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Sabato, 06 Ottobre 2018 18:25

LA TEMPESTA PERFETTA DEI CIELI D’EUROPA In evidenza

Scritto da  Enrico Milani

L’Unione Europea è oggi un morto che cammina? Messo tutto quanto sui piatti della bilancia, è fuor di dubbio che questa penda decisamente verso il de profundis. Tanto più che le due forze che si scontrano sul terreno dell’unione o della disarticolazione si alimentano reciprocamente (ma in modo squilibrato nei rapporti di forza), e ciò al di là delle intenzioni puramente soggettive. Si potrebbe dire che  l’UE sia ormai stretta tra l’incudine della declinante governance unionista e l’assordante, e ascendente, martello “sovranista”. Del resto, ogni nuovo intervento dei “burocrati di Bruxelles” si trasforma in carburante gratis per i sovranisti, i quali “sollecitano” e “stanano” i commissari europei con tecnica ormai consolidata e a cadenza più o meno quotidiana, consapevoli che ogni parola di Junker o di Moscovici porta nuova benzina all’incendio che essi hanno tutto l’interesse  ad alimentare.

 

 

 

 

A COSA MIRANO I SOVRANISTI NELL’IMMEDIATO

 

È un dato di fatto: le elezioni europee sono dietro l’angolo, e stavolta i sovranisti puntano al bersaglio grosso. Ma qual è il vero bersaglio, e perché la sua individuazione è strettamente legata alla domanda iniziale sull’Europa come entità viva oppure morta?  Diverse voci sostengono che l’obiettivo del cartello sovranista - in avanzato stato di definizione ovunque, e qui in Italia a trazione leghista - sia lo scardinamento dell’Unione. A noi di LEF appare invece più convincente un’altra tesi, e cioè che il loro vero “obiettivo di fase” consisterebbe nella conquista del Partito Popolare europeo, quel PPE di cui fanno parte sia la Merkel che  l’austriaco Kurz e l’ungherese Orban, con l’aggiunta dei leader di tutti i paesi dell’ex-Patto di Varsavia, dove il nazionalismo e le culture di destra-destra hanno trovato terreno fertilissimo. Se il blocco del PPE si sposta ulteriormente a destra, com’è altamente probabile, i sovranisti lanceranno la loro opa sul raggruppamento politico più consistente dell’Unione Europea, candidandosi a guidarlo e isolando la Merkel, cui non resterà che piegarsi o accettare l’immediata disarticolazione dell’Unione. È la stessa alternativa che, all’esterno del PPE, rischiano di subire, loro malgrado, anche i partiti  e gruppi socialdemocratici del PSE, in sostanziale rotta un po’ dappertutto, e comunque in grande difficoltà. La nuova governance europea, Commissione in testa, cadrebbe così in mani sovraniste, spianando la strada ad una politica che, già praticata dai vertici europei uscenti, riceverebbe tuttavia un decisivo, ulteriore impulso, destinato a fungere da detonatore per successive esplosioni. Si accentuerebbe, in sostanza, il carattere confederale dell’Unione (ovvero, la semplice alleanza di Stati pienamente indipendenti), in controtendenza rispetto alle storiche aspettative “federaliste”, che puntavano ad una unica personalità giuridica sul piano internazionale, alla maniera degli USA.

Del resto, c’è un fatto che non ammette dubbi: l’Unione Europea, nella sua attuale versione, non è più in grado di reggere. Le spinte disgregatrici sono enormemente più forti di prima, mentre le politiche neoliberiste dell’austerità e le politiche monetarie incardinate nei parametri di Maastricht non solo rappresentano un argine così fragile da rasentare l’impotenza, ma non garantiscono più neppure un livello minimo di sostegno popolare e nazionale. Il consenso agli europeisti di impostazione liberista è venuto, nel tempo, platealmente meno, affossato da anni e anni di tagli dei salari e dei servizi, dall’umiliante amputazione del welfare in intere aree e paesi (come la Grecia) e da due decenni di politiche economiche imperniate sulla strutturale “precarizzazione” dei rapporti di lavoro.

A ben vedere, i sovranisti hanno davvero il vento in poppa. La campagna elettorale che Lega e CinqueStelle già lanciano per le Europee è fin troppo eloquente: se mantengono il deficit al 2,4 % avranno vinto, nel senso che verrebbe esplicitamente dimostrato come le tendenze sovraniste siano effettivamente vincenti; se, al contrario, venissero bloccati, addosserebbero a Bruxelles la lesa sovranità, mietendo consensi a man bassa intorno al principio “padroni in casa nostra”, che integrerebbe il vincente “prima gli Italiani” con cui hanno scalzato la vecchia nomenclatura al potere. Quest’ultima, detto per inciso, in tale complicato frangente non trova di meglio che attaccare il governo sul “reddito di cittadinanza” in nome dei parametri europei; laddove bisognerebbe invece chiedere conto del fatto che il finanziamento della misura avverrebbe “a costo zero” proprio per le classi più ricche, ampiamente “sgravate” dall’annunciata flat tax e dal nuovo condono...

 

 

 

 

COSA SI STA DELINANDO IN PROSPETTIVA

 

Fin qui, la spiegazione dei più immediati processi politici. Ma basta per afferrare ciò che sta avvenendo? No, non basta. L’analisi limitata soltanto all’epifenomeno resta sempre superficiale e monca. Ciò che è necessario capire e analizzare si muove, infatti, dietro le quinte, sul piano del rapporto di capitale nell’epoca della “totalizzazione”. In breve: qual è il terremoto in atto sotto la faglia europea ?

Il vero terremoto che stiamo vivendo è partito dalla combinazione di due eventi epocali, che congiungono un arco temporale lungo vent’anni: il dissolvimento del blocco sovietico a partire dal 1989 e la grande crisi economica del 2008. Il primo ha costituito l’innesco di quella che viene chiamata “globalizzazione”, ma che più esattamente rappresenta la dilatazione estrema del “rapporto totale di capitale” fin negli angoli più remoti del pianeta. Il motore di tale espansione è stata la gigantesca moltiplicazione di “capacità produttiva sistemica” generata dall’esponenziale e permanente diffusione delle nuove tecnologie informatiche e robotiche nei processi produttivi (di merci e servizi) e nello stesso circuito distributivo.

La capacità produttiva sistemica del capitalismo si è espansa ovunque, soprattutto paesi più grandi e popolosi d’Asia, America e persino Africa, alimentandosi dell’esistenza di una forza-lavoro a bassissimo costo “sistemico”. Abbiamo assistito in varie parti del Pianeta ad una velocità di accumulazione capitalistica impensabile sino ad alcuni decenni fa. Ma questi processi hanno comportato, inevitabilmente, una fortissima pressione sulle preesistenti gerarchie imperialiste, Usa ed Europa in testa. I soggetti sistemici della produzione di nuova ricchezza hanno cominciato a premere per scalzare la tradizionale supremazia euro-atlantica.

Il Paese più potente - per grandezza economica, forza militare e coesione istituzionale -, cioè gli USA, ha tenuto il fronte, sia pure con difficoltà, scatenando guerre a getto continuo e monetizzando illimitatamente il surplus di valore generato dall’estensione sistemica del rapporto di capitale. L’area europea, colta in mezzo al guado del passaggio incompiuto verso un ancor lontano Stato federale, ha subito invece un evidente arretramento, con l’avvio di una robusta tendenza alla disarticolazione sotto la stretta della tenaglia Usa/Cina; e con una fibrillazione acutissima per effetto del secondo evento di cui sopra: la grande crisi del 2008, scaricata per l’essenziale sul proletariato dei paesi europei e sudamericani.

La voragine recessiva del 2008 ha portato allo scoperto una impressionante sovrapproduzione di merci - e soprattutto della “merce per eccellenza” nel rapporto di capitale, vale a dire la forza-lavoro -, dando origine ad una dinamica generalizzata di precarizzazione. Di fatto, la tradizionale funzione dell’esercito industriale di riserva (ovvero, tenere bassi i salari) viene “incorporata” sistemicamente nei processi produttivi attraverso la strutturale precarizzazione dei lavoratori. Non a caso i paesi UE hanno avviato, più o meno nello stesso arco temporale, politiche del lavoro sostanzialmente omogenee, tutte finalizzate ad indebolire le “vecchie” tutele laburistiche.

La nuova destra, il coacervo similfascista che oggi si candida al governo nei paesi europei, dice con enfasi di voler voltare pagina e si propone di dare “qualcosa in più” alla forza/lavoro nazionale, ad un proletariato effettivamente stremato dalle politiche di austerità, dal taglio del welfare e dalla sostanziale stagnazione dei salari. Ma offre una mela rovinosamente avvelenata: qualcosa in più agli strati popolari omogeneamente “nazionali”, in cambio del completo via libera nella compressione salariale e normativa della forza/lavoro irregolare, straniera, immigrata e, clandestinizzata a forza di decreti. Siamo così alla produzione seriale del “nemico interno” contro cui indirizzare la rabbia dei penultimi e la loro paura di cadere nel girone infernale degli ultimi.

Questo schema si integra molto bene con le spinte protezionistiche e militariste della trumpiana “America first”, la cui ricetta non è dissimile. Con l’aggiunta che lo stesso tentativo di dar vita a un circuito internazionale dei sovranisti è oggi qualcosa di ben più corposo (e pericoloso) che non una generica condivisione di filosofie scioviniste e xenofobe.

Ma come si risponde a tutto questo? Come si riorganizza un fronte internazionale di solidarietà fra tutti gli oppressi e tutti gli sfruttati del mondo? È questo il problema vero che abbiamo davanti. Un problema difficile. Sbagliano di grosso coloro che pensano di risolverlo con qualche slogan ripigliato dal passato. Occorrerà, invece, un lavoro di lunga lena. Culturale, e non soltanto politico.

Letto 29 volte Ultima modifica il Sabato, 06 Ottobre 2018 19:17