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Venerdì, 04 Aprile 2014 16:00

I nuovi termini della questione meridionale

Scritto da  Neapolis

 Ma ha davvero senso sostenere che la situazione di crisi in cui versa il Sud dipenda anzitutto dalla storia concreta degli interventi pubblici e dalle scelte di indirizzo e sostegno economico succedutesi nel corso degli anni? E’ credibile l'idea che le politiche economiche meridionaliste non abbiano prodotto effetti positivi semplicemente perché sarebbero state, sempre e comunque, o intrinsecamente sbagliate o quantitativamente insufficienti? E che, al contrario, se fossero state pienamente congruenti con i dettami dell’economia politica più rigorosa, e per giunta ampiamente soddisfacenti sul piano della quantità delle risorse, non avremmo neppure più una questione meridionale? Io credo che non possiamo accontentarci di ricette semplici e di risposte semplificate, e che occorre andare ben al di là della pura critica interna alle modalità degli investimenti.

E’ indubbiamente vero che il sostegno economico al Sud abbia oscillato, nel corso dei decenni, tra momenti intensi di trasferimento di risorse e momenti di sostanziale rallentamento del flusso degli investimenti. Si può anche convenire che il sostegno pubblico al Sud sia stato complessivamente, sul piano quantitativo, al di sotto delle possibilità e delle necessità, e che con il federalismo fiscale le cose peggioreranno ulteriormente E si possono senz'altro giudicare talune scelte fatte in passato, per esempio l'industrializzazione per poli, oppure la velleitaria integrazione di strutture portuali, industrie chimiche e terminali energetici, o anche il finanziamento polverizzato all'agricoltura, come opzioni non particolarmente felici, destinate ad arenarsi nel breve volgere di qualche lustro. Si può infine sottolineare come l'intera politica meridionalistica sia stata enormemente segnata da sprechi, ruberie, mancanza di programmazione. Ma basta tutto questo per spiegare il disastro del Sud? O non è piuttosto necessario, oggi più che mai, individuare nelle caratteristiche proprie del tessuto sociale meridionale il vero grumo solido che blocca i passaggi in avanti? In altre parole: quanto pesa, nell’affanno del Sud, il fatto che proprio nel Mezzogiorno, e in Campania in modo particolare, la pratica e la cultura della plebe cittadina, fondata su una logica di nettissima scissione tra le dinamiche dell’esistenza e la realtà del lavoro, abbia storicamente schiacciato la pratica e la cultura dell'elemento contadino, il quale invece, nel Sud come ovunque, intrecciava strettamente e continuamente, nella sua stessa quotidianità, la fatica e la vita?

Occorre guardare, insomma, alla qualità intrinseca del tessuto sociale, al segno che contraddistingue le relazioni interpersonali, al comune senso civico, ai processi di identità e di appartenenza, e non soltanto ai dati dell'economia. Occorre far pienamente interagire società ed economia sul piano dell'indagine, proprio perché esse già interagiscono, e per di più col primato della società sull'economia, nella concreta realtà del nostro tempo. Per dirla in una battuta, la questione decisiva non è quella che attraversa le varie anime del PD e del sindacato, e cioè, ad esempio, se la Campania si debba caratterizzare come piattaforma logistica integrata, che è la prospettiva a lungo perseguita in sede di programmazione regionale, oppure come una piattaforma a forte connotazione industriale, che è il suggerimento affacciato dai piccoli partiti della sinistra, peraltro con argomentazioni di largo buon senso. Piattaforma logistica e piattaforma industriale, prese a sé, non sarebbero risolutive, in ogni caso, del degrado campano. Più in generale, nessuna ricetta esclusivamente economica può davvero affrontare una questione meridionale diventata oggi così complessa, e una realtà sociale così lacerata e lacerante, così piena di contraddizioni.

Lo dico anche con altre e più esplicite parole: non basta rivendicare più risorse e più impegno ridistributivo per il Sud; e neppure è sufficiente elencare le “priorità economiche” degli investimenti. Se non si ragiona sulle trasformazioni di fondo che vanno sostenute nel corpo stesso della società, non si andrà comunque lontano. Quel che veramente serve è di intervenire contemporaneamente su tutti i punti del vivere sociale, sugli spazi della produzione e del lavoro non meno che su quelli del vivere e delle relazioni interpersonali; e soprattutto di intervenire avendo in testa, prima ancora che un modello di economia, proprio un modello di società. E’ questo il nodo di fondo: la sfida del Sud si pone oggi esattamente sulla linea di confine dell'alternativa di sistema.

In sostanza, possono davvero valere nel Sud, ben più che in altre parti del nostro paese, la logica esplicita dei diritti e la prospettiva della piena cittadinanza umana per tutte e per tutti. Il ragionamento va fatto, fin da subito, non dal versante dell’economia, ma da quello della politica; e, per giunta, come politica di alternativa. E’ proprio in questo Sud disarmonico, che ha pienamente senso proporre le acquisizioni sulle quali il movimento dei movimenti aveva lucidamente insistito negli ultimi anni, dai processi di de-mercificazione delle attività economiche alla critica del consumismo, dal valore dei beni comuni all'apertura comunicativa. E’ proprio in questo Sud, che vede le concentrazioni urbane caotiche e invivibili, e al tempo stesso la dorsale appenninica in fase di progressivo spopolamento, che ha senso proporre il ciclo breve di produzione e consumo, ovvero l'energia pulita, o anche il recupero ambientale, come riqualificazione non solo dell'economia ma dell'intero vivere sociale. Ed è proprio in questo Sud piantato nel Mediterraneo che acquistano più valore anche le tematiche migliori della modernità: l’apertura, l’incontro, l’accoglienza, il mescolamento di lingue, storie, tradizioni, speranze. I migranti che arrivano dopo traversate indicibili, il nuovo proletariato multietnico della precarietà esistenziale, gli occhi dell’Africa e del vicino Oriente che sono puntati sulle coste frastagliate del Mezzogiorno: tutto ciò ci consegna l’inedita opportunità di declinare in un contesto reale il tema dell’umanità, sostanziandolo di pace, diritti e fraternità tra tutti e per tutti.

di Neapolis

Letto 1518 volte Ultima modifica il Sabato, 13 Gennaio 2018 12:06