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Martedì, 04 Dicembre 2018 12:51

I “gilets jaunes”, le “jacqueries” e la democrazia del pubblico In evidenza

Scritto da  Gérard Noiriel

In un editoriale pubblicato su Le Monde lo scorso 20 novembre, il sociologo Pierre Merle scrive che «il movimento dei gilets jaunes ricorda le jacquerie dell’Antico Regime e dei periodi rivoluzionari». E si domanda: «Possiamo ancora comprendere le lezioni della storia?».

Anch’io sono convinto che una prospettiva storica possa aiutarci a comprendere questo movimento sociale. È la ragione per cui il termine “jacquerie” […] non mi sembra pertinente. Nella mia storia popolare della Francia, ho mostrato come fin dal medioevo tutti i movimenti sociali siano stati oggetto di un’intensa lotta fra dominanti e dominati a proposito della definizione e della rappresentazione del popolo in lotta. Il termine “jacquerie” è servito a designare le rivolte dei contadini che le classi dirigenti chiamavano “jacques”, termine dispregiativo che si ritrova nell’espressione faire le jacques: comportarsi come un contadino ottuso e stupido.

Il primo grande movimento sociale denominato “jacquerie” ha avuto luogo a metà del Quindicesimo secolo, quando i contadini dell’Ile de France si sono ribellati contro i loro signori. La fonte principale ad aver alimentato nel corso dei secoli la visione peggiorativa delle rivolte contadine di quest’epoca è stata la narrazione di Jean Froissart, lo storico dei potenti del suo tempo, scritta durante gli anni 1360 e pubblicata nelle sue celebri Chroniques. Così Froissart descrive la lotta di questi contadini: «Si trovavano e si dirigevano, senza alcuna arma al di fuori di mazze e coltelli, a casa di un cavaliere che stava lì vicino. Irrompevano nella casa e uccidevano il cavaliere, la dama e i bambini, piccoli e grandi, e poi mettevano a fuoco la casa […]. Queste persone malvage, senza capo e senza armi, rubavano e bruciavano tutto, e uccidevano senza pietà e senza scrupoli, proprio come dei cani randagi. E nominarono re uno di loro che era,  si diceva, di Clermont-en-Beauvaisis, ed elessero il peggiore dei malvagi; e questo re lo si chiamava Jacques Bonhomme».

Questo disprezzo di classe che presenta il capo dei jacques come «il peggiore dei malvagi» è smentito dalle carte di archivio che dimostrano come i contadini in lotta avessero scelto come loro principale portavoce Guillaume Carle, «ben considerato e d’ottima eloquenza». Nello stesso periodo, la grande lotta degli artigiani delle Flandre fu guidata da un tessitore, Pierre de Coninc, così descritto negli Annales de Gand: «Piccolo e di origine povera, conosceva tante parole e sapeva parlare così bene che era una gran meraviglia. E per questo i tessitori, i follatori e i tosatori gli credevano e lo amavano a tal punto che facevano tutto ciò che diceva».

C’è una costante nella storia dei movimenti popolari. Per evitare la delegittimazione della loro lotta, i rivoltosi scelgono sempre dei capi “rispettabili” e capaci di dire quello che tutti loro pensano. Altri esempi più tardi confermano l’importanza del linguaggio nelle interpretazioni delle lotte popolari. Per esempio, la rivolta che agitò tutto il Périgord all’inizio del Diciassettesimo secolo fu etichettata dalle classi dirigenti come la rivolta dei “croquants” [termine dispregiativo equivalente al nostro “zappaterra”, Ndt]; termine rifiutato dai contadini e dagli artigiani stessi, che si definivano piuttosto come «la gente ‘comune’». Fu questo uno dei punti di partenza dell’uso popolare del termine “comune” che fu poi ripreso nel 1870-71 dai comunardi parigini.

I commentatori che hanno usato il termine “jacquerie” per parlare del movimento dei gilets jaunes hanno voluto mettere l’accento su un fatto incontestabile: il carattere spontaneo e non organizzato di questo movimento sociale. Anche se il termine risulta inappropriato, è vero che malgrado tutto ci sono dei punti in comune fra tutte le grandi rivolte popolari che si sono succedute nei secoli. Facendo affidamento ai molti reportage diffusi dai media sui gilets jaunes, ho notato numerosi elementi che illustrano questa continuità.

Il principale riguarda l’oggetto iniziale delle rivendicazioni: il rifiuto delle nuove imposte sul carburante. Le lotte antifiscali hanno avuto un ruolo estremamente importante nella storia popolare francese. In mia opinione, il popolo francese si è costruito proprio grazie alla fiscalità e contro di essa. Il fatto che il movimento dei gilets jaunes sia stato motivato dal rifiuto di nuove tasse sul carburante non ha quindi niente di sorprendente. Questo tipo di lotte antifiscali ha sempre avuto il suo culmine quando il popolo ha avuto l’impressione di dover pagare senza ricevere niente in cambio. Nell’Antico Regime, il rifiuto della decima fu frequentemente legato al discredito dei curati che non svolgevano più la loro funzione religiosa, ed era quando i signori non assicuravano più la protezione ai contadini che questi si rifiutavano di pagare nuove imposte. Non è quindi per caso se il movimento dei gilets jaunes ha avuto particolarmente seguito in quelle regioni in cui la ritirata dei servizi pubblici è più evidente. L’impressione, largamente diffusa, che le tasse servano ad arricchire la piccola casta di ultra-ricchi alimenta un profondo senso d’ingiustizia nelle classi popolari.

Questi fattori economici costituiscono quindi certamente una delle ragioni fondamentali del movimento. Ciononostante, non si possono ridurre le aspirazioni popolari a delle rivendicazioni meramente materiali. Una delle ineguaglianze più diffuse che penalizza le classi popolari riguarda il loro rapporto con il linguaggio pubblico. Le classi dirigenti passano il loro tempo a interpretare con il proprio linguaggio quello che dicono i subalterni, come se si trattasse sempre di una formulazione diretta e trasparente della loro esperienza vissuta. Ma la realtà è più complessa. Nel mio libro ho mostrato, basandomi sulle analisi di Pierre Bourdieu, come la Riforma protestante abbia fornito alle classi popolari un nuovo linguaggio religioso per definire le loro multiformi sofferenze. I contadini e gli artigiani del Sedicesimo secolo dicevano: «Ho male alla fede» invece che «Ho male dappertutto». Oggi i gilets jaunes gridano «Ho male alle tasse» per dire «Ho male dappertutto». Non si tratta di negare che le questioni economiche siano assolutamente essenziali, dato che esse giocano un ruolo determinante nella vita quotidiana delle classi popolari. Ciononostante, basta ascoltare le dichiarazioni dei gilets jaunes per constatare la frequenza di affermazioni che esprimono un malessere più generale. In uno dei reportage diffusi da BFM-TV il 17 novembre, il giornalista voleva assolutamente far dire all’intervistato che si stava battendo contro le tasse, e invece l’attivista ripeteva costantemente: «Siamo stufi marci».

«Avere male dappertutto» significa anche soffrire nella propria dignità. È per questo che la denuncia del disprezzo dei potenti ritorna quasi sempre in tutte le grandi lotte popolari – e quella dei gilets jaunes non fa che confermare la regola. Numerose dichiarazioni esprimevano un sentimento di umiliazione, che nutre il forte risentimento popolare nei confronti di Emmanuel Macron. «Per lui non siamo che spazzatura». Il presidente della Repubblica si vede così ritornare contro il boomerang di un etnocentrismo di classe che ho analizzato nel mio libro.

Ciononostante, queste similitudini fra lotte sociali di differenti epoche mascherano profonde differenze. Mi ci soffermerò un momento perché esse permettono di comprendere quello che fa la specificità del movimento dei gilets jaunes. La prima differenza con le “jacquerie” medievali sta nel fatto che la grande maggioranza degli individui che hanno partecipato ai blocchi di sabato scorso non fanno parte degli strati più deboli della società. Essi provengono piuttosto da quegli ambienti modesti  e da quella classe medio-bassa che può permettersi almeno una vettura. Mentre la grande jacquerie del 1358 fu uno slancio disperato di straccioni sul punto di morire di fame, in un contesto segnato dalla Guerra dei Cent’Anni e dalla peste nera.

La seconda differenza, a mio parere la più importante, riguarda invece il coordinamento dell’azione. Come giungono degli individui a legarsi per partecipare ad una lotta collettiva? È questa una questione triviale, di sicuro troppo banale per essere presa seriamente dai commentatori. Eppure essa rimane fondamentale. Che io sappia, nessuno ha insistito sulla vera novità dei gilets jaunes: vale a dire la dimensione fin dal principio nazionale del movimento spontaneo. Si tratta in effetti di una protesta che si è sviluppata simultaneamente su tutto il territorio francese (comprese i territori d’oltre-mare), ma con degli numeri molto ridotti a livello locale. In totale, la giornata di mobilitazione del 17 novembre ha riunito meno di 300 mila persone: un risultato modesto rispetto alle grandi manifestazioni popolari. Ma questo totale rimane la somma di migliaia di azioni molecolari diffuse su tutto il territorio.

Questa caratteristica del movimento è strettamente legata ai mezzi utilizzati per coordinare l’azione degli attori della lotta. Questi non sono rappresentati da organizzazioni politiche o sindacali fornite di mezzi propri, ma dai “social network”. Le nuove tecnologie hanno permesso di rinnovare antiche forme di “azione diretta”, ma su una scala molto più vasta, dato che essi legano persone che non si conoscono. Facebook, Twitter e gli smartphone diffondono dei messaggi immediati rimpiazzando così la corrispondenza scritta, in particolare i volantini e la stampa militante che fino ad oggi sono stati i principali mezzi a disposizione delle organizzazioni per coordinare l’azione collettiva; l’istantaneità degli scambi restituisce in parte la spontaneità delle interazioni altrimenti fisiche.

Tuttavia i social network non avrebbero mai potuto dare da soli una tale risonanza al movimento dei gilets jaunes. I giornalisti pongono costantemente in risalto i social network al fine di mascherare il ruolo che essi stessi giocano nella costruzione dell’azione pubblica. Più precisamente, è stata la complementarietà fra i social network e i canali d’informazione a dare a questo movimento la sua dimensione da subito nazionale. La sua diffusione è derivata in gran parte dall’intensa “propaganda” orchestrata dai grandi media nei giorni precedenti. Partito dal basso, diffuso subito via Facebook, l’evento è stato immediatamente rilanciato dai  grandi media che hanno annunciato la sua importanza ancora prima che essa si manifestasse. La giornata di mobilitazione del 17 novembre è stata seguita dai canali all-news fin dal principio, minuto per minuto, “in diretta”. I giornalisti che incarnano oggi al massimo livello il populismo (nel senso vero del termine) come l’Eric Brunet che imperversa su BFM-TV e RMC, non hanno esitato a indossare pubblicamente una pettorina fosforescente, trasformandosi così in portavoce auto-designati del popolo in lotta. Per questo il canale non ha avuto problemi a presentare questa mobilitazione sociale come un «movimento inedito della maggioranza silenziosa».

A riguardo, sarebbe piuttosto illuminante uno studio che comparasse il modo con cui i media hanno coperto la lotta dei lavoratori ferrovieri della scorsa primavera con quello che hanno riservato ai gilets jaunes. Nessuna delle giornate di mobilitazione dei ferrovieri è stata seguita in modo continuativo e i telespettatori sono stati inondati di testimonianze di utenti furiosi contro gli scioperanti, mentre ben poco si sono intesi gli automobilisti arrabbiati con gli autori dei blocchi.

Sono convinto che il trattamento mediatico del movimento dei gilets jaunes illustri uno degli aspetti della nuova forma di democrazia nella quale siamo entrati e che Bernard Manin definisce la «democrazia del pubblico» (Principe du gouvernement représentatif, 1995). Così come gli elettori si pronunciano in funzione dell’offerta politica del momento – e sempre meno per fedeltà ad un partito politico -, anche i movimenti sociali esplodono oggi in funzione di una congiuntura e di un’attualità precisa. A distanza di tempo, si realizzerà forse che l’era dei partiti e dei sindacati ha corrisposto a un periodo limitato della nostra storia, l’epoca in cui i legami a distanza erano materializzati attraverso la comunicazione scritta. Prima della Rivoluzione Francese, un numero incredibile di rivolte popolari sono esplose nel regno di Francia, ma esse erano sempre localizzate, poiché la modalità di collegamento che permetteva di coordinare l’azione degli individui in lotta si basava su legami diretti: la parola, la conoscenza reciproca, etc. Lo stato monarchico riusciva sempre a reprimere queste rivolte perché controllava i mezzi di azione a distanza. La comunicazione scritta, monopolizzata dagli “agenti del re”, permetteva di muovere le truppe da una zona all’altra per massacrare i rivoltosi.

In questa prospettiva, la Rivoluzione francese può essere vista come un momento del tutto particolare, poiché l’antica tradizione delle rivolte locali si è potuta combinare con la nuova pratica di contestazione veicolata e coordinata tramite la scrittura (per esempio con i cahier de doléances).

L’integrazione delle classi popolari in seno allo stato repubblicano e la nascita del movimento operaio industriale hanno reso più rare le rivolte locali e violente, nonostante esse non siano mai completamente scomparse (per esempio la rivolta dei vignaioli del sud della Francia nel 1907). La politicizzazione delle resistenze popolari ha permesso un inquadramento, una disciplina, una formazione dei militanti, ma la contropartita di questo processo è stata una delega di potere ai capi dei partiti e dei sindacati. I movimenti sociali che si sono succeduti fra gli anni ’80 dell’Ottocento agli anni Ottanta del Novecento hanno abbandonato l’aspettativa della presa del potere con la forza, ma sono spesso riuscite a far cedere le classi dirigenti grazie a degli scioperi con le occupazioni delle fabbriche e le grandi mobilitazioni culminanti nelle manifestazioni nazionali a Parigi.

Una delle questioni che nessuno ha ancora posto a proposito dei gilets jaunes è questa: perché dei canali televisivi privati il cui capitale appartiene a un pugno di miliardari sono giunte oggi a incoraggiare questo tipo di movimento popolare? La comparazione con i secoli precedenti conduce a una conclusione evidente. Noi viviamo in un mondo molto più pacifico che in passato. Anche se la giornata dei gilets jaunes ha fatto delle vittime, esse non sono state fucilate dalle forze dell’ordine. Sono state invece provocate dai conflitti che hanno opposto il popolo dei blocchi al popolo bloccato.

Questa pacificazione delle relazioni di potere permette ai media dominanti di usare senza rischio il registro della violenza per mobilizzare le emozioni del loro pubblico, perché la ragione principale del loro sostegno al movimento non era di natura politica ma economica: generare dell’audience mostrando uno spettacolo. Fin dal principio della mattinata, BFM-TV ha segnalato degli “incidenti”, poi ha martellato a ripetizione sul dramma della donna investita da un automobilista che rifiutava di essere bloccato. Un ulteriore vantaggio per queste reti alle quali si rimprovera spesso la loro ossessione per la cronaca nera, i crimini e i fatti di costume: sostenendo i gilets jaunes, hanno voluto invece mostrare di non ignorare del tutto le questioni “sociali”.

Al di là degli interessi economici, la classe dominante è evidentemente interessa a privilegiare un movimento presentato come ostile ai sindacati e ai partiti. Questo tipo di rigetto esiste effettivamente fra i gilets jaunes. Anche se ciò non è senza dubbio voluto, la scelta del colore giallo per rappresentare il movimento (al posto del rosso) e della Marsigliese (al posto dell’Internazionale) ricorda tristemente la tradizione dei “gialli”, termine che ha designato per lungo tempo i sindacati al soldo del padronato. Tuttavia, si può anche considerare tale rifiuto alla “strumentalizzazione” politica come un prolungamento delle lotte che le classi popolari hanno condotto fin dalla Rivoluzione francese per difendere una concezione di cittadinanza fondata sull’azione diretta. I gilets jaunes che bloccano le strade rifiutando tutte le forme di strumentalizzazione dei partiti politici assumono confusamente la tradizione dei sanculotti del 1792-93, dei cittadini in armi del febbraio 1848, dei comunardi del 1870-71 e degli anarco-sindacalisti della Belle Epoque.

È sempre la realizzazione di questa cittadinanza popolare che ha permesso l’irruzione nello spazio pubblico di portavoce che erano socialmente destinati a restare nell’ombra. Il movimento dei gilets jaunes ha fatto emergere un gran numero di portavoce di questo tipo. Quello che colpisce è la diversità del loro profilo e in particolare il gran numero di donne, laddove la funzione di portavoce era il più delle volte riservata agli uomini. La facilità con la quale questi capi popolari si esprimono oggi davanti alle telecamere è il prodotto di una doppia democratizzazione: l’elevarsi del livello medio di istruzione e la penetrazione delle tecniche di comunicazione audio-visiva in tutti gli strati della società. Questa competenza diffusa è oggi completamente negata dalle classi dirigenti, cosa che rinforza il sentimento di disprezzo in seno al popolo. Nonostante gli operai rappresentino ancora il 20% della popolazione attiva, nessuno di loro è oggi parte del Parlamento francese. Bisogna avere in testa questa enorme discriminazione per comprendere la vastità del rigetto popolare nei confronti della “politica politicante”.

Ma questo genere di analisi non viene nemmeno preso in considerazione dai “professionisti dell’opinione pubblica” quali i giornalisti dei canali all-news. Diffondendo a ripetizione dichiarazioni di manifestanti che affermano il rifiuto ad essere “strumentalizzati” da sindacati e partiti, questi perseguono il loro fine di indebolire i corpi intermedi per installare loro stessi come portavoce legittimi dei movimenti popolari. In questo modo, sostengono la politica liberale di Emmanuel Macron che mira essa stessa a discreditare le strutture collettive che si sono date le classi popolari nel corso dei decenni.

Considerato il ruolo cruciale svolto oggi dai grandi media nella diffusione dei conflitti sociali, quelli che li dirigono sanno bene che potranno fischiare la fine della ricreazione nel momento che lo giudicheranno necessario, cioè quando gli indici d’ascolto esigeranno un cambio di cavallo per restare al passo con l’attualità. Un tale movimento è d’altro canto destinato alla sconfitta, dato che coloro che lo animano sono del tutto privi di una tradizione di lotta autonoma e di esperienza militante. Se esso crescerà di forza, si scontrerà sempre di più con l’opposizione della popolazione che non vuole essere “bloccata” e questo tipo di conflitto sarà presentato insistentemente su tutti gli schermi – cosa che permetterà al governo di reprimere gli abusi con il sostegno dell’opinione pubblica. L’assenza di un inquadramento politico capace di stabilire una strategia collettiva e di incanalare il malcontento politico in un linguaggio di lotta di classe è un altro segno di debolezza, poiché esso lascia aperta la porta a ogni tipo di deriva. Non dispiaccia agli storici (o ai sociologi) che idealizzano la “cultura popolare”, ma il popolo è sempre attraversato da tendenze contraddittorie e rapporti interni di dominazione. Nel corso di questa giornata dei gilets jaunes, si sono sentite dichiarazioni xenofobe, razziste, sessiste e omofobe. Certo, essere erano assolutamente minoritarie, ma sarebbe sufficiente che i media se ne impadroniscano (come hanno fatto già all’indomani) perché tutto il movimento venga screditato.

La storia mostra che una lotta popolare non è mai completamente vana, anche quando è repressa. Il movimento dei gilets jaunes mette i sindacati e i partiti di sinistra di fronte alle loro responsabilità. Come adattarsi alla “democrazia del pubblico” e fare in modo che questo tipo di conflitto sociale – che possiamo prevedere si produrrà di frequente – sia integrato in una lotta più vasta contro le disuguaglianze e lo sfruttamento? È questa una delle grandi domande a cui sindacati e partiti dovranno trovare una risposta.

 

*Gérard Noiriel è uno storico che insegna all’Ehess di Parigi. Ha recentemente pubblicato Une histoire populaire de la France (Agone, 2018). Questo commento è apparso sul suo blog personale il 21 novembre 2018. (Traduzione: Stefano Poggi).

Letto 35 volte Ultima modifica il Martedì, 04 Dicembre 2018 13:06
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