Martedì, 24 Febbraio 2015 07:00

ELOGIO DEL GIOCO In evidenza

Scritto da  Angela Maria Pelosi

La grande importanza del momento ludico nella struttura dell’esistenza umana è testimoniata non solo dai maestri della moderna pedagogia, dai filosofi, dagli antropologi e dalla cultura in genere, ma anche dall’appassionato interesse di massa per il gioco e lo sport. Il gioco viene coltivato con sentimento e partecipazione proprio perché è un impulso vitale, con un suo intrinseco valore esistenziale e una sua autonoma dignità. Soprattutto la vita giocosa è il contrario esatto della vita burocratica, e ci aiuta a vivere “più umanamente” in un mondo disseminato di relazioni burocratiche.

Certamente vi furono tempi, nella storia dell’uomo, che portarono il segno del gioco più del nostro; furono tempi più sereni, più liberi, almeno per le classi possidenti, che conobbero gli ozi molto più dei possidenti di oggi. E però  nessun tempo ebbe più del nostro la possibilità di “vivere il gioco”, perché mai dispose di una così gigantesca organizzazione del vivere sociale. I luoghi di ricreazione e i campi sportivi vengono progettati nella costruzione stessa delle città, le competizioni sportive uniscono paesi e nazioni in un ininterrotto movimento internazionale, i giocattoli sono prodotti su scala industriale di massa.

Rimane, però, una questione aperta: se il nostro tempo abbia raggiunto realmente la comprensione profonda dell’essenza del gioco, se disponga di una reale veduta d’insieme delle sue molteplici manifestazioni, se possieda uno sguardo adeguato sul senso d’essere del fenomeno, se sappia filosoficamente che cosa è gioco e cosa è giocare.

Difatti il gioco viene considerato comunemente come un fenomeno circoscritto della vita adulta, una manifestazione periferica, una possibilità esistenziale che appare solo occasionalmente. Si comprende il fortissimo interesse degli uomini per il gioco, l’intensità con cui lo coltivano, la frequenza del giocare; ma lo si considera soprattutto come “ricreazione”, “distensione”, sereno ozio di fronte alla serietà della vita.  Si pensa che la vita si compia tutta nella dura e affannosa aspirazione alla conoscenza, alla virtù, all’onore, al benessere,  al successo, alla potenza, e così via. Il gioco, al contrario, avrebbe il carattere dell’occasionale interruzione, della pausa. Esso sarebbe, rispetto al serio procedere della vita, in un rapporto analogo a quello del sonno con la veglia.

Così il gioco sembra occupare nel ritmo della vita umana un posto limitato: un fenomeno complementare, una pausa riposante, una vacanza dal peso dei doveri, un rasserenamento nell’aspra lotta della nostra vita, un trastullo. Ma davvero il gioco ha soltanto il compito di sciogliere la contrazione psichica in cui l’uomo di oggi si è imprigionato con il suo immenso apparato di vita?

Il punto è che, fino a quando procederemo con le antitesi nette di lavoro-gioco, oppure gioco-serietà della vita, il tema decisivo del rapporto tra esistenza e ludicità non potrà mai essere affrontato in modo costruttivo.

Vero è che raramente gli adulti riescono a giocare con naturalezza. I  loro giochi sono troppo spesso ripetitive tecniche di passatempo e tradiscono il fatto che nascono dalla noia. D’altra parte, l’opinione corrente vuole che il gioco appartenga alla costituzione psichica dell’essere umano nel periodo della fanciullezza, e che poi resti solo come un riflesso.

Certo, il gioco infantile mostra più apertamente i tratti essenziali del gioco umano; ma è, al tempo stesso, più ingenuo. Il fanciullo sa ancora poco della seduzione della “maschera”. Quanto gioco nascosto si annida, invece, negli affari seri del mondo degli adulti, nei suoi onori, nelle sue convenzioni sociali! Alla fine, non è affatto  vero che gioca solo il fanciullo: gioca anche l’adulto, anche se in modo diverso, più mascherato, nascosto.

In sostanza, non è per nulla vero che il gioco sia un fenomeno marginale, un fenomeno occasionale nella vita dell’uomo adulto. Esso, invece, appartiene in modo essenziale alla costituzione dell’esistenza umana; e l’emozione del gioco non coincide con le altre emozioni vitali dell’uomo: ha una densità sua propria e ci accompagna sempre, proprio in quanto noi tendiamo ininterrottamente ad un’esistenza felice.

Ci sappiamo in cammino. Siamo sempre strappati via da ogni presente e trascinati in avanti dall’impeto del nostro progetto vitale, verso il meglio che speriamo più in là. Siamo di continuo tesi in avanti, verso la felicità che non abbiamo o che vogliamo più grande. Ci sentiamo preda della inquietudine, dell’aspirazione continua all’eudaimonia; e fin quando moriamo, viviamo costantemente nella prospettiva del futuro. Anzi, percepiamo il presente come preparazione, come stazione di passaggio, come tappa; e tutti gli scopi quotidiani sono tesi a conquistare lo scopo finale. Per questo ritroviamo in ogni essere umano anche furia, irrequietezza, tormentosa incertezza. Sono i segni caratteristici dello stile di vita dell’uomo progettante.

 Orbene, il gioco non si inserisce in questa regione così tormentata delle azioni umane, e si distingue considerevolmente dal complessivo carattere futuristico della vita. Chi gioca perde necessariamente di vista ogni “scopo finale”. Il giocare ha il carattere  del “presente acquietato”, dell’autarchia di senso. Giustamente  Eugen Fink, uno dei grandi filosofi del Novecento, lo rassomiglia a una “oasi di gioia”, appena raggiunta nel deserto del nostro ulteriore tendere e della nostra tantalica ricerca.

Del resto, è esperienza comune il vero e proprio “rapimento” che provoca il gioco, il fatto che, giocando, ci sentiamo, per un po’ di tempo, realmente liberati dall’ingranaggio della vita. Il gioco ci dona, insomma, il presente, “interrompendo” la continuità e la concatenazione del nostro processo vitale, il suo cammino incessante verso uno scopo finale. 

Ma mentre sembra portarci fuori dal fiume della vita, esso significativamente ci immerge fino in fondo nel mondo della rappresentazione. E però: cos’è la rappresentazione, se non la vita per come noi umani la possediamo? Giocando usciamo dalla vita; ma nel gioco valgono le stesse strutture rappresentative, la stessa logica della vita. Solo che valgono ad un livello più “astratto”. Vale a dire: ad un livello più “essenziale”, atteso che è proprio nella decontestualizzazione astratta che si rivela, a noi stessi, l’essenza del nostro esserci nel mondo.

Insomma, il gioco è un fenomeno fondamentale dell’esserci, altrettanto originario e indipendente: come la morte, l’amore, il lavoro; ma non è coordinato con gli altri fenomeni fondamentali dal comune tendere allo scopo finale. Sta, per così dire, di fronte ad essi, per comprenderli in sé rappresentandoli. Noi giochiamo il serio, giochiamo l’autentico, giochiamo la realtà, il lavoro, l’amore, la morte. E giochiamo anche il gioco. Detto in breve, il gioco ha un potente significato proprio perché il suo agire ha soltanto scopi interni e non scopi che lo oltrepassino.

Ma se l’azione ludica non ha finalismi estranei, essa può davvero offrire, ad ogni uomo e ogni donna, la possibilità di soggiornare in modo amichevole nel tempo, mitigando l’impeto distruttivo e dissipatore che ci caratterizza, e concedendoci il dono preziosissimo dell’indugio. Che è, probabilmente, il meglio che noi umani possiamo sperare: per dirla ancora con Fink, “un lampo di luce dell’eternità”. 

Letto 1044 volte Ultima modifica il Martedì, 24 Febbraio 2015 19:59