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Domenica, 02 Novembre 2014 07:30

La crisi come ristrutturazione

Scritto da  Rino Malinconico

Federico: Davvero questa crisi non vuole finire mai! E’ divenuto chiaro a tutti che è anche peggio di quella del ‘29… Che c'è Carlo? Perché fai la faccia dubbiosa?

Rosa: E non lo vedi che Carlo da un po' di tempo la parola “crisi” non la pronuncia quasi mai!? Io lo so che, sotto sotto, tu Carlo accarezzi il dubbio che sia una finzione, questa crisi…

Carlo: Una finzione proprio no. Nel 2008 e negli anni successivi c'è stato effettivamente un crollo dei valori, di tutti i valori, dagli assetti finanziari agli assetti industriali…

Rosa: E allora cos'è che non ti convince? Perché ora te ne stai così silenzioso ogni volta che apriamo il discorso sulla crisi?

Carlo: Cosa non mi convince? E’ presto detto. E’ che si parla ancora troppo della crisi e troppo poco della ristrutturazione.

Federico: Ma la ristrutturazione segue alla crisi, essa deve ancora venire...

Carlo: Sta proprio qui il punto: a ben vedere, noi siamo già dentro il momento della ristrutturazione. E questo è un dato che non appare nei ragionamenti che si fanno…

Rosa: Fammi capire: tu ritieni che la crisi sia passata?

Carlo: Se vuoi, posso metterla così: è passato il momento della crisi come “crollo” ed è subentrato il momento della crisi come “nuovo inizio”, esattamente come suggerisce l'etimologia stessa della parola. Krisis in greco significa sì “giudizio”, “sentenza”, ma anche “risoluzione”, “svolgimento”, “scelta”. La crisi rinvia sempre ad una “nuova possibilità”, a un “nuovo inizio”.

Federico: Non negherai, però, che la disoccupazione, per esempio in Italia, sia  a livelli altissimi, e che la produzione industriale diminuisca ancora in modo esponenziale, e che gli investimenti languono tuttora!

Carlo: Certo, in alcuni paesi è così. Ma in altri la disoccupazione è stazionaria o addirittura in diminuzione, mentre gli investimenti hanno ripreso a girare a scala globale. La stessa produzione industriale conosce nuovi picchi in paesi decisivi del capitalismo avanzato. Questo fatto, già da solo, dovrebbe quantomeno suggerire che la crisi economica non è più generale, ma sopravvive solo in determinati paesi…

Rosa: Piano! Tu non sostieni soltanto che la crisi sia ora circoscritta ad alcuni paesi. Se interpreto bene le tue parole, tu ritieni che sia globalmente proprio in via di superamento...

Carlo: E’ vero. Inclino a pensare che complessivamente siamo nella fase del “nuovo inizio”. In alcuni Stati questo inizio cammina spedito, in altri stenta ancora a decollare. D’altra parte, la nuova fase è complicata anche dagli spettacolari mutamenti intervenuti nella gerarchia internazionale dei paesi e addirittura dei continenti.

Federico: Certo, la Cina è diventata la prima potenza manifatturiera del mondo…

Rosa: Quanto a questo, essere la prima potenza manifatturiera non significa essere anche la prima potenza economica del mondo. O no?

Carlo: In parte hai ragione tu, Rosa; ma in parte ha ragione anche Federico.

Federico: Che vuol dire?

Carlo: Vuol dire che se consideriamo la Cina rispetto ai parametri pre-crisi, allora una grande potenza manifatturiera è di per sé una grande potenza economica. Se invece consideriamo le cose con riferimento ai nuovi schemi di ragionamento che i processi di crisi e ristrutturazione già stanno determinando, allora potremmo anche dire che non basta la potenza manifatturiera per fare una potenza economica.

Rosa: Questa non l’ho proprio capita.

Carlo: E invece è piuttosto semplice. Bisogna partire non dall'economia per come l'abbiamo conosciuta finora, ma dall'economia per come tende a divenire dopo questa crisi, e dopo soprattutto i processi di ristrutturazione messi in moto dalla crisi medesima. Scopriremmo allora che le cose vanno puntualmente verso un ulteriore rafforzamento della totalizzazione del rapporto di capitale. Detto in termini essenziali, la ristrutturazione che si avvia dentro questa crisi sarà obiettivamente indirizzata a rafforzare le dinamiche di sistema, e cioè a far sì che un sistema-paese diventi ancora più “sistema” di quanto non lo sia stato finora. Il che significa che la ristrutturazione tenderà a rafforzare il movimento dell'insieme appunto “come un insieme”, rendendo più efficace l'interagenza dei fattori e disponendo la totalità delle risorse (dagli investimenti al lavoro alle infrastrutture ai servizi), ancor prima che sul piano delle specifiche produzioni e degli specifici comparti, direttamente su un piano sociale, su un piano eminentemente collettivo.

Rosa: Questa affermazione l'ho capita ancor meno della precedente. Ma cosa vuoi sostenere? che non è vero che il capitale finanziario esca oggi più forte, e che la ricchezza, invece di essere – com’è che hai detto? - “dislocata sul piano collettivo”, divenga sempre più privata, e sempre più straordinariamente privatizzata dalle banche?

Carlo: Già, le banche… è davvero singolare la unilateralità con la quale si è parlato delle banche…

Federico: Beh, se ne è parlato per come sono state: non è forse vero che hanno costruito le bolle finanziarie, moltiplicando fittiziamente i valori?

Carlo: Proprio a questo mi riferisco quando parlo di discorsi unilaterali sulle banche.

Federico: Unilaterali? E che ci sarebbe di unilaterale nel dire che le banche hanno provato a far crescere il denaro direttamente dal denaro, separandosi completamente dall'economia reale? Perché chiami “unilaterale” il ragionamento che vede nella speculazione finanziaria la causa principale della crisi?

Carlo: Beh, per la verità una risposta dovreste darvela da soli, dato che ripetete spesso di condividere la teoria della totalizzazione…

Rosa: E che c’entra ora la totalizzazione? Anzi, il movimento delle banche è andato proprio in direzione contraria alla totalizzazione, concentrando nelle proprie mani la ricchezza e sottraendola all'insieme della società. E’ anche per questo che poi c'è stata la crisi del sistema generale…

Carlo: M’accorgo che la confusione regna davvero sovrana…

Rosa: Confusione? Beh, se le cose non stanno così, spiegaci allora tu quello che è successo!

Carlo: Intanto c’è in giro qualche libro che le cose le spiega in modo disteso. Ma se lo dobbiamo dire in una battuta, io comincerei a pormi una precisa domanda: perché le banche hanno provato - perché è senz’altro vero che ci hanno provato - a far figliare il denaro direttamente dal denaro? Perché a un certo punto hanno costruito tante svariate tipologie di titoli derivati e hanno cominciato a scambiarseli tra loro e a farli apprezzare in borsa?

Rosa: Oh, bella! Perché ci guadagnavano di più rispetto al prestito normale, costituito dagli anticipi alle industrie e dai mutui alle persone!

Carlo: Ah, capisco: la spiegazione sta tutta nell’antica, cara “bramosia dell'oro”, nell’avidità delle persone… Il sistema in quanto tale c’entrerebbe perciò poco o nulla. Non ti pare?

Rosa: E no! Non mi attribuire cose che non ho detto! Il sistema c'entra proprio perché si basa sull'arricchimento…

Carlo: Guarda che si basa sulla valorizzazione, non sull'arricchimento! Non sono affatto la stessa cosa.

Federico: E’ vero. Il sistema capitalistico si fonda sulla crescita dei valori ottenuta attraverso lo sfruttamento della forza-lavoro; e, nella fase della totalizzazione, attraverso lo sfruttamento delle persone in quanto tali, in tutto il loro tempo di vita.

Carlo: Esatto, Federico. L’arricchimento attiene ai propositi e ai tentativi dei singoli. A volte essi coincidono con gli interessi generali del sistema e a volte no. In ogni caso i movimenti di fondo del sistema dipendono pochissimo dalla voglia di arricchirsi dei singoli…

Rosa: E però nell’investimento c’è sempre una voglia di arricchirsi!

Carlo: Intanto, non c’è solo una voglia di arricchirsi, perché l'investimento è una necessità del capitale prima ancora che del capitalista. Il capitalista agisce per arricchirsi ed investe. Ma l'investimento rappresenta, per il capitale, l’unica possibilità dell’esistenza sua propria. Se non si trasforma in investimento, esso regredisce semplicemente al rango di tesoro. Ma, in quanto “tesoro”, non avrebbe alcun reale significato storico. Non costruirebbe relazioni sociali e si trasformerebbe in pura narrazione: oltre che nella memoria particolare di colui che lo possiede, vivrebbe tutt’al più nei racconti d’avventura e negli apologhi morali. Il capitale, però, non è un tesoro. Non lo è e non ambisce ad esserlo. Esso, invece, è un “rapporto sociale”; più esattamente: un vincolo tra le persone. L’investimento è la costruzione e la riconferma del vincolo, poiché mette a valore le risorse di intelligenza, inventiva, capacità e forza di una società…

Rosa: Ma questo è un concetto filosofico, non economico!

Carlo: Ed infatti gli economisti hanno difficoltà a spiegare il capitalismo proprio perché sono attrezzati (più o meno) a descrivere i movimenti specifici che avvengono, ma non a dar conto delle cause profonde che li originano.

Federico: Va bene: l’arricchimento è una conseguenza dell'investimento, il quale nasce per un'esigenza del capitale prima ancora che per la voglia di arricchirsi del capitalista. Ma detto questo, che abbiamo concluso?

Carlo: Abbiamo concluso che la domanda di fondo, nel caso delle banche che costruiscono titoli derivati e se li vendono e se li comprano tra loro, non è il ciò che le banche fanno, o hanno fatto; bensì se quello che hanno fatto avrebbero potuto evitarlo o no. Per dirla brutalmente, al punto in cui si era arrivati come sistema complessivo, le banche non avevano davvero scelta: o crollavano o inventavano un altro terreno per l’investimento. Ed è successo poi che alcune sono crollate e altre sono riuscite a reggere col meccanismo dei titoli derivati.

Federico: Per la verità sono riuscite a reggere perché gli Stati le hanno salvate!

Carlo: E’ la stessa cosa. Gli Stati le hanno salvate perché i titoli derivati erano comunque titoli reali, per quanto il loro valore contabile fosse divenuto, nel tempo, molto più grande del loro valore reale.

Rosa: Aspetta. Questa ce la devi chiarire.

Carlo: Che cosa? La differenza tra il valore contabile e il valore reale?

Rosa: Sì.

Carlo: Non è difficile. Il valore contabile è quello che emerge non dal prodotto in sé, dai suoi contenuti, ma dagli atti di compravendita. Più un oggetto passa di mano, anche solo venduto a un valore +1 rispetto a quanto è stato comprato, tanto più grande diventa, alla fine, il valore col quale dovrà essere venduto. Esso varrà quello che valeva all'inizio, accresciuto di tutti i +1 degli acquisti precedenti e del +1 della proposta di vendita conclusiva. E però quel prodotto, in sé, non è cambiato in nulla rispetto al suo momento di partenza. I suoi contenuti reali sono gli stessi. Ed è la stessa anche la sua intrinseca composizione di valore.

Rosa: Dunque, al posto del “valore intrinseco” si è costruito proprio un valore fittizio! O no?

Carlo: La parola “fittizio” è davvero fuorviante. Si è costruito, piuttosto, un valore contabile, il quale si è separato dal valore reale, ma solo fino a un certo punto. Perché, infatti, il sistema dell'investimento agisce sempre sulla base di entrambi i valori: il valore intrinseco reale (“reale”, ovviamente, all'interno dei valori capitalistici) e quello contabile.

Federico: Ma poi le banche hanno agito in base ai valori reali o ai valori contabili?

Carlo: La vicenda delle banche mette bene in luce proprio la compresenza di entrambi valori. Quando hanno immesso sul mercato i derivati hanno agito in base al valore contabile. Quando, invece, gli Stati le hanno salvate, lo hanno fatto essenzialmente in base al valore reale. Anzi, le hanno salvate persino al di sotto del valore reale, il che ha comportato che effettivamente crollassero l’insieme dei valori finanziari ed industriali.

Federico: È stato il crollo del 2008…

Carlo: Esatto.

Rosa: Per favore torniamo un attimo ai derivati. Perché dici che le banche non avevano scelta e dovevano inventarli per forza?

Carlo: Perché erano di fronte a una crisi drammatica degli investimenti. Nonostante la rivoluzione informatica e robotica avesse aperto nuove frontiere, in tutti paesi a capitalismo avanzato le produzioni specifiche erano sostanzialmente sature già all'avvio degli anni ‘80.

Federico: In effetti quello fu il periodo delle crisi congiunturali, un po' qua e un po' là in tutto l'Occidente.

Carlo: Esatto. Il problema era che le occasioni di investimento in grado di assicurare la crescita dei capitali in tempi rapidi, o comunque in tempi ragionevoli, s’erano assottigliate di colpo. Si configurava, per così dire, un eccesso di capitali che chiedevano remunerazione.

Federico: Sì, la classica sovrapproduzione di capitali… E però la cosa non mi torna, perché proprio tu ci hai insegnato che con la totalizzazione la crescita aumenta a dismisura. Il sistema è diventato più produttivo nel suo complesso: perché allora i capitali non hanno trovato più spazio?

Carlo: L'hai detto: aumenta la produttività, e anche la ricchezza assoluta, ma appunto in quanto “sistema”, non in quanto “singolo segmento di capitale”. Un sistema capitalistico non è la somma dei capitali, ma è la connessione organica di ciò che, dal punto di vista dell'economia, si qualificano come “risorse”, e che, dal punto di vista delle persone normali, si chiamano giustamente vita, esistenze, cultura, relazioni, eccetera. I capitali stanno anch'essi dentro il sistema, ma non lo esauriscono. E non lo esaurisce neppure la loro somma. Anzi, una caratteristica del capitalismo della totalizzazione è che tende ad accentuare il contrasto tra la logica dell'insieme e la logica particolare dei singoli segmenti di capitale.

Federico: Aspetta, se capisco quello che vuoi dire, la crisi si determina perché i singoli capitali spingono per la loro specifica valorizzazione, mentre il sistema li vuole completamente assoggettati al movimento, appunto, “di sistema”.

Carlo: L’hai detto bene. E’ così. La crisi è stata, nella sua sostanza, proprio il venire alla luce della sproporzione fra la vecchia misura del valore a scala dei singoli segmenti di capitale e la nuova misura a scala dell’insieme del sistema. Questa sproporzione è venuta allo scoperto esattamente come esito imprevisto, e comunque indesiderato, della resistenza furiosa dei singoli segmenti di capitale alla spinta del sistema che li comprimeva. Essi puntavano a mantenere sgombro dalle logiche di connessione e interagenza quanto più spazio economico possibile, traducendolo in investimenti a redditività immediata. Dal loro punto di vista, i singoli segmenti di capitale non avevano scelta, poiché, nelle nuove condizioni, essi, proprio in quanto capitali specifici, erano effettivamente in eccesso. La produttività e l’aumento della ricchezza venivano assicurati, infatti, soprattutto per altra via: attraverso la mobilitazione produttiva del corpo sociale, attraverso il general intellect, attraverso l'individuo produttivo sociale. Così, la crisi aveva accumulato tutte le sue ragioni nella fase della crescita, proprio perché i capitali erano cresciuti per davvero, ma il sistema aveva bisogno soltanto di una parte di essi; e si è poi manifestata a seguito dell’azione scomposta della finanza, la quale costituiva, e costituisce tutt’ora, il principale punto di condensazione dei capitali in quanto segmenti specifici di valori. C’è stata, da parte dei capitali specifici, una sorta di carica Balaklava, simile a quella dei lancieri inglesi in Crimea nel 1854. Un assalto alla disperata, che non poteva produrre altro, se non il brusco deprezzamento dei valori complessivi, a cominciare proprio dal valore dei singoli segmenti di capitale.

Rosa: Beh, ora che l’hai spiegata, capisco la tua affermazione. I titoli derivati, e cioè la cartolarizzazione dei mutui, o anche la trasformazione in titoli delle pure “attese di sviluppo” - perché effettivamente i derivati, lo ammetterai, sono stati un po' come delle scommesse - divenivano un modo per allargare gli spazi dell'investimento...

Carlo: Ma il punto da cogliere con attenzione è che senza quei tentativi di allargamento non è che la crisi non ci sarebbe stata: essa sarebbe semplicemente venuta prima, poiché il rapporto tra la ricchezza come tesoro e la ricchezza come capitale avrebbe visto inevitabilmente, nonostante tutti gli sforzi e la “buona volontà” dei singoli capitalisti, l'ingrandirsi del primo fattore e il diminuire dell'altro, con immediati effetti di stagnazione e il conseguente crollo dei valori. Ciò che gli economisti chiamano finanziarizzazione dell'economia è servita, difatti, a guadagnare tempo e a evitare una immediata collisione tra le dinamiche di sistema e le dinamiche dei singoli segmenti.

Federico: Però alla fine la collisione è arrivata lo stesso.

Carlo: Certo. Era scritta nelle cose.

Rosa: Ma se è andata così, perché tutti dicono che il problema è di rilanciare gli investimenti?

Carlo: Bisogna precisare bene una cosa, altrimenti non si capirà più niente. Gli investimenti - proprio gli investimenti di Tizio, Caio, Sempronio, eccetera - sono assolutamente necessari anche nella logica della totalizzazione. E’ grazie ad essi che si avvia il concreto movimento di interagenza dei fattori. Non c'è nessun decreto all'alto che costruisce la dinamica di sistema. La dinamica di sistema è piuttosto un naturale disporsi delle cose in sinergia tra di loro, ma esattamente sulla base dell’input iniziale costituito, e non potrebbe essere altrimenti, dal reticolo degli investimenti.

Rosa: Dunque, gli investimenti sono necessari; e quando si riaprirà il circuito degli investimenti vuol dire che saremo completamente al di fuori di questa stagione di crisi e ristrutturazione…

Carlo: E però - proprio questo è il nodo - la nuova stagione di investimenti dovrà venire, o meglio potrà venire, solo se la ristrutturazione di sistema avrà fatto per intero il suo corso, solo se si sarà costruita una “struttura d’insieme” ancora più forte e un più consapevole procedere come “tutt’uno”, alla maniera di ciò che l'economia politica qualifica, riduttivamente, come sistema-paese.

Federico: E così si spiega anche perché da tante parti, in Italia ma non solo, si insiste sulle riforme istituzionali. Esse, se ho ben capito, costituiscono un momento, un aspetto della ristrutturazione indirizzata all'accrescimento delle dinamiche di totalizzazione. E’ così?

Carlo: Sì, è così.

Rosa: Ma allora, da questo punto di vista, diventano sbagliate anche le affermazioni che vedono l’economia occupare lo spazio della politica…

Carlo: Certo. Economia e politica diventano tutt'uno. E anzi, si potrebbe addirittura sostenere il contrario: che è la politica a occupare gli spazi dell'economia; nel senso che, costruendo i fattori di sistema, essa mette in riga persino i singoli segmenti di capitale.

Federico: Aspetta Carlo, vorrei esplicitare un dubbio che mi sta venendo ora: ma se la ristrutturazione si indirizza spontaneamente al rafforzamento delle logiche di sistema, allora tutto quello che viene detto oggi dagli economisti, anche dagli economisti di sinistra - e cioè che occorre convincere le banche ad investire nell’industria, che occorre rilanciare in ogni modo la produzione manifatturiera, e che occorre sostenere soprattutto le esportazioni -, c'entra davvero poco o nulla con il movimento reale di uscita dalla crisi...

Carlo: E’ una giusta osservazione. Però attenzione: non è che gli investimenti, lo ripeto ancora una volta, non servano; così come non è vero che le produzioni industriali non abbiano la loro importanza o che un attivo nella bilancia dei pagamenti, tra importazione ed esportazione, non rafforzi il sistema-paese. Sono tutte cose che servono. Tuttavia, i maggiori investimenti nella cosiddetta “economia reale”, l’incremento della produzione manifatturiera e il rafforzamento delle esportazioni acquistano oggi senso solo se si attivano nella cornice di sistema definita dalla ristrutturazione. Il prius, insomma, sono gli investimenti, le produzioni e le esportazioni che concorrono, per effetto diretto, al rafforzamento dei processi di interagenza dei fattori e all’ulteriore sviluppo dell'individuo produttivo sociale. D’altra parte, ad un esito di tal genere si è pervenuti non solo perché c'è stata la crisi, ma esattamente perché c'è stata, prima della crisi, la saturazione delle produzioni. O meglio: del livello storico possibile delle produzioni specifiche. Almeno nei paesi a capitalismo avanzato.

Rosa: Puoi precisare meglio questo concetto?

Carlo: Considerate, ad esempio, il settore automobilistico, o anche il settore delle apparecchiature elettroniche, o perfino il settore dell'informatica. In una famiglia “normale”, fatta di salariati medi o di piccoli artigiani, con due o tre figli, troveremo facilmente due o anche tre automobili, sicuramente più di un televisore (magari anche un televisore per ciascun componente del nucleo familiare), un parallelo numero di computer tra portatili e fissi, e quanto ai telefonini, saranno anche più delle persone. E’ vero che sono prodotti che non durano in eterno e ogni tanto bisognerà cambiarli, anche perché c'è un meccanismo di obsolescenza innaturale indotto dalla stessa attività industriale, che lancia continuamente nuovi modelli e nuove applicazioni proprio per invecchiare precocemente i prodotti che possediamo. E però questa situazione comporta tutt'al più una produzione indirizzata ai ricambi e agli aggiornamenti; non sarà certo una produzione indirizzata a soddisfare nuovi mercati. Se una famiglia possiede due o tre macchine, è verosimile che non avrà bisogno di una quarta auto. Così come chi ha quattro televisori difficilmente sentirà l'esigenza di acquistarne un quinto. E ciò che vale per questi prodotti, può essere detto, con le particolarità del caso, per tantissimi altri. Insomma, nell'Occidente capitalistico quasi tutti i prodotti specifici incontrano un mercato sostanzialmente saturo.

Rosa: Esistono anche le esportazioni...

Carlo: Certo. Ma aldilà della tradizionale concorrenza tra i principali produttori, divenuta terribile, il campo è ormai affollatissimo, con molti nuovi, imprevisti marchi di fabbrica. Le automobili le fanno anche l’India, la Cina, ora anche l’Iran. Ed è difficile che sulle produzioni mature si riesca a competere con sistemi-paesi che hanno costi di produzione nettamente inferiori. Ma c'è di più: l'articolazione effettiva del mercato mondiale non prevede, in tempi brevi, una crescita esponenziale dei consumi nei paesi emergenti, o addirittura nei paesi più poveri. Non ci potrà essere nessun boom paragonabile a quello che si è avuto nei paesi capitalistici avanzati nei decenni centrali del XX secolo. Nella maggioranza dei paesi del mondo, infatti, non esistono le infrastrutture necessarie per moltiplicare davvero le vendite e i consumi, e non ci sono neppure gli assetti culturali che dovrebbero favorirli. Mancano soprattutto dinamiche di crescita effettiva dei redditi e del valore delle monete nazionali, tali da appaiarsi, proprio sul versante degli stili di vita, al consumismo esasperato di USA, Europa e Giappone.

Rosa: Ma allora... ma allora quello che occorre è una generale innovazione di prodotto: che so, l'auto elettrica, la produzione a distanza, le stampanti tridimensionali, il cablaggio completo dei territori...

Carlo: Sì Rosa. C'è bisogno di una generale innovazione di prodotto, che moltiplichi anche la robotica domestica, la genetica applicata, e via dicendo. E però, per arrivare a un simile risultato, occorre un potenziamento straordinario delle strutture di innovazione e ricerca, così come occorre una capacità straordinaria di convogliare gli sforzi finanziari ed intellettuali in determinate direzioni anziché in altre. Perciò la ristrutturazione non può che partire dalla riorganizzazione degli assetti produttivi complessivi…

Rosa: Capisco. E’ a questo punto che il rapporto tra sistema e singoli segmenti diviene un vero e proprio braccio di ferro. I segmenti vorrebbero ciascuno andare nella propria specifica direzione, mentre il sistema ha la necessità di convogliare l'insieme delle risorse dentro un piano di carattere più generale...

Carlo: Sì, proprio così: un piano di carattere più generale che tocchi non solo la produzione, ma anche gli stili di vita, anche le aspettative, anche la disponibilità delle persone a condividere orientamenti che, a questo punto, non saranno semplicemente “di consumo”, ma configureranno un vero e proprio assetto di società...

Rosa: Ma in tal modo prospetti una trasformazione davvero gigantesca! E pensi che dentro il sistema capitalistico ci siano, non dico le energie, ma proprio la lucidità e la lungimiranza per procedere in una tale direzione?

Carlo: Questo lo dirà la storia. Io qui mi limito a dire che il sistema tenterà comunque questo slancio in avanti: ci proverà perché, semplicemente, non ha alternative. Nessuno può sensatamente credere che si possa ripigliare il cammino con lo stesso passo e gli stessi abiti del XX secolo. Tante cose sono cambiate, e tante altre premono per cambiare anch’esse. E il capitalismo stesso è chiamato a cambiare...

Federico: Rimettiamo, se non vi dispiace, un po’ di ordine nel ragionamento. Io posso essere d’accordo con Carlo sul fatto che chi pensa agli investimenti alla vecchia maniera, come investimenti finalizzati ai tradizionali “prodotti di massa”, ciascuno preso per sé, non lavora per uscire davvero da questa crisi. E concordo anche che nei paesi capitalistici avanzati una nuova fase espansiva si aprirà non solo con una innovazione generalizzata “di prodotto”, ma soprattutto se si rafforzano concretamente le sinergie produttive fra tutto ciò che esiste sul piano delle relazioni economiche, delle relazioni civili e delle stesse relazioni interpersonali. Ogni cosa fa sistema, insomma: i capitali e il lavoro, le istituzioni e gli stili di vita, le strutture e le persone. Tuttavia, caro Carlo, in questo stesso scenario si annida un problema grandissimo: se i segmenti di capitale fanno resistenza - cioè non ci stanno a muoversi solamente entro il perimetro delle logiche di sistema, e non ne vogliono sapere di dover agire concretamente sotto la guida dello Stato, seguendo le linee dei suoi complessivi indirizzi di razionalizzazione -, allora mica è detto che la ristrutturazione riesca…

Carlo: Ma quando io affermo che la tendenza prevalente, anzi obbligata, è alla ristrutturazione, non intendo affatto che non ci siano più fibrillazioni, contraddizioni e momenti critici di grande intensità. Anzi, ora come ora, mi aspetto senz’altro ulteriori passaggi di svalorizzazione dei singoli segmenti di capitale, a partire dai titoli delle banche. Ma proprio la svalorizzazione dei valori  - vale a dire la crisi che viene lasciata correre, con i crolli di borsa e la stagnazione dei titoli - costituisce la premessa indispensabile perché i movimenti autonomi dei singoli segmenti di capitale vengano imbrigliati per davvero. In altre parole, i singoli segmenti accederanno alla logica di sistema solo se le possibilità di crescita autonoma, di muoversi gli uni contro gli altri e indipendentemente dal resto, diventano un gioco a perdere per tutti e a guadagno per nessuno.

Rosa: Dunque, tu prevedi il persistere di una difficoltà dell'economia...

Carlo: Certo. Solo che la difficoltà si situa adesso già dentro le dinamiche di ristrutturazione, non è la difficoltà della  svalorizzazione improduttiva della prima fase. Capisco che non è facile, di primo acchito, accorgersi della differenza; ma la si capisce facilmente se si considera l'iniziativa degli Stati. Finché la politica economica degli Stati si è caratterizzata, un po’ dappertutto, nei termini del semplice contenimento dei crolli di borsa e della svalorizzazione dei titoli, era senz'altro lecito sostenere che eravamo nel pieno di una grande crisi economica, senza alcuna prevedibile ripresa in tempi brevi; ma se l'intervento di Stato diviene, sempre più visibilmente, un intervento attivo, capace di operare contemporaneamente sia sulla riorganizzazione dei fattori di interagenza e sia su ciò che l’economia politica qualifica, in modo del tutto fuorviante, come “crescita” (e cioè con riferimento agli investimenti, ai consumi e alle ragioni di scambio), allora occorrerà convenire che i processi di ristrutturazione si mettono davvero in moto…

Federico: Vuoi dire che sono le politiche espansive, in sostanza keynesiane, a guidare la ristrutturazione?

Carlo: Chi procedesse con simili definizioni darebbe manifesta prova di tenere il capo saldamente inchiodato nel Novecento. Keynesismo e liberismo, presi in sé, sono due termini pesantemente inattuali.

Rosa: E’ vero: di fatto, le politiche che una volta si sarebbero dette keynesiane sono intrise di liberismo; e, viceversa, le politiche liberiste accettano tutte la corposa espansione della spesa pubblica del nostro tempo, puntando a variarne certamente la direzione, ma non l’entità… 

Carlo: Ma c'è di più. Mentre gli economisti sovente rimangono ancorati alle scuole e discutono con l'astrattezza tipica delle accademie, chi guida effettivamente le dinamiche economiche lo fa, invece, rispondendo del tutto pragmaticamente ai movimenti che, di volta in volta, equilibrano e disequilibrano l'economia all'interno dei singoli sistemi-paese. Quello che succede (o meglio: che tende a succedere) è una riorganizzazione degli investimenti entro la cornice unitaria che punta all'innalzamento dell'efficacia dei fattori di sistema. Poi si può senz’altro discutere nel merito dei singoli interventi: se essi siano più o meno efficaci nel praticare davvero l'obiettivo univoco della ristrutturazione, e se traccino una chiara e praticabile direzione di marcia. Ma non siamo più, e questo diventerà sempre più chiaro in futuro, a politiche statali contrapposte, tra chi vorrebbe un maggiore intervento dello Stato e chi, al contrario, vorrebbe lo “Stato minimo”...

Rosa: Concordo con te: queste contrapposizioni, nell'economia capitalistica complessa dei nostri giorni, hanno pochissimo senso. Ovunque le politiche degli Stati, indipendentemente dal colore politico dei governi, si indirizzano verso la totalizzazione. Ovviamente con maggiore o minore efficacia, con maggiore o minore capacità di ottimizzare le forze a disposizione, e con maggiore o minore capacità di mantenere la coesione sociale.

Federico: E l’Europa? Essa non è un sistema-paese in senso proprio; e però c’è una moneta unica; e da un po’ di tempo anche un'unica guida economica, con l'intreccio di Germania e Banca centrale europea...

Rosa: Già, Carlo: per l’Europa ci sono certamente delle particolarità anche nel quadro che delinei tu.

Carlo: E’ vero. L’Europa, almeno sul piano della pura forza economica, è potenzialmente la realtà più attrezzata a superare la crisi e a riorganizzare il sistema attorno al rafforzamento ulteriore dei fattori di totalizzazione. E però sconta il suo peccato originario di non essere uno Stato in senso proprio, e di mantenere al suo interno sistemi-paesi a velocità differente. La produttività della Grecia non è la produttività della Germania. Averlo presupposto, lasciando correre il debito pubblico per quasi vent'anni, è a fondamento di molti problemi d'oggi. E la stessa cosa vale, a misure diverse, per altri paesi, tra i quali l'Italia.

Rosa: Occorre anche dire che la Germania sta sviluppando una logica di austerità assoluta, e mi pare che questo sia in contraddizione secca con le dinamiche di ristrutturazione del sistema che prospettiamo...

Carlo: E’ vero solo in parte. Anche perché la Germania, a differenza di altri paesi, ha già operato una complessa ristrutturazione di sistema quando ha vissuto il momento dell'unificazione, a ridosso delle difficoltà economiche generali dei primi anni ‘90. Inoltre la logica della austerità di cui si fa alfiere la Merkel resta strettamente collegata alla peculiare condizione dell'Europa, a quel suo vizio originario di non essere uno Stato, ma una costruzione ibrida sul piano giuridico e totalmente sbilenca sul piano economico, con differenti velocità di crescita, differenti capacità produttive, differente efficacia nella mobilitazione del corpo sociale. Ed infine vorrei sottolineare come anche in Germania divenga sempre più attuale la questione del superamento dell'austerità...

Federico: Sì, questo sta succedendo. Lo dicono quelli della SPD, e anche qualche economista della CDU, che l’austerità non fa bene neppure ai tedeschi: Anche perchè, col resto dell'Europa che non cresce, le loro esportazioni cominciano a segnare il passo.

Carlo: Questo è un aspetto, ma non è l'aspetto principale. Non si situa sul piano della resa commerciale il problema che ha di fronte la Germania. Il fatto è che la stessa crescita tedesca, se la si considera non in riferimento alla sola Europa ma a scala globale, risulta straordinariamente modesta. La Germania, infatti, ha retto la crisi, nel senso che non è arrivata al segno meno, se non nel 2009; e però dal 2009 al 2013 è cresciuta soltanto del 2,2%: non il 2,2% l'anno, ma solo il 2,2% su tutto il quinquennio. E’ una performance molto bassa, nettamente al di sotto di quella degli Stati Uniti e del Giappone. Per non parlare dei paesi BRICS...

Federico: Una nuova ristrutturazione di sistema si pone perciò anche per la Germania…

Carlo: Certo.

Rosa: Il problema dell'Europa è comunque davvero serio, perché c'è la questione della ristrutturazione dentro la crisi, ma c'è anche il problema più immediato della tenuta dell'euro. E forse non è detto che le due cose stiano bene assieme...  

Carlo: Paradossalmente una deflagrazione dell'euro creerebbe meno problemi alla Germania che agli altri paesi d'Europa. E ciò, per la buona ragione che il marco resterebbe comunque una moneta forte. Le esportazioni tedesche in Europa verrebbero sì penalizzate, ma non più di quanto lo siano già ora con la contrazione dei consumi nelle aree deboli dell’euro. E d’altronde, in una dinamica di ristrutturazione la questione decisiva non è certo l’esportazione, bensì la capacità di concentrare forze, richiamandole da tutto il globo. Una moneta forte sarà più in grado di accaparrarsi risorse sul mercato internazionale, dall’energia alle materie prime ai brevetti ai cervelli umani. Simmetricamente una moneta debole sarà meno capace di raccogliere sul proprio territorio le tante cose necessarie per procedere speditamente nella ristrutturazione di sistema.

Federico: Ma allora sono proprio i paesi come l'Italia o la Spagna, o anche i piccoli paesi, dall'Olanda alla Finlandia all'Austria, ad aver più bisogno dell'euro!

Rosa: Anche la Grecia?

Federico: Sì, io penso anche la Grecia, se vorrà mantenere il rango di paese avanzato conquistato proprio con l’ingresso del 2001 nel club dell’euro…

Rosa: E la Francia? Non è ancora chiaro se è più simile alla Germania o più simile all’Italia e alla Spagna…

Carlo: Guardate che, in generale, l’euro serve a tutti. E’ la moneta più forte che ci sia, uno strumento formidabile nella fase della ristrutturazione… E però la moneta da sola non basta. Un sistema-paese, tanto più un sistema-paese alle prese con dinamiche gigantesche di ristrutturazione, ha bisogno di omogeneità giuridiche ed economiche che solo la forma-Stato può garantire. L’Europa in quanto non-Stato è perciò contemporaneamente forte e debole…

Federico: Mamma mia… Di quanti aspetti occorre tener conto quando si parla del capitalismo di oggi, del decorso della crisi e di quello che ci aspetta nel prossimo futuro! E poi i problemi dell’Europa…

Carlo: Già. In Europa il passaggio dalla crisi come crollo alla crisi come ristrutturazione, ovvero la maturazione di una nuova fase storica, appare certamente più complicata che negli Stati Uniti o in Giappone…

Rosa: C’è, in fondo, un problema squisitamente politico: se fare davvero l’Europa unita o no.

Federico: Per carità, fermiamoci qui. Già così, abbiamo messo tanta carne al fuoco, che adesso non ce la farei a ragionare anche delle evoluzioni politiche dei prossimi anni. Magari lo faremo un’altra volta.

Carlo: Magari vale la pena di farlo dopo che avremo riflettuto con più calma, ciascuno tra sé e sé, su quanto ci siamo appena detti. Anche perché, se ci fate caso, oggi abbiamo detto cose tutt’altro che scontate...


ottobre 2014

Letto 966 volte Ultima modifica il Domenica, 02 Novembre 2014 07:58