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Sabato, 06 Ottobre 2018 18:41

IL DEFICIT AL 2,4%: COSA COMPORTA? In evidenza

Scritto da  Vice

Davvero c’è da restar sorpresi per la eterogeneità del plauso di sostegno agli allarmi lanciati dal Corriere della Sera, La stampa, Il Messaggero e La Repubblica, nonché da autorevoli esponenti dell’opposizione liberale - PD e di Forza Italia -, a proposito della manovra economica presentata dal governo. Stupisce, in particolare, il sostegno ai liberali da parte di non pochi esponenti della sinistra-sinistra, di chi si professa, più o meno pubblicamente, marxista e comunista. Non si fraintenda: non è affatto obbligatorio differenziarsi sempre e comunque dai liberali; e però è proprio sul piano delle dottrine economiche che il liberismo economico e il marxismo sono da sempre in opposizione.

Per i liberali e i liberisti, al centro dell'economia ci sono sempre l'investimento e il denaro; e il capitalismo, nella loro visione, consiste soprattutto nel controllo dei flussi del denaro. Inoltre, per la cultura specificamente monetarista (che è quella cui fa riferimento il liberismo) gli Stati sono null’altro che “famiglie in grande”, e perciò devono avere sempre la preoccupazione del “buon padre di famiglia”, che guarda giustamente con sospetto le pratiche di indebitamento, e in effetti non si indebita se non quando è davvero costretto a farlo. In questo quadro concettuale, il rapporto tra deficit di bilancio e prodotto interno lordo fissato (per i prossimi tre anni) al 2,4% annuo - anziché all’1% come voleva l'Unione Europea o all’1,6% come avrebbe preferito il ministro del Tesoro - non potrà che tradursi in una sciagura generale. Le lamentele dei grandi giornali e dei politici del PD e Forza Italia sono dunque del tutto comprensibili. Meno comprensibile, almeno per questa rivista, è la voce ugualmente spaventata di coloro che si rifanno a Marx, e che però da due giorni ripetono la stessa cosa degli economisti liberali: e cioè che i mercati puniranno duramente l'Italia sia facendo scendere le borse e sia innalzando il famigerato spread; e prima ancora dei mercati lo farà l'Europa; e alla fine tutti saremo più poveri.

Si tratta ovviamente di previsioni e temi complessi. Tuttavia vale la pena di ricordare come per Marx, e su questo c'è poco da aggiornare, il capitalismo non consista affatto nel controllo del flusso del denaro; esso è, invece, la costruzione continua di determinati rapporti sociali e vive esattamente come uno specifico rapporto sociale di produzione. Il denaro gioca senz’altro un ruolo in tale processo di costruzione e negli stessi rapporti sociali di produzione, poiché facilita il movimento della circolazione dei beni e della forza-lavoro - movimento assolutamente necessario ai fini dell’effettivo “realizzo” della produzione -, ma non fonda la dinamica di base del sistema. Del resto, un giorno sì e l'altro pure i telegiornali ci informano che nella borsa di Tokio o anche nella borsa di New York o anche nella borsa di Francoforte, o anche in tutte le borse complessivamente considerate, sono “stati bruciati tot miliardi di dollari”. E però ci accorgiamo tutti come nulla di sostanziale cambi all’indomani, almeno nei paesi a capitalismo maturo. Che significa? Forse che il debito pubblico, con la sua crescita e la sua decrescita, sia un non-problema? Per carità: non è affatto questo il senso del discorso. Il debito eccessivo è anche un problema; solo che non è un problema più grosso di altri, tipo la capacità di consumo insufficiente sul mercato interno o anche la carenza di innovazione nei cicli di produzione o anche il degrado o la ristrettezza delle infrastrutture logistiche. Anzi, in prospettiva sono proprio le difficoltà dell'apparato produttivo e del sistema-paese la vera palla al piede dello slancio capitalistico.

Si obietterà: ma la Grecia? Non è vero che ha vissuto anni terribili di austerità perché si era indebitata troppo? Al di là del fatto che neppure la Grecia alla fine è “fallita”, ed oggi sembra uscire dal tunnel, l'Italia, per l'appunto, non è la Grecia. Per capacità produttiva e per peso economico sullo scacchiere internazionale vale all’incirca dieci volte la Grecia. L’ampiezza del debito, perciò, non basta per dirci se una economia è forte oppure debole. Non sarà mica un caso se tra i paesi più indebitati si annoverino anche alcune tra le maggiori potenze mondiali, a cominciare dal Giappone e dagli Stati Uniti. Quanto alla Germania, il suo debito pubblico basso non si spiega solo con la proverbiale efficienza teutonica, quanto piuttosto con due generosissime provvidenze internazionali: l’accordo di Londra del 1953, che dimezzò (e dilazionò in trenta anni) il debito tedesco di allora; e la proroga sul rimanente del debito per ulteriori vent’anni all’indomani della unificazione tedesca del 1990. Poi è anche vero che i tedeschi hanno costruito nel tempo una straordinaria potenza produttiva complessiva, un general intellect capace di produrre più cose nello stesso tempo dei concorrenti, ovvero di produrre con meno tempo le stesse cose degli altri. La Germania è forte, in sostanza, proprio perché ha messo al centro non la finanza ma l'apparato produttivo; e però è stata facilitata in tale cammino esattamente dal fatto che la finanza è stata tenuta lontana dalle sue frontiere da un robusto cordone sanitario internazionale, costruito sul piano politico dall’insieme dei Paesi occidentali. La storia bisogna sempre dirla tutta. Non a spicchi a seconda della convenienza…

In ogni caso, ciò che qui si sottolinea è il carattere perlomeno eccessivo, se non scomposto, delle grida di allarme sul debito. Non è la prima volta che accade, e per lo più tale eccesso è dovuto alla visione capovolta che l’economia politica ha del capitalismo; talvolta dipende dalla visione confusa che la politica istituzionale ha dei processi sociali, economia compresa. Del resto, se la situazione diviene grave col 2,4% di deficit, non lo doveva essere anche l’anno scorso, nel 2017, quando il deficit è stato del 2,3%? Ma forse non è necessario insistere: fa parte dell'esperienza di ciascuno che esistono debitori troppo grossi per poter fallire; nel senso che il loro fallimento trascinerebbe con sé anche il creditore. Più in generale va capito come la finanza, che sembra così forte, in realtà cammini sempre sull'orlo del baratro, esposta alle insolvenze e alla rarefazione degli investimenti profittevoli all'interno del continuo ciclo di ascesa e declino dei processi di valorizzazione capitalistica.

Ma quanto detto finora implica che il governo Cinque stelle/Lega stia facendo bene? Stiamo forse dando un giudizio positivo sul loro operato? Niente affatto. Intanto perché non basta avere più risorse a disposizione, se poi esse vengono impiegate in modo sballato. E su questo i dettagli della manovra chiariranno le cose ben al di là dei proclami roboanti dei ministri: ci diranno, probabilmente, come la “povertà” sia destinata a restare ancora a lungo in questo nostro Paese.

Ma il dato davvero essenziale è che la manovra economica non è una cosa “a parte” rispetto all'insieme delle politiche di questo governo. Il decreto sull'immigrazione e la sicurezza e la manovra economica espansiva vanno, in effetti, di pari passo. Costruiscono la logica del “prima gli italiani” in senso nazionalista, sciovinista e razzista. Nell'immediato le condizioni materiali delle persone, beninteso di nazionalità rigorosamente italiana, è possibile che migliorino. E però contemporaneamente si rafforzerà il processo, che come LEF definiamo “similfascista”, di costruzione del blocco nazionale. Lega e Cinque Stelle tendono a mettere tutti in fila, a irreggimentare l’insieme della società: le classi privilegiate, i ceti intermedi e le stesse classi popolari. Come si contrasta, allora, un processo di questo tipo, che propone ai settori più poveri uno scambio perverso: qualcosa in più in cambio dell’arruolamento contro il resto del mondo, a partire dai migranti? Come si combatte il similfascismo incipiente, che – alla stessa stregua del suo antenato - ha anche una politica sociale nell'ambito del sistema capitalistico? E come si resiste all’imbarbarimento generale della vita civile che cresce giorno per giorno?

Quando si brinda all’arresto di una persona come il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, autentico simbolo dell'accoglienza verso gli immigranti, vuol dire che siamo andati davvero oltre, e che già il futuro immediato tende a pigliare i colori del dramma. Tanto più se poi scopriamo che quell’inchiesta era partita fin dal 2016. Non è nata per le pressioni del governo, di questo governo. La qual cosa, però, non toglie neppure una virgola al carattere politico di quell’arresto, e anzi l’accentua. Sbaglia molto chi pensa che ci troviamo di fronte a una vicenda semplicemente giudiziaria. Se nella Locride martoriata dalle cosche e da amministrazioni colluse si aprono fascicoli su Riace, la questione è tutt'altro che giuridica. Questa vicenda ci avverte, semmai, di come pezzi consistenti dello Stato (con la esse maiuscola) s'incamminino già da qualche anno sulla via dell'autoritarismo similfascista. E ci dice che questo governo ha “solo” accentuato e reso pienamente visibile un processo di regressione già ampiamente maturato nell'insieme della società italiana.

Questo è il problema vero, pesantissimo, che abbiamo davanti. Ma, per affrontarlo con qualche possibilità di successo, dovremmo evitare di ripetere in modo subalterno le cose che i nostalgici del liberismo vanno dicendo sui giornali e in tv. E soprattutto dobbiamo capirlo che abbiamo davanti tempi lividi e drammatici. Chi ha a cuore i principi di libertà, eguaglianza e fraternità, è chiamato ad attrezzarsi - culturalmente e politicamente - senza perdere più tempo in parole e pratiche che non servono a nessuno.

Letto 112 volte Ultima modifica il Sabato, 06 Ottobre 2018 19:16