Sei qui: Manifesto per UNA NUOVA CITTADINANZA UMANA
Lunedì, 16 Febbraio 2015 17:13

Manifesto per UNA NUOVA CITTADINANZA UMANA

Scritto da  Redazione di LEF

Ripubblichiamo qui di seguito uno scritto che riteniamo attualissimo, benché abbia già quindici anni. E' apparso, infatti, nel gennaio 2000 sulla rivista napoletana "Gramigna".

Lo riproponiamo qui legittimamente: non solo perché buona parte dei redattori di allora fa adesso parte di LEF, ma anche perché è condiviso da tutta la nostra redazione. Lo proponiamo soprattutto come uno scritto di "battaglia politica e culturale".

Ai lettori che lo condivideranno chiediamo, infatti, di "sottoscriverlo" con una e-mail alla redazione.

 

 

 

In tutta la seconda metà del Novecento la sinistra europea di ispirazione socialdemocratica, terzinternazionalista ed eurocomunista ha puntato a condizionare il quadro generale a partire dalla politica governativa, proponendo misure mitigatrici delle sofferenze sociali, insistendo su leggi di tutela, delineando una strategia di sviluppo produttivo e di contestuale redistribuzione della ricchezza.

E’ ancora possibile muoversi su quest’orizzonte? Con la logica dello “scambio” politico-sindacale, facendo pesare i voti nelle istituzioni, la capacità di mobilitazione della piazza, la forza d’inerzia di un consolidato e compatto blocco sociale, con i suoi luoghi, i suoi istituti, i suoi strumenti?

Purtroppo per noi, la realtà è diventata molto più complicata rispetto anche a solo vent’anni fa, e non funziona più la logica dello “scambio”: né noi, né “loro” abbiamo molto da scambiare. Non è solo questione di rapporti di forza, e neppure della sola scomposizione del proletariato e dell’atomizzazione sociale.

Quel che è accaduto davvero, potremmo definirlo come una sorta di "totalizzazione del rapporto di capitale". Da una parte, la potenza produttiva degli agenti che vengono messi in moto durante il tempo di produzione ha compiutamente sopravanzato il tempo di lavoro effettivo, e perciò quel che era stato previsto da Karl Marx nei “Grundrisse” sta ormai sotto i nostri occhi: nel senso che non è più individuabile, non è più dato, un valore definito delle specifiche prestazioni lavorative; dall’altra parte, la combinazione sociale della produzione e del lavoro è giunta a tal punto che tutto concorre, e deve necessariamente concorrere, alla produzione stessa: il tempo di lavoro tradizionale, ma anche quello che in passato era “tempo di vita”, le strutture tradizionalmente produttive (fabbriche, uffici, negozi), ma anche quelle che siamo abituati a pensare come “strutture civili” (scuole, ospedali, spazi ludici), il vivere lavorativo, ma anche il vivere sociale.

La conseguenza politica è che non possiamo più contrattare, né noi (come salariati e come ceti popolari in genere) né i capitalisti (come insieme delle classi possidenti), sulla base di quantità chiare e definite: “vogliamo tot perché diamo tot”. Il “tot che possiamo dare” e il “tot che potremmo ricevere” sono già inesorabilmente attivati, fin dall’inizio, nel ciclo produttivo generale, e comunque concorrono, indipendentemente da qualsiasi scambio, alla potenza produttiva generale.

In sostanza: se l’”individuo produttivo sociale” è una realtà dell’oggi e non una astrazione teorica, se la “combinazione sociale del lavoro” ha già raggiunto, qualitativamente, il suo apice, quello storicamente possibile, e se “tempo di vita” e “tempo di lavoro” si integrano sempre più, giorno dopo giorno, se tutte queste cose hanno fondamento, quale spazio resterà ad una politica fondata sulla distinzione di soggetti ed interessi? Nessuno. Nessuno, se si resta dentro le coordinate del sistema economico e sociale di tipo capitalistico.

E già l'ultimo scorcio del XX secolo ha confermato pienamente questa nostra perentoria affermazione: la concertazione che prende il posto del vecchio scambio sindacale; la politica di “destra” che viene portata avanti anche dai partiti e dai governi di “sinistra”. E’ questione di meri tradimenti? Di sfortunati tradimenti progressivi  - da Wilson a Blair in Inghilterra, o da Berlinguer a D’Alema in Italia, da Brandt a Schroeder in Germania, e via dicendo? O, invece, è questione che nelle nuove condizioni il "patto fordista" non solo degenera, ma diventa propriamente impossibile? 

In altre parole, non si tratta di politiche codarde, ovvero di un semplicistico asservimento della politica all’economia. La politica anzi c’è, c’è e resta forte dappertutto, tanto che è arrivata a costruzioni di portata epocale (l’Euro, la nuova NATO, ecc.); così come forte resta, dappertutto, il ruolo dello Stato, che continua, anche più di prima, a governare (pur senza gestire direttamente come un tempo) l’economia e la società. 

Ma politica e Stato mantengono la loro centralità ad una sola condizione: che assumano per intero il punto di vista generale del capitalismo di questa fase, e diano vita a quello che è stato definito, con efficacia propagandistica e con limiti analitici, il "pensiero unico": un intreccio vigoroso di cultura liberista e politiche neoautoritarie, magari a rappresentazione partitica variabile, ma in definitiva segnato sempre più da esplicite pulsioni reazionarie, come dimostra, in tutto il mondo, il rinnovato slancio delle destre e financo dei veri e propri fascismi. Questa rinnovata giovinezza dello “spirito borghese” è la spia più evidente che siamo ad una nuova fase storica nei rapporti di forza tra le classi, una fase caratterizzata non solo dall’impossibilità di una trasformazione “dall’alto” del sistema, ma anche dall’inanità delle “proposte redistributive” e della logica di “condizionamento istituzionale”.

Una riprova è data dal paradosso per cui crescono le sofferenze da un lato, e, dall’altro lato, diminuiscono elettoralmente quasi dappertutto, o restano inchiodati a piccole percentuali, i comunisti e i partiti critici del “pensiero unico”.

Il punto da considerare è che la critica non ha proprio più spazio come “critica interna” al sistema capitalistico, magari sul presupposto di una contrapposizione possibile tra “new deal” e liberismo. Il liberismo non è affatto una degenerazione del capitalismo, ma è la scelta politica "più logica" in una fase di espansione della ricchezza, così come il new deal è la scelta "più ragionevole" in una fase di ristrutturazione generale. In entrambi i casi, il rapporto di capitale si lascia governare sì dalla politica, ma solo sul presupposto intoccabile della flessibilità dei fattori sociali.

Quale orizzonte politico, allora, per chi prospetta a sé e agli altri una trasformazione della società in direzione dell'uguaglianza fra tutti, della libertà per ciascuno e della fraternità come sentimento generale?

Intanto non va sguarnita affatto la trincea del lavoro e della organizzazione produttiva. Essa, nelle forme politiche e sindacali che conosciamo, è una trincea costitutivamente di difesa - difesa dai licenziamenti, dall’abbassamento dei diritti, dalle decurtazioni salariali. La tenuta su questi temi è importante, perché riguarda l’esperienza concreta degli oppressi e degli sfruttati, la loro identità collettiva; tuttavia non porta, non può più portare, di per sé, ad un mutamento qualitativo dei rapporti di forza, ad un nuovo slancio verso il cambiamento.

Anzi, l’iniziativa di lotta, se resta rigidamente incentrata sul punto della produzione sociale, è destinata ad un doppio scacco: da un lato, rimane prigioniera di una inevitabile “rincorsa a perdere” per quanto riguarda i risultati specifici, proprio per l’impossibilità di far valere strategicamente le “rigidità proletarie” dentro gli attuali processi produttivi; dall’altro, si condanna ad una marginalità sostanziale sul piano politico, e questo perché il rapporto di capitale concentra oggi la sua esistenza e il suo sviluppo non più sulla produzione immediata (il lavoro vivo), bensì sui fattori specificamente sociali (la potenza degli agenti, la combinazione sociale del lavoro, la mobilitazione produttiva del corpo sociale).

In altre parole, se non facciamo il salto concettuale dai temi della produzione sociale alle questioni della riproduzione della vita materiale (e spirituale), se non passiamo dalle proposte sui tempi di lavoro alle proposte sui tempi di vita, e se soprattutto non ridimensioniamo il nostro parlare di “lavoratori”, introducendo politicamente il concetto di “persona” e rinvenendo, nella nostra “logica emancipativa” le più compiute, ed oggi anche più attuali, ragioni della “liberazione”, e se anzi, non cominciamo a parlare proprio di “liberazione” e non più di “emancipazione”; se non apriamo, in sintesi, noi stessi e la teoria medesima cui ci ispiriamo, ad una  profondissima “rivoluzione culturale”, e se non operiamo risolutamente in questa nuova direzione, non avremo davvero scampo: la marginalità, quella vera, quella di spessore storico, ci resterà attaccata addosso più che mai.

Il cammino che qui si propone è indubbiamente difficile. Si tratta di costruire una inedita prospettiva nel solco di ciò che finora si è inteso col termine "comunismo" (comunismo, beninteso, nell'accezione che ne dava Marx: come "libero sviluppo di tutti in quanto condizione del libero sviluppo di ciascuno, e viceversa"), che sia capace di tesaurizzare pienamente le novità intervenute e di proiettarsi, proprio per questo, oltre la dialettica tradizionale di società e politica.

In questo nuovo cammino, le contraddizioni tra società e politica non verranno certo espunte, nel senso che a differenza della politica borghese, che conosce appunto le sole ragioni della politica come governo, occorrerà continuare a presentare testardamente le “ragioni della società”, denunciandone le disarmonie, parlando per i tanti che sono “tagliati fuori” dallo sviluppo, sostenendo soprattutto la causa di quelli che questa società la reggono davvero, col proprio lavoro di sfruttati e con la propria condizione di oppressi.

Ma occorrerà andare anche oltre questa dinamica. Anzi, il punto è che tale dinamica di denuncia, lotta e proposta dovrà essere ricompresa entro un più ampio quadro, e sciolta a nuovi significati. In altre parole, la contraddizione tra politica e società rinvia oggi ad una più lacerante ed ultimativa contraddizione: tra politica e società da un lato ed umanità dall’altro.

La società è ormai tutta compiutamente capitalistica, e dentro il rapporto di capitale viene tutto ricompreso, anche il nostro tempo libero, anche le sacche di “arretratezza”, finanche gli squilibri, mentre tutta la realtà diventa, contemporaneamente e in progressione, sia merce che fattore produttivo. Proprio perché è intervenuta questa “totalizzazione del rapporto di capitale”, con la connessa integrazione di economia, politica e società, il punto di partenza di un discorso di liberazione dovrà oltrepassare necessariamente le colonne d’Ercole dell’orizzonte emancipativo: non potrà che incentrarsi sul “senso umano”, sull’”istinto di sopravvivenza” dell’uomo, quello che appunto resiste alla sua metamorfosi in merce e fattore produttivo. 

E allora: corpo, affetti, cultura, natura. Da qui si dipana una nuova prospettiva di antagonismo e trasformazione. Pensiamo, cioè, ad una rivoluzione anzitutto antropologica, e solo in questo senso anche sociale e politica.

Parlare della contraddizione tra corpo e capitale significa riandare, peraltro, a tanta parte delle sofferenze sociali, e a tutto ciò che concerne la materialità del vivere: il livello dei consumi, l’ampiezza dello spazio, l’integrità della crescita.

Il corpo postula nutrimento, mobilità, sviluppo, salute; e dunque un reddito adeguato al consumo, uno spazio accogliente ed amico, un arredo articolato cui riferirsi, un controllo costante dei fattori di salubrità. Non si tratta, forse, di un vero e proprio programma rivendicativo? Dal reddito di cittadinanza (o salario garantito, o salario sociale che dir si voglia) al diritto alla casa per tutti, dalla disponibilità piena dei trasporti all’arredo urbano “a misura d’uomo”, dalla certezza della previdenza all’efficacia dell’assistenza sanitaria.

Analogo è il ragionamento a proposito degli affetti e dello svolgimento spirituale degli uomini. L’affettività significa “tempo per gli affetti”, significa incontro, significa scelta. I punti del programma diventano così anzitutto quelli che puntano a liberare il tempo, riducendo in particolare l’orario di lavoro e i periodi di obbligo sociale; ma si tratta anche di prospettare l’abolizione delle separazioni e delle barriere, sia quelle macroscopiche tra Stati e razze, sia quelle minute del mercato, che recinta di prezzi e biglietti anche gli spazi ludici e d’incontro; si tratta soprattutto di tutelare le scelte di ciascuno, restituendo a ciascuna persona la propria responsabilità e la propria diversità.

E lo stesso vale pure per la cultura. Da un lato, la disponibilità piena delle conoscenze sociali e la diffusività, la compiutezza e la pluralità dell’informazione; dall’altro, la libertà della ricerca e del sapere; dall’altro ancora, la tutela puntuale del diritto per tutti all’apprendimento. Su questi nodi si possono (e si devono) costruire schieramenti, lotte, proposte, proprio nel senso generale del nostro discorso: i contenuti dell’umanità contro i contenuti del capitale

Umanità e capitale sono infine contrapposti anche sulla natura: non solo perché le relazioni basate sul profitto producono degrado, inquinamento, distruzione degli habitat e dei sistemi ecologici, ma anche, e soprattutto, perché impediscono una nuova necessaria osmosi tra uomo e natura, come rafforzamento reciproco della naturalità dell’uomo e dell’umanizzazione della natura. Che le leggi di natura non siano il punto più alto dell’orizzonte è, crediamo, un dato pacifico del pensiero moderno, non solo per i marxisti: la natura ragiona in termini di specie e sacrifica gli individui; gli uomini, al contrario, sono propriamente, oggi, dopo tanti secoli e millenni, degli individui. Sono individui sì, ma con un ritmo naturale.

Qui sta il punto:che tale ritmo, col consumo capitalistico dei nostri tempi e dei nostri bisogni, è oggi disperso. Rivendicarlo come orizzonte, significa molte cose: la critica delle produzioni nocive, superflue ed antinaturali sicuramente, ma anche la tutela degli spazi e delle specie, così come la naturalità degli alimenti e degli strumenti.

Si tratta, insomma,  di prospettare un orizzonte di trasformazione profonda, incentrata su una moderna idea di “cittadinanza umana”; si tratta di superare tutte le “logiche sviluppiste” e di articolare in chiari e definiti contenuti la principale "indicazione strategica" consegnataci dal movimento operaio del XIX e XX secolo: “da ciascuno secondo le sue possibilità e a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Non dobbiamo avere timore a pronunciare parole come “cittadinanza” e “diritti”, “umanità” e “persona”. D’altronde abbiamo sempre saputo che a coronamento della trasformazione sociale, ci doveva essere una “nuova umanità”, uno sbocco antropologico. La novità è che quest’orizzonte - oggi, nell’epoca della “totalizzazione del rapporto di capitale” - non viene più “dopo”; bensì accompagna fin dall’inizio la lotta per il cambiamento. L’accompagna costitutivamente, nel senso che ne ri/definisce le parole d’ordine e gli obiettivi; e l'accompagna necessariamente, nel senso che solo in questo modo, può avanzare davvero l'alternativa di società.

A ben vedere, si tratta di far uscire le nostre proposte non dal nostro cervello, e neppure dal passato, dagli anni’30 in America o dagli anni’60 in Germania o in Italia; le dobbiamo situare, invece, proprio nel punto delle novità intervenute nella produzione sociale, svolgendole alla maniera della “nuova cittadinanza umana”.

Ci dicono che ciascuno di noi dovrà cambiare lavoro quattro o cinque volte nella vita? Bene. Noi dovremmo rispondere che ciascuna persona dovrà disporre anche di quattro o cinque anni sabbatici, nei quali prepararsi - professionalmente, psicologicamente e praticamente - al cambiamento.

Ci dicono che occorre flessibilità e responsabilità nel lavoro? Bene. Dovremmo rispondere che la flessibilità implica più formazione, scolarizzazione più lunga, più ampi tempi di riposo per il recupero psicologico e fisico; così come la responsabilità ha senso solo in un quadro di autogestione e autocontrollo della prestazione lavorativa.

Ci dicono che l’economia è globale, che non ci devono essere più barriere per le merci e il capitale? Rispondiamo che lo stesso vale per il lavoro, che non deve conoscere più particolarità e deve essere “uguale” dappertutto come valore e come diritti, così come dappertutto le frontiere devono essere aperte ai lavoratori e alle persone.

Quello che ci preme sottolineare non sono i singoli specifici obiettivi, bensì la direzione di marcia complessiva. Ed essa è chiarissima riguardo ai contenuti: capovolgere il principio di “sussidiarità”. 

Dentro l’attuale rapporto di capitale ciò che noi abbiamo chiamato “nuova cittadinanza umana” è un mero residuo, è quello che resterebbe, semmai resta!, dopo la flessibilità, il mercato, il profitto. Per la nostra parte, il ragionamento è (deve essere) esattamente opposto: siano flessibilità, mercato e profitto i residui, quello che resterebbe, semmai resta!, dopo i diritti di cittadinanza…

E’ evidente che quello che si è detto fin qui postula una trasformazione sostanziale anche del nostro modo di intendere l’azione politica: meno centrata sulle istituzioni e più collegata al “sociale”, meno vissuta come partiti e più come movimenti e come comitati specifici, meno separata, in una parola, dal protagonismo di massa. 

Cosa può significare in concreto?

La strada ce la stanno indicando esattamente il movimento dei movimenti e le sue strutture: i laboratori, i comitati, i forum. Si tratta di spazi fisici che promuovono protagonismo, incontro, azione diretta, organizzazione, sostegno; punti di attività che utilizzano appieno tutte le risorse, anche quelle pubbliche, in forma autogestita, aperta e democratica; un territorio di iniziative nel quale lavorano, gomito a gomito, i comunisti, i volontari della solidarietà, i comitati ecoambientalisti, le associazioni della cultura critica, le aggregazioni giovanili, i movimenti dei disoccupati, le organizzazioni sindacali anticoncertative, tutto ciò che si muove fuori dal “pensiero unico” e dal rispetto delle regole capitalistiche.

Del resto, la lotta politica per una nuova cittadinanza connette oggi, molto più che in passato, lavoro e vita, caricandosi, per questa via, di  una più forte radicalità.

Le questioni del "quanto produrre, come produrre e  cosa produrre”  diventano oggi realmente, nella vita  stessa delle persone, l’orizzonte del "quanto vivere, come vivere, cosa vivere".

Insomma, se mettiamo l’accento sull’attuale modernità capitalistica, non è solo per il vezzo un po' intellettuale di "leggere il capitale" nel suo complesso, ma è per delineare più chiaramente il conflitto possibile. Per proporre soprattutto la sfida ultimativa del nostro tempo, una sfida che è, tutta insieme, economica, sociale, politica e antropologica. La prospettiva è il vivere ecosostenibile, a cominciare dai punti di crisi, e la cittadinanza piena per tutti, una cittadinanza propriamente umana, in termini di vita ed affetti, lavoro e cultura.

 

Letto 808 volte Ultima modifica il Martedì, 24 Febbraio 2015 19:50