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Lunedì, 18 Aprile 2016 18:35

Come sono messe Università e Ricerca in Italia

Scritto da  Catello Polito

 

Università e Ricerca. Due parole nobili e di alto profilo culturale e sociale, due realtà in profonda crisi di valori e di operatività. Indubbiamente ci sono responsabilità, e non poche, interne ai due sistemi, ma il grosso viene dall'esterno, dal livello di gestione del paese e dal livello politico che ne è responsabile. Negli ultimi venti anni non c'è stato governo che non abbia esordito sulla centralità dell'Università e della Ricerca, promettendo grandi innovazioni normative e gestionali per migliorarne l'organizzazione, l'efficienza e la produttività, e spergiurando su favolosi aumenti di finanziamenti e cospicue stabilizzazioni e assunzioni di personale. Di fatto, dopo il gran parlare e la tanta confusione, abbiamo visto solo blocchi di turn over e riduzione di tutte le categorie di personale, da quello tecnico amministrativo a quello docente e ricercatore; e soprattutto grandi tagli sui finanziamenti.

Formalmente si agiva in nome della razionalizzazione migliorativa; in realtà si obbediva a un progetto di accentramento centralistico del governo, si negava l'eguaglianza del diritto allo studio tra Nord e Sud e si scimmiottavano le realizzazioni dei nostri partner europei, senza neppure comprendere appieno come funziona da loro la ricerca e l’università; anzi, mentre si fingeva di volerli imitare, si spostavano risorse importanti dal pubblico al privato.

I guasti sono stati immani e sono sotto gli occhi di tutti. Si sono succedute riforme, riorganizzazioni, nuovi modelli didattici, fusioni o divisioni di settori, culminati per l'Università nei due livelli di studi, il cosiddetto 3+2, che si è tradotto, nella quasi totalità dei casi, in un disastro di enormi dimensioni. E per la Ricerca, si sono modificate le regole dei finanziamenti, diventate nei fatti semplici riduzioni; poi, in aggiunta, ci sono state svariate, caotiche e controproducenti riorganizzazioni strutturali degli Enti Pubblici di Ricerca: CNR, INFN, etc, etc.

Ma se questo è il quadro – ed è un quadro davvero avvilente – come se ne esce? Provo a dare qui qualche piccolo suggerimento, pur sapendo che, per cambiare davvero le cose, i “suggerimenti” dovrebbero tradursi in mobilitazioni e capacità di lotta.

UNIVERSITÀ

Una vera grande riforma delle Università dovrebbe partire da una reale autonomia gestionale e da un congruo finanziamento statale, che assicuri per davvero il diritto allo studio e sia erogato senza alcuna aprioristica discriminazione Nord e Sud, tra regioni ricche e regioni economicamente meno fortunate. Occorrerebbe poi una riorganizzazione profonda della struttura e dei contenuti dei corsi di studi, senza timori e senza nostalgie, ma qualche volta anche ricordando e guardando con la dovuta attenzione ai successi del passato, che pure ci sono stati.

La struttura degli studi universitari poggia oggi sul cosiddetto 3+2. I primi 3 anni costituiscono il percorso della cosiddetta Laurea breve, nome che ha determinato non poca confusione, specialmente all'estero, trattandosi nei fatti di poco più di un diploma. I secondi 2 anni sono quelli della Laurea Specialistica o Magistrale (che, per dirla semplicemente, è la Laurea effettiva che completa gli studi e porta al titolo di “Dottore”).

L'idea di chi si inventò il percorso, spezzando i quattro o cinque anni di durata, era che il triennio iniziale fosse professionalizzante. A mio parere fu un grave errore culturale e tecnico. Il primo triennio non può che essere formativo e di base, anche perché deve raccordarsi agli studi secondari superiori e colmarne qualche lacuna e disattenzione. La specializzazione e la professionalizzazione vengono necessariamente dopo. Pensarle associate alla fase formativa è assolutamente fuorviante.

Bisognerebbe puntare, in effetti, a una riorganizzazione dell'intero ciclo di studi universitari, con una riorganizzazione e modernizzazione dei contenuti e una sensibile diminuzione del numero degli esami. Lo spezzettamento degli argomenti e l’aumento conseguenziale degli esami hanno rappresentato, infatti, le due principali criticità didattiche e formative del 3+2. Hanno portato, inoltre, come conseguenza inevitabile, un aumento a dismisura del numero dei corsi e di quello dei docenti. E non sempre la quantità fa emergere più qualità…                                                

Del resto, che l'ultima riforma sia in buona misura fallita e che è necessario superarla, trova una verifica molto significativa nelle scelte autonome degli atenei: in silenzio, e quasi di soppiatto, molte sedi universitarie, lungo tutto lo stivale, hanno ripristinato, affiancandole al 3+2, le lauree quinquennali per lo stesso Corso di Studi. Si è trattato di misure ragionevoli; e però, proprio perché intervenute situazione per situazione, hanno anch’esse prodotto l’effetto di aumentare la confusione del sistema complessivo. Di fatto, più si tarda ad agire a livello centrale, più la situazione tende a degenerare.

Quale prima misura si dovrebbe dare maggiore concretezza agli aspetti professionalizzanti del primo ciclo universitario, che pure è destinato a restare necessariamente di taglio teorico, e ciò almeno per quelli che hanno tale ciclo ancora in atto. A tal fine lo si potrebbe integrare, in parallelo e non in successione, con un master annuale obbligatorio, basato sulla pratica laboratoriale e su una accentuata esperienza sperimentale. Tale master andrebbe rigorosamente gestito dall'Università, seppure d'intesa, per i contenuti, con il mondo delle professioni e del lavoro.

Va ricordato, peraltro, che la durata dei corsi universitari nei paesi occidentali, dall'Europa agli USA, è di quattro anni, il cosiddetto “College”, che è uguale per tutti, sia quelli che intendono continuare gli studi sia quelli che vogliono inserirsi, già dopo tale ciclo, nel mondo del lavoro.

Per quanto riguarda poi il biennio magistrale, io ritengo che bisognerebbe rafforzare il più possibile, in particolar modo al secondo anno, le attività sperimentali, non lasciando il compito della costruzione di una valida esperienza applicativa alla sola tesi di laurea. E una volta ottenuta la laurea, ci possono essere almeno due strade: la prima, un master professionalizzante non obbligatorio di secondo livello, di almeno un anno (sempre gestito dall'Università, d'intesa con il mondo delle professioni e del lavoro) per coloro che intendono inserirsi al più presto nella realtà lavorativa; la seconda, quella di un serio e ampio programma di dottorati, che non avvii alla sola Accademia, ma anche ai settori professionali e produttivi. E' essenziale che il numero sia ampio, ben al di là di quello attuale, fra l'altro drammaticamente diminuito in questi ultimi anni.

Che il livello teorico dei nostri studi universitari sia ancora oggi qualificato, e comunque accettabile anche sul piano internazionale, ce lo dice il dato consolidato che la quasi totalità dei nostri laureati si inseriscono ovunque, fuori d’Italia, ad un buon livello, spesso, per così dire, ai piani alti, e non di rado anche altissimi. Avviene sia nei laboratori universitari e nel mondo accademico che nel mondo del lavoro, Europa, Canada e Stati Uniti compresi. Tuttavia è vero anche che debbono pagare, inizialmente, uno scotto di adeguamento sul livello sperimentale e tecnologico, o più squisitamente tecnico.                                                                           

               

RICERCA

Una analisi altrettanto allarmante va fatta per il settore della Ricerca, sia quella universitaria che quella delle grandi Istituzioni di Ricerca Pubblica, in primis il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), ma anche l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), l'ENEA e svariate altre. Vi è un piano comune di problemi e difficoltà, per cui basterà guardare al CNR per rendersi conto dello stato dell’arte in tutti i centri di ricerca. Il CNR è un ente generalista, nel senso che ne fanno parte Istituti che coprono in pratica tutte le discipline, sperimentali e non, ed ha rappresentato per anni la voce istituzionale della Ricerca Pubblica. Tra l’altro elaborava e presentava annualmente al Parlamento la relazione sullo stato della Ricerca Pubblica in Italia e ne definiva priorità e prospettive. Poi, negli ultimi 20 anni, l’intero settore è stato investito da innumerevoli leggi di riforma e riorganizzazione. Praticamente ogni Governo ha annullato quanto fatto dal precedente e ha operato con fatto nuove proposte o repentine restaurazioni.

Gli addetti ai lavori sono stati letteralmente frastornati da queste riforme a getto continuo, che cambiavano poco, confondevano molto ,e in conclusione non riformavano affatto. Accadeva, insomma, qualcosa di molto simile a quanto più o meno contemporaneamente accadeva nel mondo della Scuola e dell’Università. Un esempio clamoroso : l'INFN era stato portato per anni ad esempio di positiva interazione tra Ente di Ricerca e Università, visto che gran parte delle sue sezioni erano ospitate dall'Università e vi lavoravano, unitamente ai ricercatori dell' INFN, anche i ricercatori e i docenti universitari. L'argomento conteneva, fra l'altro, una critica implicita al CNR che , invece, aveva sciolte le sue sezioni e i gruppi di ricerca interni alle Università, concentrando tutta la sua attività negli Istituti propri, più di cento in tutt'Italia. Orbene, intorno al 2005, all'improvviso, all'interno di una delle tante riforme, l' INFN rischia addirittura di scomparire per entrare a far parte di uno dei settori del CNR, quello di Fisica della Materia e dell'Energia, aggiungendosi agli Istituti CNR già esistenti. Fortunatamente, anche per la forte resistenza dei ricercatori e di parte dei sindacati, non è poi successo. Ma la vicenda resta emblematica di come i governi hanno agito in materia di Ricerca.

D’altronde, anche ora il settore della Ricerca è in riorganizzazione. Come qualcuno preferisce dire, è sottoposto ad una “razionalizzazione organizzativa”. In realtà scompaiono Istituti, se ne accorpano altri, se ne creano altri ancora: con quale razionalità è proprio difficile capire. L'esordio del governo in carica, al pari dei governi che l'avevano preceduto, era stato che non avremmo più avuto tagli alla Scuola, alla Ricerca e alla Formazione, settori già tartassati e vessati negli anni precedenti. Si era anche annunciato un robusto piano di assunzioni, innanzitutto dei precari. Ma poi,spending review,legge di stabilità e quant'altro, così il turnover e le assunzioni, almeno nell’Università e nella Ricerca, scompaiono del tutto; e, di contro, continuano i blocchi e i tagli.

Ma le parole non si fermano. Si prosegue con le lamentazioni sulla fuga dei cervelli, e si promette solennemente di invertire il fenomeno; anzi, si annuncia che l'Italia diverrà l'isola felice che ospiterà, accanto a chi ritorna, anche studiosi stranieri. In che modo, con quali misure si avvererà tutto questo, non è dato sapere, perché i discorsi rimangono sempre fumosi.

La verità è che quasi tutti quelli che negli ultimi anni erano tornati hanno ripreso la strada dell'estero, in forzato esilio; mentre sempre più giovani, qualificati e non, prendono la stessa strada, in una prospettiva a volte di pura sopravvivenza, e comunque con un più che incerto futuro. E a completare il quadro, sembra che dovrebbero esserci ulteriori tagli al CNR, col solito gioco “Il Ministro dice il Premier smentisce, ma anche viceversa”…

Di sicuro, i fondi per la Ricerca e l'Università sono progressivamente diminuiti, ed espressioni come “progetti FIRB o PRIN” stanno diventando desuete, quasi un ricordo. E poi si aggiungono le note difficoltà connesse all'ottenimento dei fondi europei per Ricerca e Alta Formazione, con istruttorie lunghe e soggette a fattori abbastanza imponderabili. Gestione forse poco scientifica e un po’ troppo politica?

Per non parlare dei fondi gestiti dalla Regione Campania, tipo PON, POR, Ex legge 5 ed altro: pur assegnati con bandi, essi non vengono erogati; e se ciò accade, sono erogati anche con anni di ritardo. Il motivo addotto potrebbe anche esser vero, e cioè le allegre rendicontazioni di analoghi fondi degli anni passati, bloccati poi dalla Comunità Europea per presunti errori e/o chiarimenti. Ma il risultato non cambia: i fondi per la Ricerca languono, e quando ci sono, arrivano con ritardi impossibili.

Eppure proprio il territorio della Regione Campania possiede un insediamento notevole e di ottima qualità di Istituti, con diversi Centri di Eccellenza. Poche Regioni ne hanno di eguali: spiccano quelli dei settori Biotecnologico, Biomedico e delle Scienze dei Materiali Compositi, che, fra l'altro, per contenuti e tecnologie innovative utilizzate, spesso si integrano sinergicamente, creando un comparto di indubbio valore, altamente produttivo di brevetti e spinoff, che andrebbe meglio supportato.

La criticità più appariscente del settore “Ricerca” resta, comunque, la precarietà persistente di molti addetti. Per quelli più giovani si è raggiunto il livello di guardia. Non a caso, negli ultimissimi anni è notevolmente aumentata l’emigrazione intellettuale e scientifica verso paesi europei ed extra europei, compresi Cina e alcuni paesi arabi, che stanno investendo pesantemente in Ricerca e Alta Formazione. Potrebbe sembrare strano che in Europa tra le mete più frequenti ci sia la Francia, in crisi economico-finanziaria almeno quanto il nostro paese; e invece la Francia, pur con tutti i suoi problemi, e pur partendo da percentuali del PIL investito in questi settori sensibilmente più alte di quelle del nostro paese, ha già da qualche anno notevolmente incrementato i fondi per l'Università, e ancora di più per la Ricerca, attuando il principio elementare che se si vuol riprendere e rilanciare un settore bisogna fortemente investirci.

Per la Francia, come per gli altri Stati che stanno facendo politiche di investimento analoghe, i frutti si vedono già, con ricadute non solo culturali ma anche produttive. E invece noi perdiamo sempre più “cervelli” ( per inciso, è fortemente diminutivo, se non proprio offensivo, definire così persone, per lo più giovani, che vogliono giustamente trovare uno spazio per i loro sentimenti, i loro sogni, la loro personalità).

In conclusione, ciò che voglio dire è che siamo ormai vicini al punto di non ritorno. Se non rilanciamo in grande la Ricerca, perderemo di sicuro l'enorme valore umano che i giovai ricercatori rappresentano, le loro enormi potenzialità e le capacità che avrebbero di inserirsi nel tessuto produttivo del paese, con un valido contributo alla sua ripresa e al suo sviluppo. E alla fine, l’unica cosa che ci resterebbe sarà il non esiguo costo di quanto il paese ha investito per la loro crescita ed educazione (certo a loro più che dovuto; e assolutamente non è questo in discussione)…                                                                        

                                                                                                                 Catello Polito

                                                                          Prof Emerito di Genetica Molecolare

                                                                                   Università di Napoli Federico II

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