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Venerdì, 04 Marzo 2016 12:30

Il materialismo storico nell’età della totalizzazione

Scritto da  Rino Malinconico

 

La questione è di quelle veramente spinose, ma semplicissima nelle sue formulazioni essenziali: possiamo ancora descrivere il capitalismo con le espressioni che ci vengono dalla storia del movimento operaio dell’Ottocento e del Novecento? E’ possibile rendere la complessità degli attuali rapporti sociali con i concetti consueti di sfruttati e sfruttatori o di appropriazione e spoliazione? Il nostro tempo si può davvero indicare come epoca segnata dal contrasto tra un pugno di capitalisti e una massa di proletari? Ed infine: se scoprissimo che con il lessico tradizionale non si riesca a dar conto della complessità del capitalismo odierno, ne consegue forse che non valgono più i concetti di lotta di classe e comunismo?

Tra i lettori, quelli che hanno avuto modo di sfogliare Teoria della totalizzazione,[i] un mio testo di qualche anno fa, intuiranno facilmente che l’intento di queste domande non è di vanificare la rappresentazione del capitalismo proposta da Karl Marx nelle sue linee essenziali. Il capitalismo di oggi, analogamente al capitalismo analizzato da Marx ed Engels, è sempre produzione di merci, appropriazione di valore-lavoro e continuo sforzo di accrescimento dei valori di partenza, indipendentemente dalla soddisfazione dei bisogni reali degli individui, costretti, a loro volta, a separarsi continuamente dall’essenza propriamente umana, che pure continuamente riproducono come aspirazione e speranza. E questo capitalismo, che vive a beneficio esclusivo della realtà onnicomprensiva delle merci e dei valori di mercato, è anche, proprio per questo, andamento ciclico di crescita, crollo e ristrutturazione, nonché squilibrio perenne tra potenza produttiva e capacità di consumo.

Queste caratteristiche, i loro tratti fenomenici fondamentali, sono state tutte individuate da Marx, in particolare nei tre volumi de Il capitale; e dichiaro apertamente, per quel che mi riguarda, che si tratta di punti fermi. Costituiscono la definizione di partenza del capitalismo. Tuttavia, è questo il mio convincimento, esse non bastano a spiegare il funzionamento effettivo del capitalismo attuale; e, di conseguenza, non riescono a spiegare in modo compiuto neppure i risvolti sociali determinati dall'attuale processo di totalizzazione del rapporto di capitale.

Si consideri il concetto decisivo di “sfruttamento”. Il lavoro continua ad essere sfruttato? La mia risposta è sì. Ma chi davvero lo sfrutta non è lo sfruttatore-personificato delle tradizionali rappresentazioni del movimento operaio. Intendiamoci: tutti i lavoratori producono sempre più di quanto ricevano sotto forma di salario; ma questo plusvalore non viene adesso determinato all’interno di una relazione personale tra sfruttati da un lato e sfruttatori dall'altro. Il “valore in più” viene appropriato, invece, direttamente dal sistema in quanto tale, e serve essenzialmente al suo accrescimento. E ciò succede perché nel nostro tempo il plusvalore riesce ad esistere solo a scala complessiva, appunto come accrescimento dei valori del sistema-paese che realmente lo costruisce attraverso la mobilitazione produttiva dell’intero corpo sociale. I tempi concreti di lavoro sono solo una parte di tale mobilitazione produttiva; e la loro specifica funzione, diversamente dai tempi di Marx, è di mettere in moto la potenza produttiva complessiva. E’ da quest’ultima, e cioè da una grandezza tendenzialmente infinita, che si genera davvero il plusvalore, costretto anch’esso a dimensionarsi su un piano generale e non più particolare.[ii]

Scompaiono i profitti? Ovviamente no. Ma si tratta di “profitti” solo per modo di dire, poiché sono commisurati soltanto in parte ai processi produttivi dell’azienda particolare cui si riferiscono. Dipendono, infatti, in massima parte, dal tasso di crescita media del sistema-paese. Il tasso centrale di sconto e gli interessi bancari sono un buon indicatore del fondamentale “tasso di accrescimento reale” di un sistema-paese, più ancora dei dati relativi al PIL, che non fa rientrare mai, nei suoi principali conteggi, ciò che Marx chiama “capitale costante” (macchinari, energia e materie prime).[iii] Se la media effettiva del tasso di interesse bancario si situa attorno al 3 – 4%, i profitti particolari si situeranno anch’essi, in condizioni produttive più o meno regolari, attorno a quella percentuale. Ma il fatto notevole è che si tratta di un profitto chiaramente definito “in partenza”, pur con una ovvia banda di oscillazione: non bisognerà aspettare i consuntivi per scoprirne l’entità.

Così il profitto specifico contabilizzato dal capitalista singolo non nasce subito come “profitto”, ma si configura essenzialmente come “redistribuzione politica” di una quota-parte del plusvalore complessivo, una sorta di riconoscimento e compensazione sociale (“sociale” per come l’intende, ovviamente, la società capitalistica) per gli investimenti effettuati nel tempo dagli individui particolari che chiamiamo “capitalisti”, e che in effetti, oggi come oggi, non sono più neppure individui reali, ma sono, essi stessi, delle aziende capitalistiche con larga base sociale. Sono soprattutto banche, fondi-pensione, fondi-sovrani e soggetti simili.

Avviene dunque che anche il profitto, come il plusvalore, tende ad esistere soltanto a scala complessiva, non è un qualcosa che si origina nel singolo segmento produttivo, in virtù delle qualità intrinseche dell’investimento: come sua obiettiva “remunerazione”, direbbero gli economisti; come risultato dello sfruttamento di quegli specifici operai, direbbero i marxisti che si fermano al capitalismo analizzato da Marx. E’ venuto meno il presupposto di entrambi i ragionamenti: il segmento produttivo è, non idealmente ma realmente, una semplice parte dell’insieme.

Analogamente il plusvalore si trasforma certamente in profitto, ma solo dopo essere passato per la sua funzione di accrescimento complessivo dell'intero “capitale sociale”, ovvero del sistema in quanto tale. E’ il sistema che lo prende immediatamente in carico e successivamente ne distribuisce una parte ai “capitalisti”. Ma in quella distribuzione esso è già diventato profitto generale medio, disancorandosi completamente dalle relazioni di valore determinatesi nella specifica unità produttiva. E’ esattamente a questo che servono le banche, i fondi di investimento bilanciato, i buoni del tesoro di Stato: essi segnano i valori medi del profitto del capitale in generale. E anzi, attraverso di essi, i tanti capitali specifici divengono già realmente “capitale generale”.

Questo significa che in tutte le aziende si ricava lo stesso profitto? Ovviamente no. Nel meccanismo redistributivo si tiene conto, finanche al centesimo, dell'apporto di ciascuno, per cui se i buoni del tesoro, i fondi di investimento bilanciati e i tassi bancari generali costituiscono la linea del profitto medio, i dividendi azionari restano diversificati in relazione alle performance reali delle società ad essi sottese. Ma come alcune azioni scendono, altre salgono; e il gioco del più e del meno tra le azioni è semplicemente un falso movimento: è il movimento interno ai semplici assetti proprietari, e non esplicita in alcun modo il movimento autentico del capitale, che è quello della “valorizzazione”.

Per dirla in breve, le cose funzionano così: quello che nasce per primo è il “profitto complessivo”, che dipende dal tasso di progressione, in un determinato tempo e in un determinato spazio, della valorizzazione del sistema in quanto tale. Tale profitto complessivo diviene poi profitto medio capitalistico in relazione agli apporti effettivi degli investimenti in mezzi di produzione e beni di consumo. Ma questi ultimi saranno stati senz’altro potenziati, nella fase della creazione del profitto complessivo, dalla forza del cosiddetto “settore terziario” (l’insieme dei servizi e della rete di infrastrutture), ovvero, in altri termini, dalla capacità produttiva del “sistema-paese” in quanto tale. Perciò in fase di realizzo, per la determinazione del profitto medio, il loro reale apporto dovrà essere riconteggiato. Dovranno cedere spazio, in sostanza, anche al settore terziario e al bilancio dello Stato, di modo che si arrivi al valore medio di remunerazione dei fattori produttivi complessivi.[iv] Tale valore medio si concretizzerà, a sua volta, in un concreto profitto particolare dei singoli possessori di aziende e azioni, e ciò con specifico riferimento alle performance produttive delle aziende cui le azioni si riferiscono. Ma questo conclusivo passaggio somiglia più al pagamento di uno “stipendio pubblico” dato ai “custodi delle azioni”, anziché al vecchio profitto che usciva direttamente fuori dall’investimento diretto, ovvero dalla diretta espropriazione del lavoro operaio. E se poi alcuni di questi custodi ricevono di più e altri di meno, non cambia la sostanza: anche tra gli stipendiati esistono i premi di produttività e le decurtazioni in busta paga…

Quanto finora detto, e che il lettore potrà trovare esposto in modo approfondito ed organico nel citato Teoria della totalizzazione, conferma, per prima cosa, che la spinta essenziale del capitalismo resta quella dell'accrescimento dei valori di partenza. Su questo non c’è alcuna novità - con buona pace dei molti e variegati “teorici del dominio”[v] - rispetto a Marx. E’ mutata però la dinamica reale dell’accrescimento dei valori, nel senso che bisognerà considerare direttamente il sistema capitalistico come soggetto effettivo e non più come un semplice “soggetto derivato” dall'azione di tanti singoli capitalisti. Semmai accade proprio il contrario in questo nostro tempo: è l'azione dei singoli capitalisti che “deriva” dall'agire del sistema capitalistico in quanto tale, e non viceversa. Non solo: l'azione dei singoli capitalisti acquista senso ed effettività solo entro le coordinate generali dell'agire di sistema.

Beninteso, il singolo capitalista, anche nella realtà della totalizzazione del rapporto di capitale, si porrà continuamente il problema dell'innalzamento della produttività della propria azienda; e dunque normalmente premerà sul lavoro dei propri dipendenti per intensificare le rese produttive orarie. Facendo questo, egli sarà verosimilmente convinto di fare la medesima cosa che facevano suo padre e suo nonno prima di lui; e però – dirà a se stesso – egli lo farà ora con maggior riguardo al rapporto del lavoro umano con le macchine. Così la novità, per lui, si situerà tutta nella tecnologia. E anzi, poiché normalmente un capitalista possiede più autorevolezza sociale, convincerà anche molti non-capitalisti a pensarla come lui, di modo che il nostro tempo diviene facilmente, nella coscienza comune, il “tempo della tecnologia”, e quasi nessuno parla più del “tempo del capitalismo”.

Il punto è che a rivelare la reale articolazione delle vicende (almeno per il livello possibile di conoscenza del genere umano) non potrà mai essere la “coscienza immediata”. Neppure, come nel nostro caso, la coscienza dei protagonisti effettivi di una fondamentale vicenda sociale ed economica. Se quest’ultima, infatti, non si dimensiona a scala propriamente storica - non viene relazionata, cioè, dalla coscienza stessa, allo svolgimento dell’insieme -, per quanto importante possa essere il ruolo svolto, si incapperà comunque in una “falsa coscienza” della realtà. Ed è ciò che accade, di fatto, al capitalista, impegnato sempre a vedere il mondo cogli occhi della sua azienda. Egli guarda, in sostanza, da una angolazione privilegiata, che ricapitola effettivamente una parte del mondo in se stessa. E però non ricapitola mai davvero “tutto il mondo”; e in particolare, non assume né il punto di vista di chi “sta sotto”, alle prese con la propria solitudine di pura esistenza umana, non mediata, se non in minima parte, dalle cose che si possiedono, e né la vicenda storica reale della società capitalistica medesima, con l’importanza decisiva del “lavoro accumulato” nel tempo, divenuto ora compiuta potenza produttiva dell’insieme sociale. Così l’occhio dell’azienda, cioè di una soggettività che svolge un (relativo) ruolo di protagonista, vela più di quanto permetta di scoprire. Vela soprattutto il fatto che la specifica azienda è semplicemente un pezzo del sistema complessivo, e che già in partenza esiste soltanto per attivare la mobilitazione produttiva del corpo sociale.

Tale mobilitazione produttiva avviene certamente nel tempo di lavoro; ma, oggi come oggi, si estende in progressione allo stesso tempo di vita, sicché il lavoratore deve essere sempre intento a produrre in tutte le ventiquattro ore della sua giornata. Nel tempo di lavoro produce le merci, più o meno come per il passato; nel tempo di vita, lo stesso lavoratore produce se stesso in quanto frammento della potenza produttiva generale: vale a dire, si aggiorna, si informa, si cura, partecipa del vincolo sociale, contribuisce, con le sue convinzioni e il suo stile di vita, a costruire il senso comune complessivo. Se potessimo mettere sul piatto della bilancia i valori prodotti nel tempo di lavoro e quelli prodotti nel tempo di vita, scopriremmo abbondantemente che sono di più i secondi rispetto ai primi. E ciò può ricavarsi agevolmente anche dalla semplice considerazione che in tutti paesi più progrediti, ma anche in tantissimi paesi meno progrediti, il cosiddetto “terziario” (che è il retroterra complessivo dell'azione di manutenzione e cura del sistema in quanto tale) sopravanza da tutti i punti di vista - dal numero degli occupati alle spese dello Stato all'apporto al prodotto interno lordo - tanto il “settore primario” dell’economia, legato in parte alla produttività della terra, quanto il “settore secondario”, collegato, nei ragionamenti marxisti, alla tradizionale figura operaia.

Ma in verità la separazione fra tempo di lavoro e tempo di vita è, nell'età della totalizzazione, puramente concettuale. Nel concreto svolgersi delle cose il tempo di lavoro e il tempo di vita risultano strettamente intrecciati. Non è solo questione di “connettività diffusa”, per cui uno è in collegamento operativo col proprio lavoro anche quando sta a casa; quello che avviene davvero è che anche il lavoro nella specifica singola azienda non è altro che un semplice tassello del lavoro complessivo che gli sta avanti e indietro e di lato, e parimenti dello svolgersi dell’esistenza che sta prima e dopo di lui. Ed esso lavoro viene reso reale proprio perché è un puntino di tutto il resto. Acquista senso, insomma, unicamente a livello di sistema.

In altre parole: non esistono più le “aziende”, ma le filiere produttive; e dietro le filiere produttive esistono le interagenze produttive; e dietro le interagente produttive esiste, difatti, il sistema-paese che poggia su tali interagenze, e in special modo sulla interagenza fondamentale costituita dalla irreggimentazione del corpo sociale. Siamo cioè, per davvero, al general intellect, all’individuo produttivo sociale, audacemente preconizzato da Marx nei Grundrisse.[vi] In questo rinnovato sistema capitalistico, si conferma l’esistenza decisiva del plusvalore, cioè il valore in più rispetto ai valori di partenza, e il fatto che tale plusvalore è ricavato da una reale attività produttiva. E però, a differenza dell'epoca del capitalismo della libera concorrenza, quello analizzato da Marx e Engels, e a differenza anche del capitalismo di monopolio, quello analizzato da Lenin, Rosa Luxemburg e molti altri teorici marxisti nel corso del XX secolo, nel capitalismo della totalizzazione l'attività produttiva reale vive in tutte le ventiquattro ore della giornata dell'individuo-operaio; mentre, a sua volta, l'individuo-operaio non è più solamente l’“operaio” tradizionale.

Così, da un lato, lo sfruttamento diventa più assoluto, poiché deborda persino dai tempi di lavoro e si allarga alla sfera esistenziale delle persone; dall'altro lato, il soggetto che sfrutta è un soggetto impersonale, è il sistema in quanto tale, e il suo obiettivo è di costruire un sistema sempre più grande; da un altro lato ancora, gli “sfruttati”, poiché non sono sfruttati soltanto nel tempo di lavoro, andranno identificati come tali in termini completamente nuovi rispetto al tradizionale proletariato analizzato da Marx. In particolare, considerando quest’ultimo aspetto, occorrerà prioritariamente considerare che c'è una doppia alienazione della figura proletaria: essa disperde se stessa nell'attività propriamente di lavoro; ma si trova dispersa anche nell'attività propriamente di vita.

 


NOTE

[i] Cfr. R. Malinconico, Teoria della Totalizzazione, 3 voll. Melagrana, S. Felice a c. 2012.

[ii] Rinvio a tal proposito al secondo volume, specificamente alla quarta sezione su “Le nuove formule del valore-lavoro” del citato testo Teoria della Totalizzazione.

[iii] Invece negli interessi attivi e passivi dei prestiti bancari un qualche riferimento al marxiano “capitale costante” è possibile individuarlo: per esempio, nel sistema delle ipoteche sulle imprese, quando le banche registrano, ma solo a garanzia, il valore dei macchinari e delle giacenze di magazzino. Lo ricavano dal mercato delle compra-vendite, e dunque non è un “valore” in senso marxiano; e però viene conteggiato.

[iv] Ovviamente il discorso è qui soltanto esemplificativo, anche perché il conteggio non è che avviene alla fine: esso è proposto, invece, già in partenza, con la stessa programmazione economica generale, e in particolare coi tassi di crescita preventivati dalle autorità monetarie ed economiche di uno Stato.

[v] Qualifico così gli autori che ritengono il capitalismo un sistema anzitutto politico, di strutturazione del potere, e non un sistema anzitutto di produzione, di strutturazione dell’economia. E’ stata questo il vero punto focale della traiettoria teorica di alcuni noti pensatori francesi (per es., André Glucksmann e Bernard-Henri Lévy, i cosiddetti “nouveaux philosophes”), particolarmente attraversati dall’impianto teoretico di Michel Foucault, o anche di alcuni significativi nomi del vecchio “operaismo” italiano (per esempio, Mario Tronti e Toni Negri), che ritengono superato Marx e attuale invece, da un lato, Carl Schmitt e, dall’altro, la filosofia politica dei liberals americani.

[vi] I Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, noti anche come Grundrisse (in tedesco: Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie) sono dei manoscritti composti da Karl Marx, alcuni tra il 1850 e il 1851 e i più importanti tra il 1857 e l’inizio del 1859. Si trattava di quaderni di appunti, solo in piccola parte confluiti nell’opera pubblicata nel 1859 con il titolo Per la critica dell’economia politica. Rimasti lungamente inediti, furono dati alle stampe dall’istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca nel 1939 - 1941. Cfr. K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell'economia politica (Grundrisse), 2 voll., trad. di G. Backhaus, Einaudi, Torino 1976.

Letto 575 volte Ultima modifica il Lunedì, 07 Marzo 2016 19:27