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Sabato, 06 Ottobre 2018 18:13

SESSANTOTTO COME RIVOLUZIONE DELLE FORME DI VITA

Scritto da  Àgnes Heller

Il testo che segue fa parte dell'intervista a distanza, su “etica e politica”, che Laura Boella e Amedeo Vigorelli fecero ad Àgnes Heller tra la primavera e l'estate del 1978. La Heller era riuscita finalmente ad andar via dalla sua Ungheria e si era da poco stabilita in Australia, con un insegnamento all'Università di Bundoora, nello Stato di Victoria. L'intervista fu poi pubblicata nel 1979 dall’editore Savelli col titolo “Morale e Rivoluzione”. Il passaggio che qui riproduciamo concerne l'esperienza che la grande filosofa ebbe del Sessantotto, un anno straordinario anche nell'Europa orientale, come dimostrarono non solo la primavera cecoslovacca ma anche le agitazioni studentesche di Varsavia, Berlino est, Sarajevo e Zagabria. L’Ungheria, tuttavia, visse quell’anno meno intensamente, come un'eco lontana. Pubblichiamo questo scritto, preceduto dalla domanda degli intervistatori, perché le parole della Heller, a distanza di tanti anni, ci dicono ancora qualcosa.

 

 

 

Domanda: La tua esperienza del ‘68 ci sembra particolarmente importante. In Ungheria era l'anno della riforma economica, ma anche dell'intensa partecipazione alle vicende della primavera cecoslovacca; in Occidente esplodevano i nuovi modi di vita dei giovani, le comuni americane e tedesche, la rivolta antiautoritarie all'interno delle università. Vorresti descriverci la tua esperienza concreta di quell'anno e gli effetti che essa ha avuto sulla tua filosofia?

 

Risposta: Pur non avendovi potuto assistere direttamente - conobbi tuttavia personalmente a Budapest Rudi Dutschke e altri membri dell'SDS (l’associazione studentesca di Berlino) in occasione della loro visita a Luckàcs - nel 1968 condivisi in pieno i movimenti studenteschi americano e francese, la rivolta giovanile e lo sciopero generale in Francia. Era proprio il movimento che aspettavo, per dirla in termini un po' egocentrici: fu la conferma dei miei ideali e aspirazioni teoriche. Allora avevo terminato il libro sulla vita quotidiana, ed ero giunta alla conclusione che presupposto di un'autentica società socialista avrebbe dovuto essere la trasformazione delle forme di vita, la creazione di nuove comunità. E proprio allora ci fu un movimento di estensione mondiale che incarnava le stesse aspirazioni. Quei giovani si accingevano a realizzare nuove forme di vita. Erano l'utopia “materializzata”. Lo slogan della rivolta francese: “siamo realisti, tentiamo l'impossibile”, mi commosse fino alle lacrime. Finalmente si trattava dell'espressione non più di una dialettica negativa, bensì positiva. I movimenti di rivolta non si limitarono ad articolare la negazione totale del mondo dell'oppressione, della gerarchia, dell'egoismo e dell'individualismo, bensì costituirono l'ideale del nuovo: un futuro degno dell'uomo. Non ero certo d'accordo con tutto ciò che avveniva in questo o in quel movimento giovanile, ciò nonostante nell'insieme lo ritenevo un inconfutabile segno dell'emergere di un nuovo concetto e di una nuova prassi della rivoluzione, che non si doveva più identificare con l'accezione politico-giacobina nel senso stretto della parola, ma doveva intendersi piuttosto come rivoluzione della società civile, delle forme di vita. Ancora oggi sono di questo parere. Il riflusso di questi movimenti non ha mai significato per me la fine di queste aspirazioni, dal momento che non ho mai creduto che il mondo si possa trasformare da un momento all'altro. È possibile introdurre da un giorno all'altro delle riforme, anche le rivoluzioni politiche esplodono spesso improvvisamente, ma la totale trasformazione rivoluzionaria delle forme di vita può essere immaginata solo come un processo di lunga durata, al quale ineriscono ovviamente momenti di riflusso. Ma quando prima dicevo che questo movimento mi sembrava la conferma delle mie aspirazioni non volevo negare il profondo influsso che esso a sua volta avrebbe esercitato sul mio successivo sviluppo teorico. Compresi infatti che i conflitti che qui si rappresentavano ed esprimevano non si potevano definire “puri” conflitti di interesse. Questi movimenti mi mostrarono la necessità di differenziare interessi e bisogni; aveva così inizio l'intera teoria dei bisogni, grazie movimenti del Sessantotto…

Il 1968, fino all'agosto, fu veramente l'anno dell'ottimismo. Tutto era in movimento, all'est come all'ovest. Mi appariva una possibilità reale la prospettiva di un'Europa unita, la diffusione di un socialismo democratico. Come ho già detto, questo ottimismo si fondava ancora una volta su illusioni: per me era quasi inconcepibile l'intervento sovietico in Cecoslovacchia. Davo per scontato che in tali circostanze internazionali la riforma economica appena lanciata in Ungheria fosse solo l'inizio, che avrebbe portato a una trasformazione sociale del sistema. L'agosto 1968, coi carri armati a Praga, segnò la fine delle nostre illusioni e aspirazioni riformistiche, benché in Ungheria non si notassero reazioni violente all'avvenimento. Neppure la stampa subì immediatamente delle censure. I giovani di oggi si stupiscono leggendo le riviste di allora: era ancora permesso tutto ciò che in seguito non lo sarebbe mai più stato. Anche la repressione contro di noi fu relativamente mite. A causa della protesta contro l'intervento i nostri passaporti furono confiscati per un anno (nel mio caso per due). Hegedus fu licenziato dal posto di direttore dell'Istituto di sociologia. Ma contemporaneamente fu licenziato dal posto di direttore dell'istituto di filosofia anche Jozsef Szigéti, agente diretto dell'Unione Sovietica, la cui posizione e “attività filosofica” da anni consisteva nella delazione. Era una sorta di bilanciamento. Di fatto, in Ungheria si ritornò alla mano forte soltanto nel 1972.

Così gli anni 1969 - 70 non furono certo paragonabili per noi in Ungheria a quelli dopo il 1956. Per esser sincera devo aggiungere: forse perché il nostro paese allora non ha sofferto altrettanto. Ma sicuramente non è questo l'unico motivo. Le ragioni furono due, intimamente connesse. In primo luogo, il rapporto della maggioranza della sinistra occidentale con gli avvenimenti cecoslovacchi e con l'intervento sovietico fu radicalmente diverso da quello avuto con la rivoluzione ungherese e l'intervento sovietico di dodici anni prima. Ci furono alcuni partiti comunisti e alcuni gruppi della nuova sinistra antidemocratica che continuarono a identificarsi con gli oppressori, ma i grandi partiti di massa, perlomeno in Europa, pur con diversa decisione e coerenza, si schierarono dalla parte degli oppressi. Fu allora che venne così parafrasata la celebre frase del Manifesto di Marx ed Engels: uno spettro si aggira nel comunismo, lo spettro dell'Europa. Si diceva anche: l'Unione Sovietica ha riconquistato la Cecoslovacchia, ma a Praga ha perduto Roma e Parigi. Il rigido conservatorismo di quei regimi - che noi conoscevamo così bene per le nostre esperienze personali fin dal 1956 - divenne chiaro anche a coloro che fino a quel momento avevano nutrito illusioni in proposito. In secondo luogo, a partire da quell'epoca si formò nell'est una opposizione organizzata e solida; un'opposizione che si può sempre mettere in carcere o in clinica psichiatrica, ma che non può più essere completamente sconfitta: se uno cade, altri sono pronti a prendere il suo posto. Il regime ha completamente perduto la sua legittimazione, il “liberatore dei popoli” è stato smascherato come potere imperialistico. Sebbene in quest'opera di smascheramento anche il maoismo abbia svolto un ruolo importante, l'opposizione così accanita e capace di riorganizzarsi nonostante tutti i provvedimenti repressivi è il vero simbolo di questa perdita di legittimazione. Essa, sia pure parzialmente e nonostante Hegel, ha imparato qualcosa dalla storia: non ci si può aspettare nulla “dall'esterno”, da altre forze. La liberazione dell'Europa dell'est è una questione degli est-europei, che possono cercare e trovare i loro veri alleati solo nelle forze democratiche e socialiste del mondo. Questo non poteva avvenire dopo il 1956: allora non era ancora incominciato il processo di rischiaramento della sinistra…

Vorrei ora, a proposito della catastrofe cecoslovacca, ricordare un'ultima volta il 1956. Quando Dubcek, da noi fino alla fine molto apprezzato, e i suoi compagni sparirono per la seconda volta dalla scena politica, la figura di Imre Nagy e dei suoi compagni fucilati assunse un nuovo valore di simbolo. Fino a quel momento molti di noi si erano interrogati sul significato politico dei gesti, indubbiamente grandi sul piano morale, di resistenza fino alla morte: non esisteva forse la possibilità di un'alternativa politica? Non sarebbe stato utile alla popolazione un compromesso politico? Il destino di Dubcek e del suo gruppo dirigente ha messo fino a questo dubbio. Non c'era nulla da guadagnare, ma solo qualcosa da perdere: l'atteggiamento della fermezza politica. A Imre Nagy e i suoi compagni spetta un posto nel Pantheon del socialismo: furono i primi - speriamo gli ultimi - martiri dell'eurocomunismo. Nella pratica, infatti, hanno seguito una linea eurocomunista, senza aver tempo per l'autoriflessione teorica: l'unificazione del pluralismo politico con l'aspirazione al socialismo, la negazione del mondo diviso in blocchi. Così se in Ungheria, dopo il periodo della repressione violenta, ha cominciato a spirare un vento liberale, se questo paese è oggi la “baracca più comoda del lager”, di questo bisogna però avere coscienza: la tempesta del 1956 ne è stata la premessa. Sia perché, anche nei giorni peggiori dopo il 1956, a capo del nostro Paese erano uomini che avevano sofferto il carcere al tempo di Stalin e avevano imparato sulla propria pelle che cosa significava lo stalinismo; sia perché già una volta avevano sperimentato che cosa succede quando il popolo manda al diavolo i propri capi...

Letto 92 volte Ultima modifica il Sabato, 06 Ottobre 2018 19:36