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Venerdì, 27 Giugno 2014 13:25

Quello che vorrei

Scritto da  Rino Malinconico

Io che ho votato la lista Tsipras, e che ho provato a convincere altri a farlo, in qualche caso forse riuscendovi, vorrei stavolta che le cose andassero come è giusto che vadano. 

Vorrei, cioè, che nessuno avocasse a sé il risultato, né Rifondazione, né Sel, né il partito dei professori, né il partito della sinistra dispersa. Il piccolo risultato raggiunto è da ascrivere, infatti, a tutti: ma proprio in quanto "tutti". Se non si fosse proceduto tutti assieme, e se non fosse stato percepito che stavolta si trattava appunto di un "tutti-assieme", è pressoché sicuro che non avremmo avuto 1.100.000 e passa persone disposte a votare una lista di sinistra-sinistra.

Vorrei anche che gli eletti si sentissero costantemente espressione di tutti gli elettori e le elettrici della lista, mettendo in mora, nel loro ruolo di rappresentanza istituzionale, le proprie legittime convinzioni, e soprattutto le loro legittime affiliazioni culturali e organizzative.

Vorrei anche che continuassero a vivere i comitati territoriali della lista, e che anzi si moltiplicassero, in modo che dalla Altra Europa si passi all'Altra Italia, alla Altra Campania, Altro Veneto, Altra Toscana, Altra Milano, Altra Bologna, e via dicendo, chiamando a partecipare tutti coloro che si sono riconosciuti attivamente nella lista, o che comunque sono disponibili a muoversi nella direzione delineata dal programma della "sinistra europea".

E vorrei che in questi comitati nessuno entrasse con "vincoli di mandato" ma esattamente come specifica persona, e che si operasse senza logiche correntizie e preconcette.

Penso anche che l'insieme dei comitati abbia bisogno di un punto di coordinamento nazionale, e io vorrei che questo coordinamento fosse costituito, per tutta questa prima fase, esclusivamente dai 73 candidati delle elezioni europee.

Vorrei, infine, che le questioni politiche decisive (tra queste anche la partecipazione dell'Altra Europa alle elezioni regionali prossime venture) venissero discusse sempre in modo pacato, senza anatemi ed invettive, considerando legittime, in partenza, tutte le ipotesi operative. E che alla fine si decidesse nella maniera più democratica possibile, sulla base di una consultazione generale aperta a tutti i comitati, e però con una sintesi politico-organizzativa affidata al coordinamento nazionale.

Vorrei anche che si cogliesse appieno come il combinato disposto costituito dal successo elettorale degli euroscettici e dal tendenziale superamento della crisi economica a scala globale determini, oggi, un reale indebolimento della logica della austerità e della pressione sui bilanci statali da parte della Germania. La qual cosa apre uno spazio obiettivo anche alla spinta per cambiare le politiche europee in direzione del lavoro e dei diritti.

Le battaglie per il lavoro e per i diritti a scala europea implicano che vengano messe in primo piano alcune delle proposte già presentate durante la campagna elettorale, in particolare sulla innovazione ecosostenibile delle produzioni, sulla valorizzazione delle vocazioni produttive territoriali e sulla attivazione delle politiche di solidarietà sociale; implicano, soprattutto, che i ragionamenti sull'Europa e ragionamenti sull'Italia vadano di pari passo, e che al centro dell'iniziativa politica della sinistra-sinistra ci sia costantemente il vivere quotidiano delle persone.

Ovviamente, qui in Italia, soprattutto in questo periodo, i comitati per l'Altra Italia sono chiamati a dire la loro anche sulla questione degli assetti istituzionali e del cosiddetto "capitolo delle riforme". A tal proposito, io vorrei che bandissimo ogni tono apocalittico: nel senso che una architettura istituzionale vale l'altra se viene comunque garantita la pluralità della rappresentanza delle idee e delle culture politiche. Il che significa che il vero nodo dirimente, per noi, non può che essere la questione della soglia di sbarramento della ventilata legge elettorale del governo.

C'è certamente anche un problema di architettura istituzionale; e se fossimo a sessant'anni o settant'anni fa, appena usciti da una vile dittatura e da una guerra scellerata, il bicameralismo perfetto dovremmo sostenerlo nella maniera più convinta e assoluta. C'era soprattutto una infida macchina dello Stato, corposamente segnata dal fascismo, di cui era giusto diffidare. In quel contesto, la logica del bicameralismo perfetto, e delle leggi attentamente ponderate due volte, acquistava una decisiva pregnanza democratica.

Ma ora, a sessanta, settant'anni di distanza, quando la generale moltiplicazione delle assemblee elettive (dai consigli regionali alle municipalità dei grandi centri urbani) si è ampiamente tradotta in moltiplicazione di caste e sottocaste; ora che la stessa doppia discussione sui provvedimenti di legge è andata definendosi, nel tempo, come intreccio inestricabile di mercanteggiamento e manovre di palazzo; ora che la politica, attraverso la moltiplicazione di enti e sottoenti, è divenuta molto più un mestiere che una passione; ora che, insomma, noi siamo al punto in cui siamo, io vorrei proprio che i comitati per l'Altra Italia evitassero di impegolarsi sulla questione, costitutivamente ambigua e scivolosa, delle architetture istituzionali, e che badassero invece all'essenziale: appunto l'abolizione delle soglie per la rappresentanza, e l'attenuazione quanto più possibile del maggioritario nel sistema elettorale.

E che badassero anche a un equilibrio tra poteri locali e potere centrale non aprioristicamente indirizzato a favore dei poteri locali. Succede sovente, infatti, che quanto più vicine sono ai cittadini, tanto più le istituzioni tendono a divenire arbitrarie, arroganti, ed in ultima analisi oppressive.

E la chiudo qui, per ora, con quello che vorrei.

Letto 1922 volte Ultima modifica il Domenica, 29 Giugno 2014 20:00