Sei qui: NARRAZIONI DEL SESSANTOTTO - parte prima: il Sessantotto vero e proprio
Sabato, 06 Ottobre 2018 18:05

NARRAZIONI DEL SESSANTOTTO - parte prima: il Sessantotto vero e proprio

Scritto da  Rino Malinconico

Fu un anno lungo il 1968. Durò all'incirca un decennio. E fu molte, troppe cose, al punto che oggi è ancora difficile ricavarne una sintesi convincente. A cinquant'anni o quaranta di distanza, a seconda che si pigli l'inizio o la fine del periodo, persistono ancora fili di continuità e di contiguità con l'insieme di quegli accadimenti, e ciò fa obiettivamente velo a un distaccato giudizio storico. Probabilmente occorrerà procedere per un po' di tempo, forse per qualche generazione ancora, con le tessere sparse di un mosaico che non s'incastra, coi brandelli di una cronaca che fatica a farsi storia, con testimonianze autocentrate, con parzialissime ed incompiute narrazioni che si proiettano persino su Genova 2001, anch’essa vissuta, da ampi settori di militanti, come prolungamento ostinato, come ultimo tratto di quella stagione.

È vero: il Sessantotto fu molte cose, e di tutte si può discutere. Ma esso fu anche, se non soprattutto, una precisa stagione politica. Di questo aspetto dirò qui di seguito qualcosa, perché è bene che non si dimentichi il tratto caratterizzante di quegli anni.

 

 

 

LA STRATEGIA RIVOLUZIONARIA CILENA

 

 

Dire che in Italia il Sessantotto ha avuto soprattutto una fisionomia politica significa alludere ad un dibattito ampio, complesso e variegato. Non mi avventurerò, certo, in una simile ricostruzione. Mi limiterò, più modestamente, a ricordare l’idea di rivoluzione che percorse quel lungo decennio alla stregua di un atteso e sperato, e vanamente evocato, “spirito del tempo”. Essa si tradusse in alcune precise strategie politiche, che indicarono come possibile, oltre che necessario, il passaggio rivoluzionario, prendendo le mosse, e le motivazioni, dal ciclo straordinario di lotte e mobilitazioni che caratterizzò ininterrottamente quel decennio, e più, di storia italiana. La riflessione che qui si propone concerne proprio le soggettività politiche rivoluzionarie, e riguarda specificamente tre diverse proposte di rivoluzione sociale e politica che entrarono prepotentemente, già a partire dal biennio ’68 – ’69, nel dibattito pubblico del cosiddetto “movimento”.

La prima e più importante di queste impostazioni rivoluzionarie potremmo definirla “strategia cilena”. Essa si affacciò in Italia alcuni anni prima che il Cile divenisse centrale nel dibattito politico complessivo. Intorno al 1970, quando l’universo caotico e ribollente del ’68 studentesco e del ‘69 operaio cominciava a solidificarsi in gruppi e partitini ad estensione nazionale, i punti salienti dell'ipotesi erano già leggibili, almeno come diffuso senso comune. La “strategia cilena” fu poi pienamente elaborata nel biennio 1972 – 73. Consisteva in una equazione con termini molto chiari e una sola incognita finale: avanzata dei riformisti = polarizzazione della società = scontro decisivo tra proletariato e borghesia = vittoria del proletariato, a condizione (era questa l'incognita) di una sua efficace e tempestiva preparazione politica. In sostanza, si riproponeva la pratica del MIR e del MAPU cileni, che sostenevano criticamente alcuni obiettivi del governo di Unitad popular di Salvador Allende e puntavano a far transcrescere il coacervo di contraddizioni suscitato dallo stesso governo delle sinistre in effettiva dinamica rivoluzionaria. Questa pratica si traduceva, in Italia, nella spinta alla sconfitta del regime democristiano e mirava a un diverso quadro istituzionale, incentrato sul PCI. Molteplici tensioni sociali, vari filoni di pensiero e diverse tradizioni politiche alimentavano concordemente il dislocarsi dell’intero movimento lungo questa direttrice di marcia.

C'erano sullo sfondo le lotte proletarie della fine degli anni ‘60, culminate con l'autunno caldo dei contratti del 1969. Lotte operaie per la riduzione dell'orario di lavoro, per nuove garanzie normative nel rapporto di lavoro e per un consistente adeguamento dei salari ai nuovi livelli di produzione e di produttività; lotte operaie e popolari che esigevano la piena universalità dei servizi sociali e lo sviluppo del salario indiretto (casa, sanità e tariffe); lotte studentesche per una scuola realmente di massa e con contenuti legati alle istanze di rinnovamento culturale e politico; lotte popolari sui problemi dell'occupazione e dell'arretratezza socio-economica del Sud: questo era il panorama che emergeva dalle fabbriche, dalle università, dai quartieri di periferia. Emergeva, in altri termini, una diffusa voglia di cambiamento, di voltare pagina. Non a caso, all'interno del corpo vivo del proletariato, già venivano creati nuovi istituti di rappresentanza e di partecipazione, dai consigli di fabbrica ai comitati di quartiere. Voglia di cambiamento, ossia domanda politica di cambiamento: sbocco naturale di questa inedita mobilitazione di massa sembrava essere, ed in parte lo era effettivamente, almeno come passaggio immediato, la sconfitta della principale controparte politica, la Democrazia Cristiana. L'alternativa era il governo dei partiti che più rappresentavano le classi popolari, il PCI innanzitutto.

 

 

 

 

LE PROPOSTE POLITICHE RIFORMISTE

 

 

Questa forte pressione popolare trovava una prima rispondenza in due proposte politiche di sponda riformista. La prima era quella ufficiale della segreteria del PCI, del sindacato, della più accreditata intellettualità di sinistra. Il suo asse strategico era costituito dalla rivendicazione delle cosiddette “riforme di struttura”. Si coniugavano alcune velleità a un po’ di banalità. Si andava dalla piena occupazione, ottenuta attraverso un nuovo new deal che affrontasse i nodi dell'arretratezza, nel Sud in particolare, ad una più o meno ampia redistribuzione del reddito a favore del lavoro dipendente, fino ad un ammodernamento efficientista delle strutture pubbliche e dei servizi erogati dallo Stato. Il blocco sociale che doveva sostenere questo intervento “strutturale” faceva perno su una alleanza, tutta da costruire, degli operai con gli industriali, definiti in blocco “ceti produttivi”. L’avversario da battere era indicato nella rendita parassitaria, particolarmente nella media borghesia agraria e nei ceti dell'intermediazione. L’impegno profuso dal PCI e dai sindacati fu grande, ma gli unici risultati conseguiti furono l'intensificarsi del sostegno statale ai monopoli, nella loro parziale delocalizzazione industriale da nord a sud, e alcune leggi agrarie razionalizzatrici. Troppo poco, anche per chi era partito da richieste assai blande. Molti, anche all'interno dei partiti ufficiali della sinistra, non si nascondevano come questa strategia fosse scialba ed incolore sullo stesso piano della logica riformista.

Da questo disagio traeva alimento un secondo impianto riformista, quello della “democrazia progressiva”. In verità si trattò più di una cultura, di una impostazione politica, di una logica complessiva che di una esplicita proposta di riforma. A differenza della strategia delle “riforme di struttura”, non ebbe alcun centro autorevole d’irradiazione. Attraversò, invece, orizzontalmente vecchia e nuova sinistra, influenzando più la seconda che la prima, e divenendo comunque il trait d’union tra le due realtà. La cultura della “democrazia progressiva” veniva, in effetti, da lontano, dal filone resistenziale che aveva prospettato un continuum ininterrotto dalla lotta antifascista alla rivoluzione socialista. “La resistenza è rossa e non democristiana” e “resistenza tradita” furono negli anni ‘70 più che slogan: furono convincimenti profondi, un vero e proprio collante dei cortei e delle iniziative del movimento.

Sul piano della proposta vera e propria, la cultura della democrazia progressiva si alimentava dello statalismo in economia e degli istituti di democrazia diretta in politica. In concreto sviluppava, a differenza della strategia delle riforme di struttura, una polemica più stringente e radicale contro i monopoli industriali e puntava ad una modifica dell'assetto proprietario, più o meno marcata a seconda delle versioni. Più tardi si sarebbe parlato esplicitamente di “democrazia economica”. Altra sua caratteristica era una parziale adozione del linguaggio della tradizione terzinternazionalista, con l'esplicita conferma della meta socialista alla sommità del cambiamento progressivo.

 

 

 

 

I GRUPPI RIVOLUZIONARI

 

 

A fronte di queste due ipotesi si poneva la prospettiva esplicitamente rivoluzionaria. Essa era abbastanza confusa sui contenuti programmatici. Particolarmente carente era la riflessione sul comunismo; carente la stessa idea di lotta politica per il comunismo, tanto che si mescolavano spensieratamente le suggestioni terzomondiste e le lotte antimperialiste con le contraddizioni tipiche del rapporto dispiegato di capitale. Questa generazione di nuovi marxisti era però chiara sullo spartiacque essenziale tra riformismo e rivoluzione e lo aveva riproposto con forza proprio con le manifestazioni del ’68, dentro lo slogan: lo stato borghese si abbatte e non si cambia. In questa formulazione c’erano una interpretazione e una indicazione precise per la stessa pratica delle lotte sociali, che venivano sollecitate ad essere sempre più radicali: non di modifica dell'assetto proprietario trattavasi, quanto della sua radicale abolizione.

Allorché questa generazione, da prima in modo poco argomentato e poi in forme più elaborate, produsse la “strategia cilena”, diversi tasselli parvero andare al posto giusto. Anzitutto sembrò recuperato sul piano teorico-politico la concezione insurrezionalista tipica del marxismo rivoluzionario, quello dello scontro concentrato in breve lasso di tempo, nei “dieci giorni che sconvolgevano il mondo”. Non era un recupero scontato perché, dopo la crisi rivoluzionaria degli anni ’20, nessuna dinamica significativa dello scontro di classe aveva riproposto il modello insurrezionalista. Al contrario, gli anni '30, '40 e '50 avevano portato alla ribalta, in particolare con le esperienze cinese e cubana, la strategia politico-militare della “guerra civile di lunga durata”. Gli stessi anni immediatamente precedenti il ‘68 avevano conosciuto e ammirato la drammatica esperienza fochista del Che Guevara: essa, benché conclusasi in modo fallimentare, conservava intatta una grandissima forza di suggestione. La fase di avvio delle storie parallele della RAF tedesca e delle BR italiane si spiegano anche con questo importante retaggio.

I maggiori gruppi del '68 si convinsero, invece, della tesi di un intenso e concentrato uso della forza, del suo scandirsi limitato nel tempo, in stretta connessione con accentuati movimenti di massa del proletariato urbano. Sono affermate perciò come valide, per le metropoli capitalistiche, le scelte del marxismo classico, la stesse, per intenderci, che alcuni decenni prima emergevano in uno scritto famoso e anonimo del movimento comunista: “L’insurrezione”, appunto. A. Neuberg, nella introduzione al testo, ricapitolava così i termini della questione: “quando le classi dirigenti sono disorganizzate, le masse in uno stato di effervescenza rivoluzionaria, gli strati sociali intermedi disposti, nelle loro esitazioni, a unirsi al proletariato; quando le masse sono pronte alla lotta e al sacrificio, il partito del proletariato ha il compito di guidare la lotta direttamente all'assalto dello Stato borghese. Ciò avviene tramite la propaganda di parole d'ordine transitorie sempre più accentuate e attraverso l'organizzazione di azioni di massa”.

Ma i gruppi del ‘68 non si limitarono a riaffermare questa tesi classica. Con ciò che qui chiamiamo “strategia cilena” essi pensavano, infatti, di porre rimedio anche a quello che sembrava un grave limite dell’insurrezionalismo classico, e cioè la questione della crisi rivoluzionaria come scandita tutta dall'avversario, dal capitale. Nella tradizione comunista, infatti, si dà crisi rivoluzionaria, e quindi possibilità reale dell'insurrezione, solo alla sommità del percorso oggettivo del capitale verso la “catastrofe”: crisi economica devastante o guerra generalizzata o entrambe le cose insieme. Con la “strategia cilena” il proletariato pareva recuperare un ruolo molto più attivo sia nell'avvio, sia nell'accelerazione del processo. In altri termini, la crisi rivoluzionaria e la possibilità insurrezionale non si ponevano più principalmente alla sommità di un percorso degenerativo del capitale; la loro maturazione andava vista, invece, come apice di una continua e intensa fase di attacco “riformista/rivoluzionario” del proletariato, con la polarizzazione della società che avveniva quasi indipendentemente dal ciclo di crisi. Questa impostazione ben soddisfaceva, tra l'altro, la diffusa esigenza di soggettività che fu propria di tutto il Sessantotto.

Il tassello più felice sembrò, tuttavia, ancora un altro. Con la “strategia cilena” si ritenne di aver trovato davvero la chiave di volta risolutiva per la transcrescenza delle lotte economiche in lotta politica, configurando una vera e propria sovrapposizione dell'intervento sulle condizioni materiali di esistenza con la rivendicazione del potere socialista. La strategia sembrava, insomma, completamente interna alla pratica quotidiana delle masse. Il rivoluzionario non aveva più il problema di promuovere altre lotte rispetto a quelle proposte dal riformismo. Il suo problema era, invece, di accompagnare efficacemente le lotte economiche e di chiedere che fossero conseguenti. Si riteneva, cioè, che il programma riformista, portato fino in fondo, sarebbe sfociato inevitabilmente nella polarizzazione rivoluzionaria. Chi non ricorda l'accusa più comune della nuova sinistra al PCI? Inconseguenti!

 

 

 

LA STRATEGIA CILENA TRASPORTATA IN ITALIA

 

 

Nel 1972 la “strategia cilena” aveva già salde radici. Per le elezioni del 7 maggio di quell'anno, ad esempio, Lotta continua e molti altri gruppi marxisti-leninisti e trotzkisti diedero indicazione di voto al PCI, polemizzando senza problemi col Manifesto e con Servire il popolo, che presentarono invece proprie liste. I termini già si ponevano in modo preciso: mandare i riformisti al governo per innescare la risolutiva dinamica di potere. L'esperienza specificamente cilena cominciava, del resto, ad influire in maniera decisiva in quella elaborazione. Mentre Berlinguer avrebbe fissato l'attenzione al solo epilogo della vicenda, al tragico colpo di stato dell’undici settembre 1973, facendone scaturire la teoria del “compromesso storico”, i rivoluzionari, in contemporanea con gli avvenimenti, concentrarono la riflessione su tutto il periodo che precedette il golpe militare. In particolare si annotava con entusiasmo la vasta effervescenza sociale delle classi subalterne - “el pueblo” che “se dispierta” -, e la loro capacità di azione diretta: l’occupazione delle terre, il controllo operaio nelle fabbriche e nelle miniere, l’autorganizzazione indipendente della vita sociale nei quartieri periferici di Santiago…

Tutto ciò, si argomentava, sta avvenendo perché il governo del riformista Salvador Allende produceva due effetti entrambi utili alla rivoluzione: da un lato, paralizzava la macchina statale, spezzando il fronte borghese; dall'altro, innescava aspettative immense delle masse e, soprattutto, favoriva la loro mobilitazione. La società cilena era perciò in fase di ebollizione e il fuoco che l'alimentava erano proprio il governo e il programma di Allende. Ma, proseguiva il ragionamento, l'angustia programmatica del riformismo non avrebbe mai dato risposte positive a quelle attese, specie laddove essa approdavano, per il polarizzarsi progressivo delle classi antagoniste, ad una situazione di netta antitesi tra fascismo e comunismo. I tempi sarebbero divenuti allora maturi o per il golpe militare o per la rivoluzione proletaria. Conclusione: fare anche in Italia come il MIR, il forte partito rivoluzionario cileno, anzi più del MIR, per battere sul tempo la reazione.

Va annotato, per inciso, un buco vistoso nel ragionamento: la vittoria di Pinochet appare, in questo quadro, un mero incidente, imputabile al massimo alla insufficiente velocità di crescita dell'alternativa rivoluzionaria dentro la massa proletaria. Ma è proprio questa insufficienza che andrebbe spiegata. In altri termini, non si può parlare del governo Allende solo in riferimento agli effetti che esso produceva nel fronte borghese. Il governo riformista produceva invece effetti, eccome!, anche nel fronte proletario. Favoriva certamente la mobilitazione delle masse, ma questa è solo una mezza verità. Verso le masse il governo esplicava anche un’azione di contenimento delle spinte rivoluzionarie. In particolare, le masse furono lasciate disarmate nel momento finale, alla mercé dei golpisti. Ancora qualche giorno prima dell’undici settembre, in un clima già gravido di tragedia, centinaia di migliaia di lavoratori e studenti sfilarono per Santiago chiedendo al governo di aprire le caserme al popolo e di formare una milizia popolare. Ma Allende rispose che continuava a non vedere le ragioni di tanto allarmismo…

Ad ogni modo, il golpe sanguinosissimo di Pinochet non scalfì, almeno in Italia, la fiducia nella strategia. Tutta la nuova sinistra, chi più chi meno, si mise alacremente al lavoro per mandare i riformisti al governo e innescare, per tale via, una stagione di ancora più accesa conflittualità sociale. Ovviamente su tale assunto di fondo si modulò una gamma articolata di accenti. C'era chi vedeva, all'interno della dialettica conflittuale, una lineare crescita dei rivoluzionari tutta per vie esterne ai riformisti, ma in diretta derivazione dall’approfondirsi della inevitabile crisi di tenuta del PCI stesso. C'era chi vedeva, viceversa, una progressiva rigenerazione del PCI, o almeno un rapido separarsi, al suo interno, del grano dal loglio: ciò avrebbe portato ad un reingresso da trionfatori delle piccole fiammelle rivoluzionarie nell'alveo di una “grande madre” finalmente redenta. Tra queste due posizioni, che è come dire tra Lotta Continua e il Manifesto, si collocavano gli altri, con tutte le sfumature possibili.

 

 

 

L’IMPASSE DELLA STRATEGIA CILENA IN ITALIA

 

 

L'articolazione italiana della strategia cilena non fu propriamente semplice: unità delle sinistre, sinistre unite all'opposizione, sinistre unite al governo. Alla fine il percorso si precisa: PCI e PSI al governo e i rivoluzionari all'opposizione, pronti a forzare le strettoie riformiste sull'onda della mobilitazione delle masse. In alcuni questa logica portò, col tempo, a vere e proprie stranezze, tanto che alle elezioni politiche del 1976 un manifesto di gruppi trotzkisti apostrofava così i proletari: “per un governo PCI – PSI, vota DP”. Col che si mescolava ben bene bizantinismo e bizzarria, e se ne otteneva un ingrediente assolutamente confuso.

Alla fine il primo passaggio, pur se in forma terribilmente spuria, si realizzò, e gli anni che vanno dal 1976 al 1979 videro il PCI prima astenersi sulla fiducia al governo e poi entrare apertamente nella maggioranza. Non si realizzò, invece, il secondo passaggio, quello dell'innesco di una conflittualità sociale via via sempre più accelerata ed espansiva. Quegli anni furono caratterizzati, al contrario, proprio da un vistoso imbottigliamento della combattività proletaria. Né si realizzò il terzo passaggio, quello della paralisi della macchina statale, anche perché lo stesso PCI tese a “farsi Stato”, contribuendo ad affinare e rafforzare l'apparato di governo della borghesia. Infine non si realizzò lo scontro “a destra”, foriero dell'auspicata antitesi netta tra fascismo e comunismo. I sacrifici furono imposti, come di consueto, alle classi subalterne più che alle classi dominanti, e il PCI al governo non minacciò in alcun modo i privilegi della borghesia. Era evidente che la strategia cilena, almeno in Italia, non funzionava. Perché? Precisamente perché l'Italia non è, e non lo era neppure negli anni '70, il Cile.

Si tratta di una risposta meno ovvia di quanto possa sembrare, tanto che, all'epoca, pochi se ne rendevano conto. Non è solo una mera differenza quantitativa dello sviluppo capitalistico, più avanzato in Italia e più arretrato in Cile. L’arretratezza del Cile rispetto all'Italia implicava conseguenze sociali precise: sulla effettiva estensione delle classi proletarie, sul rapporto tra “borghesia nazionale” e “borghesia compradora”, sulla collocazione nella divisione internazionale del lavoro, sulla specifica dialettica tra paesi imperialisti e paesi imperializzati. Va colto in particolare, per il discorso di qui interessa, come il riformismo, inteso nel giusto senso di opzione politica non solo delle classi sfruttate, ma anche della borghesia e del capitale, avesse in Cile ancora un compito storico da assolvere; in Italia non ne aveva, e non ne ha, più nessuno. Qui è il nocciolo del problema.

Il governo Allende doveva far fronte al capitale straniero, in particolare statunitense, che controllava quasi tutto l'apparato produttivo centrale, comprese le miniere di rame, e aveva ancora il problema di una borghesia agraria molto forte, ruvidamente attestata a difesa della rendita parassitaria. Inoltre il sistema delle garanzie sociali e quello dei moderni servizi sociali erano pochissimo sviluppati. Da qui, da questa situazione, il ruolo storico e lo spazio progressivo di una politica riformista incentrata sulla nazionalizzazione, o anche sulla privatizzazione sotto capitale cileno, dei comparti produttivi controllati dagli stranieri, sulla riforma agraria e sulla costruzione di un moderno welfare.

Un programma del genere era certamente capace di mobilitare le masse, pur se in prospettiva avrebbe rafforzato il solo capitalismo. Nell'immediato esso comportava un miglioramento sensibile delle condizione di esistenza dei ceti subalterni e lo sviluppo del loro effettivo potere di contrattazione sociale. Infatti un simile programma portava necessariamente all'allargamento del mercato interno e ad una presenza più marcata dell'elemento popolare nelle istituzioni politiche ed economiche. L'elemento popolare forniva, inoltre, la indispensabile base di massa per lo scontro con l'imperialismo e con il suo principale agente cileno, la forte borghesia “compradora”. In altri termini la polarizzazione poteva avvenire, e infatti avvenne, anche se poi non fu vincente per il proletariato, perché era in gioco una modifica profonda dell’assetto proprietario. Premevano in tale direzione settori della media borghesia, della piccola borghesia e lo stesso capitalismo nazionale. Il tentativo di inserire il proletariato in questo movimento e utilizzare le contraddizioni avversarie spingendo l'intera situazione verso una rottura rivoluzionaria di classe aveva, dunque, una sua legittimità.

La critica che qui si affaccia non è rivolta alla “strategia cilena” in Cile, ma al meccanico tentativo di trasportarla nella società italiana. L'equivoco risiedeva, probabilmente, nell'immagine ancora ottocentesca del riformismo. Nell'Ottocento i riformisti erano stati semplicemente quelli che puntavano al socialismo attraverso l'accumulo progressivo di riforme sociali e l'avanzata elettorale. Col tempo, però, la meta socialista era diventata sempre più evanescente e le riforme sempre più compatibili con la vigenza del rapporto di capitale. Parallelamente il capitalismo compiva anch'esso una sua evoluzione, che lo portava dal “padrone delle ferriere” alla pianificazione del mercato. Questi due percorsi dovevano fatalmente incontrarsi. I partiti operai con programma razionalizzatore e le esigenze capitalistiche di controllo del carattere anarchico della produzione diedero vita, insieme, alla stagione storica del welfare state. Con questa esperienza, che fu in particolare dei laburisti in Inghilterra, delle socialdemocrazie nel centro e nord Europa e del rooseveltismo negli USA, il riformismo ottocentesco mutò definitivamente di pelle, divenendo, per usare una definizione famosa anche se poco appropriata, da ala destra del movimento operaio l’ala sinistra della borghesia.

Ma più ancora della coscienza, o della falsa coscienza, dei riformisti, importa il fatto che queste forze segnarono politicamente la nuova realtà strutturale del capitalismo, fondata ormai sul pieno sviluppo nazionale, sull'allargamento continuo del mercato interno, sulla compressione dei ceti legati alla rendita parassitaria, sulla legittimazione politica e sociale degli strati superiori della classe operaia nella gestione della cosa pubblica, su un accentuato ruolo dello Stato come volano e regolatore dell'intero sistema economico. Nei paesi a capitalismo avanzato la modernizzazione della società ha dunque portato all’accoglimento di alcune delle richieste storiche dei riformisti, stravolte, ovviamente, ad uso e consumo del capitale. In questo senso il riformismo muore nel momento in cui vince, poiché cessa la sua contraddittorietà con il capitalismo stesso. I sistemi di garanzia sociale da richiesta “contro”, divengono pilastro a sostegno del capitalismo moderno, tanto che perfino i regimi più apertamente antioperai e fascistoidi dovranno tener conto della nuova situazione.

Si può obiettare che il PCI era diverso dalla socialdemocrazia tedesca e che Berlinguer non era Brandt. E indubbiamente c’erano diversità. Solo che si spiegano agevolmente con i “ritardi” del Partito comunista italiano, o spagnolo, o francese, piuttosto che con una diversità di sostanza. I conti, allora, tornano: un PCI nella maggioranza di governo in Italia, un PCF al governo in Francia, i partiti socialisti latini al governo in Italia, Francia o Spagna, tendevano a sortire lo stesso risultato delle precedenti esperienze socialdemocratiche negli USA, in Inghilterra, in Germania o in Svezia. Tutto potevano mettere in moto fuorché la polarizzazione della società capitalistica. Viceversa, quegli stessi riformisti, fossero essi gli Allende in Cile o i sandinisti in Nicaragua, determinano davvero, nei paesi dove lo sviluppo capitalistico non aveva raggiunto la fase del welfare, un periodo di grandi sconvolgimenti. Da qui la illegittimità della trasposizione di una strategia rivoluzionaria che, comunque traballante a determinate latitudini, si dimostrava completamente vuota in altre.

Letto 272 volte Ultima modifica il Sabato, 06 Ottobre 2018 19:38