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Giovedì, 11 Ottobre 2018 09:32

La sicurezza di creare conflitti ed esclusione sociale

Scritto da  CSA ex-Canapificio

Il Decreto-legge proposto dal Ministro degli Interni ed approvato nel Consiglio dei Ministri interviene in materia di rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, nonché di protezione, accoglienza e cittadinanza. Noi lo riteniamo di enorme pericolosità per il Paese, con effetti a dir poco devastanti: favorirà, di fatto, l’acuirsi dei conflitti sociali e dell’irregolarità; e porterà ad una perdita di controllo finanche sull’ordine pubblico, per via dell’esclusione sociale e dell’emarginazione che ne deriveranno.

In effetti il Decreto si muove entro la cornice normativa della Legge Bossi – Fini, risalente al 2002, che non contempla canali di ingresso regolari nel nostro Paese e che, già per questo, riconduce ad una semplice farsa tutta la discussione sui migranti “buoni” che entrano regolarmente e i clandestini “cattivi”. Così, se gli allarmi della Lega sull’immigrazione sono una grande bugia, le va riconosciuta la capacità di aver strutturato in modo diretto e indiretto l’intera politica sull’immigrazione, diventandone la principale protagonista e, attraverso un abile “gioco delle tre carte”, anche la più feroce oppositrice, col rilancio sempre più a destra della linea.

Il PD non ha esitato a seguirla, facendoscelte poco coraggiose ed esasperanti anche sui meccanismi dell’accoglienza. Invece di risolvere i problemi reali e strutturali ne ha generati altri, favorendo la diffusione dei CAS (Centri di Accoglienza Straordinari), di cui la criminalità organizzata ma anche i comuni opportunisti hanno potuto largamente approfittare. Il soggetto debole di questa vicenda, preso a calci e insultato, è l’immigrato. Quello raggirato è il proletariato italiano, sottoposto a un bombardamento mediatico sul presunto parassitismo degli immigrati.

Sull’attuale Decreto, già tanti giuristi ed associazioni hanno rilevato profili di incostituzionalità e lesione del diritto (per esempio, l’Associazione Naga-Onlus di Milano ha prodotto una argomentata lettera al Presidente della Repubblica, condivisa e sottoscritta da moltissime realtà del volontariato (à http://hermesacademy.blogspot.com/2018/09/lettera-aperta-di-naga-mattarella.html). Qui ci limitiamo a considerare i due aspetti a nostro avviso più problematici per le ricadute nella gestione concreta dei territori, dell’ordine pubblico e della convivenza pacifica. Essi sono:

 

 

1) L’attacco alla Protezione Umanitaria

Finora le cose sono andate così: una persona che fa richiesta di asilo (protezione internazionale) in Italia, viene intervistato da un’apposita Commissione, che può riconoscergli lo status, oppure una protezione “sussidiaria” (quando si riscontra un pericolo di vita nel caso di rientro nel proprio Paese), o ancora la cosiddetta “Protezione umanitaria”. Quest’ultima, non mirando ad un target specifico, andava a colmare parzialmente i vuoti normativi che non offrono possibilità di regolarizzazione in Italia. Aggredire, come fa il Decreto, questa specifica forma di Protezione significa voler creare irregolarità, aumentando il numero di potenziali vittime dello sfruttamento lavorativo e la stessa manovalanza per la criminalità organizzata. Migliaia e migliaia di persone saranno costrette a vivere in situazioni di estrema povertà e marginalità.

Una delle motivazioni che si adducono contro l’istituto della Protezione Umanitaria è che gli altri Paesi Europei non dispongono di questa tipologia di protezione. Ma una tale osservazione non tiene in nessun conto il ruolo importante svolto, ad esempio in Spagna e in Francia, da Commissioni Prefettizie ad hoc, che arginano il fenomeno dell’irregolarità attivando canali di regolarizzazioni con forme esattamente simili alla nostra “protezione umanitaria”.

Il territorio dove lavoriamo da oltre 15 anni, cioè la provincia di Caserta ed in particolare la Castel Volturno Area, è stato un laboratorio importante delle politiche migratorie, che può insegnare tanto. Quando non viene riconosciuto un canale di regolarizzazione, e ci si ostina a costruire fragili percorsi volti ad espulsioni (di cui il governo italiano non potrà, in ogni caso, fungere da unico attore), l’irregolarità dilaga e mina la tenuta sociale di una comunità già molto piena di elementi di criticità. Lavoro nero, sfruttamento e abusi sono all’ordine del giorno. Laddove invece si è riusciti ad attivare una sinergia istituzionale, volta alla fuoriuscita dall’irregolarità grazie alla concessione di permessi di Soggiorno per Motivi Umanitari tramite le Commissioni, sono stati favoriti, da un lato, il decongestionamento dell’area (con tanti e tante che hanno avuto l’opportunità di proseguire nel proprio progetto migratorio in altre città italiane e soprattutto all’estero) e, dall’altro, dei concreti processi di regolarizzazione a catena della propria condizione (chi è regolare può stipulare un contratto di affitto, un contratto di lavoro, provare ad accedere ai servizi, pagare le tasse e dunque scommettere su un percorso di vera inclusione).

 

 

2) L’aggressione al Sistema di accoglienza SPRAR

 

Il Decreto Salvini sottrae brutalmente all’accoglienza SPRAR (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) i titolari di Protezione umanitaria e i richiedenti asilo, destinandoli ai CAS. Ed è bene ricordare, anche qui, come i tanti episodi di scandali e cattiva accoglienza abbiano interessato esclusivamente i CAS.

Il fatto è che il circuito di accoglienza CAS dota gli enti gestori di strumenti per l’inclusione nettamente inferiori agli SPRAR (ad esempio, mancano della possibilità di retribuire esperienze formative, come i tirocini, e condensano i beneficiari in grandi centri, a differenza dell’accoglienza diffusa praticata dallo SPRAR). Inoltre i CAS sono sottoposti a meccanismi di rendicontazione quasi inesistenti rispetto alla minuziosità e precisione richiesta allo SPRAR; e soprattutto sono organizzati arbitrariamente dalle Prefetture, al contrario degli SPRAR che nascono sempre da precise scelte degli Enti Locali, con forme di finanziamenti finalizzati ad importanti interventi di inclusione, sui territori, tra autoctoni ed immigrati.

Ci sembra davvero paradossale aggredire il modello SPRAR, perché di aggressione si tratta. I dati risalenti al 2016 ci parlano di 34.528 beneficiari accolti in questo tipo di strutture, di cui il 47,3% è richiedente asilo e il 28,3% è costituito da titolari di Permesso di Soggiorno per Motivi Umanitari. Cosa faranno queste persone una volta uscite dai meccanismi di regolarizzazione consentiti dalla Protezione Umanitaria e da quelli di accoglienza dello SPRAR?

Il nostro territorio rappresenta un esempio importante di quanto affermiamo: le “Castel Volturno Aree” si formano esattamente quando mancano i meccanismi di emersione dall’irregolarità, nonché i percorsi di vera accoglienza ed inclusione sociale.

Castel Volturno simboleggia il crinale della politica migratoria: può tanto essere spinta nel baratro attraverso la prosecuzione ostinata di politiche inefficaci, o diventare il segno che dovrebbe lasciare una forza politica che intende cambiare in meglio lo stato di cose.

La protezione internazionale e lo SPRAR di Caserta, di cui siamo Enti gestori dal 2007, sono stati gli strumenti più forti di un lavoro di contenimento e superamento di gravi conflitti sociali che facilmente sarebbero potuti esplodere. Ebbene, prepariamoci: perché con la cancellazione di questi strumenti, Castel Volturno non resterà solo un emblematico luogo fisico di disagio ed emarginazione, con quello che ne consegue, ma diventerà un processo che si espande in estensione e profondità in altri luoghi del Paese. Il Decreto Salvini accende un rogo sotto una pentola a pressione.

 

 

 

PER CONCLUDERE

 

I motivi profondi di questo Decreto ci lasciano, dunque, una profonda inquietudine. Tanto più se si sommano ad altri elementi di valutazione su ulteriori recentissimi fatti, in ultimo l’aggressione politica e giudiziaria a Mimmo Lucano, che ha utilizzato i suoi poteri di Sindaco di Riace per mitigare l’ottusità e l’ingiustizia della legge e per favorire l’inclusione sociale di soggetti deboli nell’interesse collettivo del paese che amministra, senza aver intascato un solo euro!

Se la voglia di fascismo è ormai presente nella società, Salvini la alimenta colpendo, nella società stessa, gli strumenti di inclusione, socialità e lotta all’emarginazione, nonché chi quegli strumenti li usa. Al contempo, l’arresto di Lucano è un chiaro segnale di come nemmeno chi ricopre incarichi istituzionali può permettersi di esprimere dissenso. Peraltro, i colpi che stanno per essere inferti vanno anche al di là dei migranti. Per esempio, nello stesso Decreto-Salvini è previsto l’inasprimento della pena (da amministrativa a penale) per chi è coinvolto in blocchi stradali, nonché per chi si fa promotore di “invasione” di edifici o terreni.

Ci sarà ora il passaggio del decreto nelle due Camere del Parlamento. Se la sostanza del Decreto non dovesse mutare, Salvini ne uscirà vincitore. Ma questo rischio esiste anche qualora si riuscissero a disinnescare gli elementi più pericolosi, giacché Salvini potrebbe dimostrare come sia necessario avere “la mano libera” per poter intraprendere le misure razziste che il ventre della società sembra esigere…

Come si può arrestare, o quantomeno rallentare, questa deriva?

Ci vuole maturità, capacità di autocritica ed elaborazione. Guardiamoci in faccia: i movimenti hanno la loro responsabilità, anche sulla questione immigrazione. Tra chi sosteneva che questa fosse una questione di “diritti civili” e non di classe; chi forse ancora oggi sostiene l’inutilità del permesso di soggiorno in quanto strumento che non genera “felicità”; chi lancia mobilitazioni “per l’abolizione delle frontiere” che hanno lo stesso peso vertenziale di cortei che cercassero di abolire la legge di gravità: alla fine ci si è dimenticati del soggetto reale, dei suoi bisogni e degli obiettivi da rivendicare, tra cui il Permesso di Soggiorno e la regolarità sono al primo posto.

L’opposizione sociale di oggi non può che ripartire dall’ascolto dei soggetti reali, migranti e non, e dal rapporto dialettico che va ricostruito con essi attraverso una lotta che parli di obiettivi concreti e tangibili, e non idealistici. Se la voglia di fascismo è nella società, è proprio dalla società che bisogna ripartire, senza avere la velleità di porsi come rappresentanti di un progressismo che non soffre per la mancanza di rappresentanza, bensì proprio per il suo arretramento nella società stessa.

Letto 166 volte Ultima modifica il Giovedì, 11 Ottobre 2018 09:54