prodotti, anche quelli assolutamente necessari (medicine, carta, tubazioni, eccetera), vengono sovente a mancare. Alla fine si può trovare quasi tutto al consumo, specie se si paga in CUC, ma i percorsi tortuosi e lunghi dei prodotti stranieri si scaricano virulentemente sui prezzi.

Il dato più grave, però, non è neppure il quadro difficile delle importazioni. Il limite più consistente è che i cubani faticano grandemente ad esportare le proprie merci, persino i tabacchi, lo zucchero e il caffè, di cui sono grandi produttori; oppure il nichel e il cobalto, i cui vasti giacimenti non possono essere sfruttati come dovrebbero per carenza di acquirenti. In sostanza, quando il governo cubano lamenta gli effetti pesantissimi dell’embargo, non esagera affatto, non sta utilizzando un argomento polemico al fine di giustificare le difficoltà obbiettive che si vivono rispetto ai paesi ricchi del mondo. Il blocco è un problema reale, e la stessa spinta al turismo rappresenta, nelle intenzioni cubane, un modo per arginarlo.

Risulta così davvero sorprendente che Cuba, nonostante la vera e propria guerra commerciale che subisce, stia mediamente più avanti rispetto all'insieme del Sud-America e del Centro-America per quanto concerne la qualità materiale dell'esistenza dei cittadini; e che addirittura, per quanto attiene alla cultura e alla ricerca scientifica, non si collochi affatto lontana dal “primo mondo”, dai paesi ricchi dell’Occidente. E però questa situazione di stallo, di sostanziale bilanciamento tra elementi positivi ed elementi negativi non potrà durare in eterno. Dovrà evolvere in una direzione o nell’altra.

Il punto è che Cuba non ce la potrà fare da sola. Se non si determinano cambiamenti significativi sul piano della storia mondiale; se, in particolare, non si arriva alla rottura rivoluzionaria in un qualche anello del primo mondo; se, più in generale, non si rimette in moto a scala planetaria la spinta politica di massa verso una società egualitaria, libertaria e capace di costruire dinamiche storicamente agenti di fraternità, allora anche le attuali “trincee avanzate” della rivoluzione – Cuba, il Chiapas, il Rojava, il Venezuela – saranno travolte, nonostante tutta la solidarietà che potremo dar loro.

Ovviamente, non è facile che venga avanti una nuova temperie rivoluzionaria. Molte condizioni oggettive ci sono. Ma molte mancano ancora. E non basta desiderarla. Neppure se a desiderarla fossimo (e non lo siamo) in tanti. Una temperie rivoluzionaria nel secolo XXI non potrà presentarsi, d’altronde, con i caratteri che la rivoluzione ha avuto nel XX secolo. Dovrà, per dirne una, caratterizzarsi molto come “rivoluzione della vita quotidiana”, sviluppandosi, ad esempio, anche come “critica del lusso” e del “desiderio del lusso”. La qual cosa, detto per inciso, non significa affatto richiamarsi al francescanesimo religioso o alla società oppressiva e moralistica di Savonarola. La critica del lusso diverrebbe piuttosto una modalità specifica per far argine alle disuguaglianze sul piano sociale e alla voglia di possesso sul piano delle inclinazioni individuali…

Va da sé che il presupposto fondamentale di una tale rivoluzione internazionale è che sia potenzialmente garantita (cosa che oggi, in astratto, è davvero possibile) una vita soddisfacente per tutti. Il presupposto, cioè, è che ci siano condizioni realmente sufficienti di riproduzione allargata della vita materiale, di modo che tutti possano abitare in case e luoghi accoglienti, mangiare bene, vestire in maniera confortevole, e anche civettuola e graziosa, senza preoccupazioni per il futuro e con una disponibilità reale di tempo libero. In definitiva, una situazione storica (che oggi in astratto già esiste) che permetta a tutti un consumo quotidiano pari almeno all’attuale consumo medio dei paesi avanzati, che costituisce indubbiamente il livello di qualità della vita più alto della storia umana.

La soglia di non-povertà oggi in Italia (uno degli Stati con la più alta aspettativa di vita delle persone, e dunque con un maggiore benessere) è considerata dall’ISTAT quella che si situa sulla linea degli 826 euro per un adulto che vive da solo. Potrebbe essere un riferimento realistico da generalizzare a scala globale: esattamente nella prospettiva di una società che vada oltre il capitalismo e si proponga di assicurare a tutti gli esseri umani un livello di vita davvero accettabile, in una logica non solo di uguaglianza ma anche di sobrietà psicologica e culturale.

Proprio così. La rivoluzione del nostro tempo deve mettere insieme benessere, sobrietà, uguaglianza, libertà e fraternità. Ma per farlo, deve cominciare a svilupparsi anche, e soprattutto, nei paesi del capitalismo avanzato. Se questo succederà, allora anche i cubani, che ancora resistono eroicamente, e con grande fatica, sulla trincea dell’antimperialismo, potranno riprendere in termini nuovi la loro avanzata.

 

Febbraio 2019

Letto 90 volte Ultima modifica il Lunedì, 04 Marzo 2019 19:19